Contributi culturali

 

Radici cristiane: perché tanta insistenza?
di Elio Rindone

  Un fatto è incontestabile: la questione di un esplicito riconoscimento delle radici cristiane dell'Europa non è affatto chiusa. Potenti mezzi d'informazione amplificano gli incessanti interventi vaticani, uomini politici di diverso orientamento ne fanno una bandiera della loro azione, intellettuali prestigiosi apportano il contributo del loro bagaglio culturale. Tra questi ultimi, ritengo che sia Giovanni Reale - nel volume, edito nel 2003 da Raffaello Cortina,  Radici culturali e spirituali dell'Europa. Per una rinascita dell'"uomo europeo" - a sviluppare nella maniera più organica i temi che ricorrono nei discorsi pontifici e credo, perciò, che sia opportuno prestare una particolare attenzione alle sue argomentazioni per vagliarne la consistenza e comprendere quale sia la posta in gioco.

Ambiguità concettuale

  Nell'introduzione Reale sostiene che l'Europa è stata e dovrebbe continuare ad essere "una realtà spirituale, un'idea" che sarebbe "nata da radici culturali e spirituali ben precise" e cioè "in primo luogo, la cultura greca; in secondo luogo, il messaggio cristiano; in terzo luogo, la grande rivoluzione scientifico-tecnica, iniziata nel Seicento e proseguita senza soste con strabiliante velocità e con effetti del tutto imprevedibili"(p 3).

  Già lascia perplessi l'affermazione che l'Europa sia "una realtà spirituale, un'idea". Nessuno mette in dubbio che esistono gli europei, gli abitanti del continente Europa, e che essi abbiano elaborato una civiltà che si è sviluppata nel corso dei secoli, civiltà che si è arricchita sotto l'influsso di mille stimoli e che è caratterizzata al suo interno da un'infinità di orientamenti. In genere è possibile  riscontrare una maggiore affinità tra due intellettuali europei che tra un intellettuale europeo e uno asiatico, ma ciò non toglie che le differenze tra gli stessi europei siano non di rado enormi. Anche le caratteristiche che consideriamo più significative possono essere presenti in un'epoca e non in un'altra. In sostanza, una tale varietà di esperienze, che non può essere sottratta al divenire storico, non pare che si possa ricondurre ad unità, ad un'essenza. Se una figura non ha tutti i punti equidistanti dal centro non è una circonferenza: si può dire la stessa cosa dell'Europa? Ad esempio, se una cultura non è cristiana non è per ciò stesso europea? La civiltà greca allora, che evidentemente non era cristiana, non era ancora pienamente europea? Mi pare che l'impostazione di Reale riveli una certa mentalità platonizzante: gli europei sono tali perché partecipano dell'idea di Europa.

  Questa realtà spirituale che è l'Europa avrebbe, poi, ben precise "radici". Il termine ha evidentemente una valenza metaforica e va perciò usato con cautela: in senso proprio, infatti, è un albero che ha radici e che è destinato a seccare se staccato da esse. Una civiltà, al contrario, non è una realtà naturale ma storica, che attinge il suo nutrimento da svariate fonti, che continuamente si trasforma ora ripudiando ora riscoprendo concezioni che l'hanno caratterizzata per secoli, che si apre a nuovi contributi, che elabora prospettive originali. In questo divenire incessante come individuare 'radici' a cui restare legati, pena la decadenza della civiltà europea? La religione olimpica, ad esempio, ha avuto una larga diffusione: i suoi seguaci, dunque, avrebbero dovuto rifiutare la predicazione cristiana per non separarsi dalle loro radici pagane e conservare la propria identità?

  Ecco un altro termine ambiguo: "identità". Ciascun uomo ha un'identità che è la risultante di vari elementi. Alcuni stabili: è nato da determinati genitori in un luogo e in un tempo definiti, ha una certa struttura fisica... Altri mutevoli: le sue idee, i suoi orientamenti morali... Se sono possibili cambiamenti anche radicali in un uomo, che conserva la propria identità anche quando rinnega per esempio le ingenue credenze della sua infanzia, perchè gli abitanti dell'Europa, ammesso che per i popoli si possa parlare di identità, dovrebbero mantenere per sempre le convinzioni che li hanno accompagnati in una fase della loro storia? Perchè  l'identità europea dovrebbe essere incatenata al passato? Sembra, al contrario, assolutamente normale che una tradizione culturale prima o poi si disgreghi e alcuni suoi elementi entrino a far parte di nuove sintesi.

Radici primarie?

  Ma se - come mostra con una brillante analisi  (Le radici del pregiudizio, in La Rivista dei libri, marzo 2004) Marco Santambrogio, docente di filosofia del linguaggio - è problematica l'applicazione alla civiltà europea delle nozioni di identità o di radici, non meno discutibile è la scelta operata da Reale di grecità, cristianesimo e rivoluzione scientifica quali "radici culturali e spirituali primarie in senso assoluto, ossia quelle senza le quali non si potrebbe comprendere come e perché 'l'idea di Europa' e 'l'uomo europeo' siano nati"(p 24). Lo stesso Reale ricorda altre radici culturali e spirituali: la romanità, l'Umanesimo, la Riforma, la filosofia dei Lumi. Perché queste altre radici sarebbero meno significative delle prime? Si potrebbe comprendere l'attuale 'uomo europeo' senza di esse? Direi proprio di no.

  Ammesso, tuttavia, che si vogliano accettare come assolutamente primarie le radici indicate da Reale, ci si può chiedere, però, se sia così univoco il significato di espressioni quali "cultura greca" e "messaggio cristiano". E' possibile ridurre ad unum una cultura così ricca come quella greca: poemi epici, opere di storia, di medicina e di geometria, poeti tragici, filosofi... e, tra questi ultimi, Democrito e Platone, Sofisti e Stoici? Di questo mondo Reale privilegia un determinato filone: "Con Platone nasce la prima razionale prospettazione e dimostrazione dell'esistenza di una realtà soprasensibile e trascendente, di un essere metasensibile e, di conseguenza, con Platone nasce quella che potremmo chiamare la 'Magna Charta' della metafisica occidentale"(p 45). Ciò significa che gli antiplatonici debbono considerarsi ai margini della cultura europea? E anche la tesi secondo cui la socratica "cura dell'anima costituisce quel forte legame morale che fin dalle origini ha prodotto l'unità spirituale dell'Europa"(p 4) appare poco convincente: davvero la 'cura dell'anima' è una caratteristica specifica della spiritualità europea che non si ritrova, per esempio, in quella asiatica?

  Cultura greca e messaggio cristiano, poi, nell'ottica di Reale si completano mirabilmente, contribuendo a plasmare in sostanziale continuità l'idea d'Europa, al punto che a proposito di Platone, nel secondo volume della sua Storia della filosofia antica (Milano 1981), egli sostiene che "sono innegabili, nel platonismo, spunti e affermazioni che possono essere intesi come presentimenti del Cristianesimo"(p 162). Ma questa visione del mondo greco non è affatto condivisa dagli studiosi che ricordano quale opposizione invece abbia incontrato tra gli intellettuali pagani la primitiva predicazione cristiana. In realtà solo lentamente, nel corso dei secoli, si è operata la sintesi tra filosofia greca e messaggio biblico. A poco a poco, quest'ultimo è stato letto alla luce di categorie greche e solo grazie a questa ellenizzazione del messaggio originario è possibile riscontrare elementi di continuità tra pensiero greco e cristiano. Ma si tratta di una commistione che, già per i protagonisti della Riforma del '500 e ora anche per molti teologi cattolici, ha compromesso la purezza del messaggio evangelico, tanto da imporre come ineludibile il compito di una deellenizzazione del cristianesimo.

  Inoltre, come il mondo greco anche quello cristiano conosce al suo interno una straordinaria varietà e sono profonde le differenze che distinguono tra loro non solo ariani, ortodossi, luterani, calvinisti, cattolici... ma anche, tra questi ultimi, i credenti del III secolo da quelli del XII o del XX. Reale, invece, pare che veda solo continuità nella storia del pensiero cristiano, che si sarebbe sviluppato omogeneamente nel corso dei secoli dai Padri della Chiesa orientale ad Agostino e Tommaso sino ad oggi, e che avrebbe dato un contributo decisivo almeno su due questioni fondamentali: senza l'elaborazione teologica ispirata alla Bibbia, afferma perentoriamente Reale, l'uomo non avrebbe potuto conoscere né se stesso né Dio. Orizzonti del tutto nuovi sarebbero stati aperti infatti dalla rivoluzione cristiana col "concetto di 'uomo come persona', completamente sconosciuto al pensiero greco e alle altre culture, in connessione con il concetto di 'Dio come persona', che instaura un rapporto diretto con ciascuno degli uomini e da cui dipende la stessa nozione di uomo-persona"(p 7).

  Evidentemente si tratta di acquisizioni non da poco! E' un dono speciale che il Creatore ha fatto all'Europa e che implica perciò una grossa responsabilità nei confronti dell'umanità intera: "Il Dio dell'Europa è stato il Dio della Bibbia, il Dio che ha creato il mondo dal nulla. Come scrive, peraltro, in maniera provocatoria, ma assai efficace, anche la filosofa spagnola Maria Zambrano: Egli è stato il vero Dio dell'Europa, il Dio di un 'popolo eletto' da Lui per salvare tutto l'universo"(p 106). Possiamo essere certi che questa volontà salvifica universale, animata dalle migliori intenzioni, non generi l'idea di una superiorità europea che finisce col giustificare forme di imperialismo culturale (e forse anche politico)? E, ancora più radicalmente, possiamo affermare con tanta sicurezza che certe verità religiose essenziali siano patrimonio esclusivo del cristianesimo?

  In realtà, se è problematica l'identificazione di messaggio biblico e cristianesimo, non meno problematica - come ha ricordato in un articolo pubblicato su un giornale di Barcellona (La Vanguardia del 17 gennaio 2004) il cattolico Raimon Panikkar, esperto di storia delle religioni - è l'individuazione della specificità della religione cristiana. Non sono caratteristiche specifiche del cristianesimo nè l'adorazione di Dio, predicata millenni prima di Cristo, nè l'amore per il prossimo come per se stessi, che religioni asiatiche e africane hanno insegnato molto prima, nè le intuizioni morali presenti nella Bibbia, che fanno parte del patrimonio universale dell'umanità.

Radici e frutti

  Ma forse l'essenziale nelle diverse esperienze religiose sta proprio in ciò che le accomuna e non in ciò che le differenzia l'una dall'altra. Tutte le religioni, e quindi anche il cristianesimo, possono essere vissute in forma integralista, erigendo barriere che escludono i diversi, e allora generano fanatismo e intolleranza, ma possono essere vissute anche come vie complementari che mirano ad aiutare gli uomini a realizzare la propria umanità, e allora danno frutti di giustizia e di pace. Probabilmente, come suggerisce il Vangelo, è proprio ai frutti di umanità che ha prodotto il messaggio biblico che occorre guardare per giudicare della sua bontà, perché in effetti non siamo uomini per divenire cristiani ma cristiani per divenire uomini. Ed è un fatto singolare che Reale sembri al contrario interessato più alle radici che ai frutti, più alle idee che gli Europei hanno professato che ai loro comportamenti.

  Pronto a segnalare gli aspetti negativi dell'illuminismo ["con l'imposizione della 'Dea-Ragione' come la vera 'Divinità dell'avvenire', l'Illuminismo ha provocato conseguenze decettive di notevole portata"(p XIV)] o della rivoluzione scientifica e tecnologica [accanto agli effetti positivi ci sono quelli perversi "proprio a livello culturale e spirituale"(p 9)], Reale invece non accenna neanche di passaggio alle carenze che, dal punto di vista evangelico, hanno segnato la storia dell'Europa cristiana.

  Anzi, sembra condividere quanto scrive Leone XIII in un passo dell'enciclica Immortale Dei, che "merita di essere citato: Se l'Europa cristiana domò le nazioni barbare e le trasse dalla ferocia alla mansuetudine, e dalla superstizione alla luce del vero; se vittoriosamente respinse le invasioni dei musulmani, se tenne il primato della civiltà, e si porse ognora duce e maestra alle genti in ogni maniera di lodevole progresso, se di vere e larghe libertà potè allietare i popoli, se a sollievo delle umane miserie seminò dappertutto istituzioni sapienti e benefiche; non ci è dubbio, che in gran parte ne va debitrice alla religione, in cui trovò e ispirazione e aiuto alla grandezza di tante opere"(p 6).

  Un quadro obiettivo dell'influenza che il cristianesimo ha esercitato sulla storia europea esige, invece, che si ricordino, accanto alle luci che qui nessuno vuol negare, anche le ombre. Quando, per esempio, alla fine del 300 l'impero romano diventa cristiano, l'imperatore Teodosio ordina: "Noi vogliamo che tutti i popoli a Noi soggetti seguano la religione che l'apostolo Pietro ha insegnato ai romani". Ormai si è cristiani per legge e nei confronti di chi non lo è si usano le maniere forti, che contribuiscono efficacemente al trionfo del cristianesimo sulle altre confessioni religiose. La confisca dei beni e la condanna all'esilio per eretici, pagani ed ebrei, oltre alla distruzione dei templi e delle sinagoghe, hanno dato i loro risultati, tanto che l'imperatore Giustiniano alla metà del 500 può assicurare il vescovo di Roma che tutti i sudditi professano ormai la retta fede cattolica. E l'impero che rinasce in Occidente con Carlo Magno interverrà in maniera ancora più violenta a sostegno della religione. Non soltanto imporrà la conversione con la spada ma punirà con la morte chi non obbedisce ai precetti ecclesiastici: "Chiunque, per disprezzo del cristianesimo, rifiuterà di rispettare il santo digiuno quaresimale e mangerà carne, sarà messo a morte".

  L'Europa medievale è diventata la Christianitas anche con questi metodi, ma chi esalta le radici cristiane sembra dimenticarlo quando esprime il suo apprezzamento per Carlo Magno: "È la grandiosa sintesi tra la cultura dell'antichità classica, prevalentemente romana, e le culture dei popoli germanici e celtici, sintesi operata sulla base del Vangelo di Gesù Cristo, ciò che caratterizza il poderoso contributo offerto da Carlo Magno al formarsi del Continente. Infatti, l'Europa, che non costituiva una unità definita dal punto di vista geografico, soltanto attraverso l'accettazione della fede cristiana divenne un continente, che lungo i secoli riuscì a diffondere quei suoi valori in quasi tutte le altre parti della terra, per il bene dell'umanità". Così scriveva nel 2000 Giovanni Paolo II in un Messaggio al Card. Antonio María Javierre Ortas In occasione del Convegno per il 1200° anniversario dell'incoronazione imperiale di Carlo Magno.

  Non è il caso in questa sede di soffermarsi sui frutti di violenza prodotti da una cristianizzazione che certo non è stata opera solo di uomini pacifici come Benedetto o Cirillo e Metodio: la riconquista della Spagna che ha posto fine all'armoniosa convivenza tra musulmani, ebrei e cristiani, le crociate con la sanguinosa conquista di Gerusalemme, l'Inquisizione nei cui tribunali Innocenzo IV autorizza anche l'uso della tortura, la svalutazione della donna e della sessualità, la caccia alle streghe e la persecuzione degli omosessuali, il genocidio di milioni di nativi in seguito alla 'scoperta' dell'America, la tratta degli schiavi dall'Africa, le secolari guerre tra Paesi europei che pure si dicevano cristiani, la politica coloniale, l'economia capitalistica che prospera sullo sfruttamento dei lavoratori e delle regioni del Terzo Mondo...

  No, non si può suggerire l'idea che il cristianesimo abbia prodotto solo frutti di pace ricordando come "le ideologie, che hanno causato fiumi di lacrime e di sangue nel corso del XX secolo, siano uscite da un'Europa che aveva voluto dimenticare le sue fondamenta cristiane"(Giovanni Paolo II, nel citato Messaggio al Card. Antonio María Javierre Ortas)! Anche nell'Europa cristiana, e anzi proprio a motivo della religione, scorrevano fiumi di sangue: basti pensare all'ultima guerra di religione, la guerra dei Trent'anni che nel 1600 ha fatto, in proporzione, più morti della prima guerra mondiale, la quale del resto è stata scatenata nel novecento da Potenze ancora sedicenti cristiane. E poi se, come afferma Max Scheler in un passo citato da Reale, è un fatto innegabile che il risultato ultimo di un'educazione cristiana "quasi bimillenaria è una barbarie così come il mondo non ne ha mai conosciuta, condotta con tutti i mezzi dell'intelletto, della tecnica, dell'industria, della parola"(p 146), non sarebbe il caso di chiedersi se quell'educazione si ispirava veramente al Vangelo?

Due Europe

  Se la storia europea è stata ed è per tanti versi lontana dallo spirito del Vangelo, il compito più urgente per i cristiani dovrebbe essere quello di operare, collaborando anche con chi non condivide la loro fede, affinché alcuni valori fondamentali siano anzitutto effettivamente apprezzati dai cittadini dell'Unione Europea e poi riconosciuti a livello costituzionale. C'è veramente tanto da fare per chi crede che lo spirito evangelico possa influenzare beneficamente la società contemporanea: contrastare l'attuale rilegittimazione della guerra, i diffusi sentimenti di xenofobia, le varie forme di discriminazione, specialmente in campo religioso o sessuale, il neoliberismo selvaggio che, con la privatizzazione dei servizi pubblici, riduce la protezione dei più deboli e, con la creazione di un mercato globale, ostacola lo sviluppo economico dei Paesi più arretrati.

  Battersi per una più libera e consapevole partecipazione democratica alla gestione del potere, oggi minacciata da una preoccupante deriva populista; per una politica che, fondandosi sul principio di solidarietà, promuova la giustizia sociale nel rispetto della sostenibilità ambientale; e ancora per un'Europa che voglia essere non una fortezza intenta a difendere il proprio benessere ma un modello di società aperta alla collaborazione con gli altri popoli, rafforzando in ogni uomo da un lato il senso di appartenenza e la responsabilità per il territorio in cui vive e dall'altro la coscienza di far parte dell'unica specie umana e di essere perciò, in ultima analisi, cittadino del mondo: tutto questo è poco importante per i credenti, o almeno più difficilmente praticabile senza il riconoscimento nella Costituzione europea delle radici cristiane?

  Il fatto che la Costituzione italiana taccia sulle nostre radici non pare che abbia impedito ai credenti, nella misura in cui il loro cristianesimo non era semplice etichetta esteriore, di vivere il vangelo e di esercitare nel nostro Paese un'azione efficace sui loro concittadini. E del resto, come ricorda un apprezzato giurista, Stefano Rodotà (La Repubblica, 8 novembre 2004), "i grandi padri dell'Europa, i cattolici De Gasperi e Adenauer tra gli altri, ... quando nel 1950 si scrisse il Preambolo della Convenzione europea dei diritti dell'uomo fecero con sobrietà riferimento solo al <patrimonio comune d'ideali e tradizioni politiche>", senza accennare minimamente alle radici cristiane.

  E' inevitabile allora interrogarsi sulle ragioni di tanta insistenza. Le chiese cristiane vogliono forse premunirsi contro possibili attentati alla loro indipendenza da parte dell'Unione Europea? Ma tale pericolo non esiste affatto, dato che anzi la nuova Costituzione "rispetta e non pregiudica" tutte le situazioni di privilegio di cui le chiese godono oggi in base agli specifici sistemi giuridici nazionali, riconosce "l'identità ed il contributo specifico" delle chiese ed impegna l'Unione Europea a "mantenere con esse un dialogo aperto, trasparente e regolare"(art. 51). Cosa si vuole di più?

  Ebbene, il Vaticano chiede molto di più: chiede che la Costituzione stabilisca che l'Europa come è stata così deve continuare ad essere cristiana! Già nell'ottobre del 1982, nel corso del V Simposio dei vescovi d'Europa, Giovanni Paolo II, dopo avere ricordato che "l'Europa è stata battezzata dal Cristianesimo; le nazioni europee, nella loro diversità, hanno dato corpo all'esistenza cristiana; nel loro incontro si sono mutuamente arricchite di valori che non sono solo divenuti l’anima della civiltà europea, ma anche patrimonio dell'intera umanità", affermava: "Se nel corso di crisi successive la cultura europea ha cercato di prendere le distanze dalla fede e dalla Chiesa, ciò che allora è stato proclamato come una volontà di emancipazione e di autonomia in realtà era una crisi interiore alla stessa coscienza europea, messa alla prova e tentata nella sua identità profonda, nelle sue scelte fondamentali e nel suo destino storico".

  Il lento processo di secolarizzazione dell'Europa moderna e la conseguente faticosa uscita dal regime di cristianità medievale sono dunque per Giovanni Paolo II deviazioni da ripudiare con forza. L'identità profonda e il destino storico dell'Europa sono ormai segnati una volta per tutte dal cristianesimo. Saranno possibili sviluppi, adattamenti alle nuove situazioni storiche e alle nuove prospettive culturali: mai però dovrà essere rinnegata la tradizione cristiana. Essa, come per Hegel la sua propria filosofia, è capace di inverare il passato, assimilando quanto di meglio ha prodotto la cultura precedente, e di fondare tutti gli ulteriori possibili progressi! E infatti il papa, in una solenne Dichiarazione sottoscritta il 4 maggio del 2001 assieme a Christodoulos, arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia, ha ribadito il suo impegno contro la secolarizzazione della società europea: "La tendenza emergente a trasformare alcuni Paesi europei in Stati secolarizzati senza alcun riferimento alla religione costituisce un regresso e una negazione della loro eredità spirituale. Siamo chiamati ad intensificare i nostri sforzi affinché l'unificazione dell'Europa giunga a compimento. Sarà nostro compito fare il possibile perché siano conservate inviolate le radici e l’anima cristiana dell'Europa".

  Ecco il cuore della questione! Bisogna fare il possibile per conservare 'inviolate le radici'. E quindi, come scrive Reale, l'unità europea, se pure potrà sperimentare vie nuove, "dovrà mantenere in ogni caso alcuni limiti, non valicabili, imposti dai fondamenti"(p 21), e cioè non potrà mai rimettere in discussione quelle radici primarie "senza le quali non si potrebbe comprendere come e perchè l'idea di Europa e l'uomo europeo siano nati, siano diventati ciò che sono stati, e quindi anche ciò che - per molti aspetti - dovrebbero continuare a essere"(p 24).

  Ora, è assolutamente evidente che chi è convinto della bontà della civiltà europea e cristiana abbia il diritto di considerare la fedeltà al passato un limite invalicabile nell'evoluzione culturale dell'Europa e perciò di opporsi alla secolarizzazione della società contemporanea. Ma l'obiettivo può essere perseguito con modalità diverse: operando a livello culturale, perché simili convinzioni siano condivise da un numero crescente di cittadini europei o pretendendo che la tradizione cristiana sia il fondamento costituzionale dell'Unione europea, così che la violazione di essa diventi un atto di dubbia costituzionalità. Questa seconda via, che è quella attualmente seguita dal Vaticano, in caso di  successo avrebbe implicato infatti, come osserva ancora Rodotà nell'articolo citato, proprio questa conseguenza: "Ogni decisione ritenuta in contrasto con la radice cristiana dell'Unione sarebbe stata sospetta di illegittimità".

  La differenza tra queste due strategie, quindi, è semplicemente abissale, perché la prima rispetta la libertà di scelta di ciascuno mentre la seconda ricorre alla forza del diritto per imporre soluzioni, si pensi per esempio al divorzio o all'eutanasia o ai diritti degli omosessuali, coerenti con la tradizione cristiana anche se oggi sempre meno condivise. A questo punto è evidente che la posta in gioco è enorme: si tratta di scegliere tra un'Europa laica, in cui tutte le posizioni possono confrontarsi senza preconcetti, rispettando la libertà di coscienza sia dei credenti che dei non credenti e garantendo i diritti delle minoranze, e un'Europa confessionale, che identificandosi con una tradizione religiosa si pone sotto la tutela delle chiese che quella tradizione hanno il compito di custodire nella sua integrità, nel migliore dei casi tollerando i devianti.

  Dal momento che il Vaticano non sembra intenzionato a desistere dall'offensiva sulle radici cristiane, c'è perciò da augurarsi che i popoli europei e i loro governi sappiano perseverare nella difesa delle conquiste del pensiero laico, rifiutando il ritorno a quello stato confessionale che è oggetto di dure critiche quando lo si trova in Paesi islamici. Il clima di incertezza e il conseguente bisogno di identità, abilmente alimentati anche sfruttando le paure prodotte dal disastroso scenario internazionale, spiegano la tentazione di una parte non piccola della società europea di aggrapparsi al passato, alle proprie tradizioni, alle autorità carismatiche capaci di proteggere e rassicurare. Ma è ragionevole credere che una simile crisi possa essere superata, archiviando definitivamente la questione delle radici e guardando al futuro, in modo che anche i cattolici possano concentrare la loro attenzione su questioni decisive quali la costruzione di un'Europa che abbia come valore fondante i diritti di tutti i cittadini e non l'assolutizzazione del mercato.

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