Scuola & cultura
Professori, diventate un po' attori!
di Giovanni del Luna
C’è una crisi educativa che ha
ridimensionato il ruolo della scuola nella trasmissione del sapere e
che nasce direttamente dalle trasformazioni culturali del nostro
presente.
Il baricentro della cultura si è spostato verso l’immagine e nuove
forme di oralità, dando avvio a un mutamento profondo nel modo in
cui gli studenti si avvicinano alle materie scolastiche. È una crisi
che non si affronta mettendo mano in continuazione agli ordinamenti
e ai curricula ma puntando a una complessiva riqualificazione del
ruolo dell’insegnante. Dalle aule rimbalzano aneddoti significativi:
il professore di storia che entra in classe, apre il manuale, legge
per un’ora e se ne va. A quel punto la partita è persa. L’unica
storia che si impara è quella della tv o del cinema. L’unico sapere
a cui ci si avvicina è quello appiattito sulla semplificazione
immediata, sul rifiuto della complessità, su una sorta di approccio
«usa e getta» alla cultura che produce un senso comune affollato di
stereotipi, per una conoscenza senza spessore, facile da consumare e
dimenticare.
Un insegnante che voglia essere un educatore sa di dover
«competere», è consapevole di dover scendere in una grande arena
dove si combatte per una posta in gioco che è proprio l’efficacia
nella trasmissione del sapere. I concorrenti con cui si misura sono
molto potenti: il 79% dei minori usa Internet per studiare; è più
agevole da consultare, semplifica l’elaborazione attraverso il copia
e incolla, è un mondo più familiare di quello ostico della lettura e
del libro. A questa presenza straripante della rete la scuola
italiana ha dato risposte deboli e incerte, aumentando la dotazione
di tecnologia nelle scuole e incrementando il training degli
insegnanti per innalzarne le competenze informatiche di base, con un
equivoco di fondo costituito dal fatto di ritenere che il proprio
compito fosse quello di insegnare l’uso degli strumenti. In realtà,
i ragazzi arrivano a scuola già in confidenza con le nuove
tecnologie, ne sanno più degli insegnanti. Non solo; oggi scattare
una foto o girare un video e pubblicarlo in rete è un’operazione che
non richiede particolari competenze; questo comporta il passaggio
dei ragazzi da utenti a produttori e un’ulteriore frattura con le
vecchie pratiche educative. La ricerca recente sui consumi culturali
degli adolescenti offre dati interessanti: la tv è in netto calo,
vanno affermandosi i media digitali (dall’i-pod al telefono
cellulare) e, sebbene Internet sia ormai lo spazio abituale per la
ricerca delle informazioni e la comunicazione, si legge di più e
sono in ascesa le attività fuori casa: cinema, teatro, concerti
live, tempo libero all’aperto.
Allora in crisi non sono tanto i saperi scolastici, quanto la
capacità di trasmetterli. Per farlo non bisogna solo padroneggiare
la materia ma anche saperla raccontare. Tra gli aneddoti che
fioriscono nei corridoi, uno si riferisce alla professoressa che si
commuove quando spiega Leopardi; gli allievi ne ridono, ma nessuno
dimentica quelle lezioni. Si scopre che le risorse per vincere la
sfida sono proprio nell’arma più tradizionale, nella lezione in
classe: i professori di fronte agli studenti, in un’aula; è un
momento in cui la trasmissione del sapere avviene fisicamente con
allievi che ti guardano, ti scrutano, ti ascoltano. Partire dalla
riqualificazione degli insegnanti vuol dire anche sollecitare una
nuova consapevolezza della centralità del proprio corpo, di come i
ragazzi facciano dipendere empatia e ascolto anche dalla postura,
dalla voce, dai gesti di chi «fa» la lezione. Bisogna essere un po’
attori? Certo, visto che ci si mette in scena tutti i giorni. Ma
soprattutto bisogna riscoprire le passioni e le motivazioni di un
ruolo schiacciato dalla burocrazia e dalla penuria delle risorse
economiche per finanziare i corsi di aggiornamento.
Fonte: www.lastampa.it
