Scuola & cultura
La scuola nel paese dei balocchi
di Mario Pirani
Non
credo che l'opinione pubblica abbia afferrato il valore della
reintroduzione degli esami di riparazione, anche se la formula
odierna è assai più articolata di quella in vigore fino al 1995,
quando il ministro D'Onofrio (primo governo Berlusconi) ebbe la
brillante idea, con l'appoggio, però, dell'intero Parlamento, di
abolirli. E, infatti, sarebbe ingiusto addossare tutta la
responsabilità di quella misura al ministro Udc che firmò il
decreto. Era quello il punto culminante di una deriva che dal '68 in
poi vide nella destrutturazione di ogni gerarchia scolastica, in
particolare di quella tra docente e discente, la via per arrivare a
una scuola di massa di stampo egualitario.
Una scuola che, eliminando anche su scala studentesca la formazione
di élites, assicurasse a tutti i giovani, nessuno escluso,
una formazione sufficiente.
L'insegnamento di don Milani che si basava su due pilastri, la
valorizzazione della figura del maestro e lo sforzo per insegnare a
tutti, anche con modalità nuove e particolari per i meno dotati,
venne via via distorto nell'automatismo delle promozioni
generalizzate quale che fosse il grado di apprendimento. Gli
insegnanti vennero esautorati dalla possibilità di premiare e punire
i loro alunni con un voto che veniva perdendo di significato
pratico. La condotta non contò più ai fini del profitto e anche il
bullo più protervo sapeva di potersela cavare, al massimo, con
qualche giorno di sospensione. La figura del docente perse di
conseguenza, tranne per quelli dotati di particolare carisma, ogni
autorità di ruolo. La pedagogia imperante imbrigliò in forma di
direttive, norme burocratiche, imposizioni didattiche l'assieme di
dissennatezze che si era venuto accumulando e le chiamò «riforme»,
firmate con un unico disegno e qualche variabile, da ministri di
sinistra e di destra. Il berlusconismo, poi, incentivò la nefasta
teoria della scuola come azienda (le famigerate tre I: impresa,
inglese, internet) per cui i clienti-studenti avevano ragione per
principio, qualunque cosa pretendessero, e i commessi-insegnanti
dovevano cercare di adeguarsi, pena le reprimende del direttore
aziendale, un tempo preside.
Letizia Moratti accentuò il permissivismo, svuotando l'esame di
Stato, abolendo l'esame finale di ammissione, incrementando il
lassismo dei diplomifici privati. Infine, in un impeto di sincerità,
cancellando l'aggettivazione di Pubblica dalla denominazione del
ministero, che si chiamò semplicemente dell'Istruzione (ora, col
centro sinistra, l'aggettivo è tornato).
Frattanto si passò per legge dal diritto allo studio, garantito
dalla Costituzione, al «diritto al successo formativo», dove non c'è
spazio per l'insuccesso e che nessuna costituzione può assicurare.
Ci pensò l'inventiva pedagogista: chi alla fine dell'anno si
mostrava assolutamente carente gli si dava un voto virtuale, un sei
rosso, come veniva chiamato, perché era scritto sui quadri finali
con questo colore. Poi lo si nascose in nome della privacy e
la carenza è stata, finora, resa nota per lettera ai genitori, con
l'informazione che, per ogni materia con insufficienza grave, il
loro figliolo era gravato da un «debito» che avrebbe dovuto saldare
negli anni seguenti. Ma in tutto quest'arco di tempo solo uno
studente su 4 si è dimostrato capace di saldare i debiti entro la
fine del successivo arco scolastico. La maggioranza ne esce fino al
termine dei corsi con una serie di promozioni che si portano in seno
una sequela di bocciature, cancellate artificiosamente. Magari si
iscrive a Lettere qualcuno che seguita a scrivere cuor col q, da
sempre insufficiente in italiano e latino; o a ingegneria chi non è
mai riuscito a risolvere una equazione. Si è giunti all'assurdo che
molte facoltà universitarie si siano viste costrette ad organizzare
per i nuovi iscritti corsi di italiano, per insegnar loro almeno la
grammatica e la sintassi. Questo spiega la ragione di quelle
classifiche internazionali che condannano i nostri ragazzi agli
ultimi posti in Europa. Il che non vuol dire - si badi bene - che
non vi sia una corposa aliquota di alunni di eccellenza e che
quando, come ormai sovente avviene, completano i loro corsi
all'estero risultino fra i più preparati. Si tratta, infatti, di
giovani studiosi, avvantaggiati, però, dall'esser figli di famiglie
dove la cultura è di casa e/o di buone condizioni economiche.
L'egualitarismo permissivo ha prodotto una scuola dove la differenza
di classe sociale genera una ingiustizia assai più grave che nel
passato.
L'abbandono di ogni principio di autorità, la cancellazione di ogni
concetto di limite, la delegittimazione degli insegnanti ha indotto
una parte crescente di giovani ad immaginare che la scuola sia un
luogo da attraversare di tappa in tappa, anche senza eccessiva
fatica e sforzo, dove ogni tipo di comportamento è tollerato ed
impunito, dove non esiste sanzione, dove i più scansafatiche e i
bulli si affermano e prevalgono nel gruppo, mentre chi studia e si
comporta bene è considerato un fesso, perché tanto, alla fine, il
risultato appare equivalente.
Quest'anno il numero di ragazzi che si avviano alla conclusione del
ciclo scolastico carichi di debiti inesigibili è di ben 800mila, il
41% dell'intera popolazione scolastica delle superiori! Matematica,
italiano, lingua straniera e latino, materie decisive per la
formazione, sono proprio quelle dove si accumulano i debiti. Sono
dati impressionanti e va dato atto al ministro Giuseppe Fioroni e
alla sua vice, Mariangela Bastico (fino a ieri Margherita e Ds), di
essersi mossi con coraggio e intelligenza per arginare il torrente
di ignoranza che rischia di sommergere la gioventù di questo Paese e
per ridare ruolo, senso e dignità alla scuola pubblica. Il «ritorno
all'ordine» da loro intrapreso si è mosso in questo anno e mezzo in
più di una direzione: è stato rivalutato l'esame di Stato,
immettendo nella commissione giudicatrice la metà di commissari
esterni, più il presidente; è stato reintrodotto lo scrutinio di
ammissione alla terza media; briglie più severe sono state tirate
per impedire che i «diplomifici» privati seguitino a sfornare
«facili» titoli di studio, la scuola dell'obbligo è stata alzata a
16 anni. Ora hanno compiuto il passo decisivo, abrogando la
possibilità di trascinare il carico di debiti da un anno all'altro.
A differenza dei vecchi esami di riparazione, si è però previsto un
meccanismo di supporto permanente e gratuito per gli alunni in
difficoltà. Per renderlo operante sono stati stanziati 150 milioni
nella Finanziaria. Secondo questo meccanismo, dopo il primo
quadrimestre si procede a un primo scrutinio e chi risulterà
impreparato dovrà frequentare nel pomeriggio corsi di recupero che
la scuola è obbligata ad organizzare.
Una seconda verifica si avrà al termine del secondo quadrimestre.
Chi risultasse ancora in deficit avrà a disposizione corsi di
ripetizione gratuiti (anche se le famiglie possono optare per una
assunzione diretta del recupero, a loro carico). Entro il 31 agosto
scatta la terza prova. Chi la supera è promosso, chi no ripeterà
l'anno.
In concomitanza anche l'ampio spettro della condotta è stato
investito dal nuovo spirito che sembra animare viale Trastevere. È
inutile ricordare qui - le cronache ne sono piene da anni - i
ricorrenti episodi di bullismo che devastano la vita scolastica.
Finora, in base allo Statuto dei diritti dello studente, potevano
essere al massimo puniti con 15 giorni di sospensione. La punizione,
inoltre, non incideva sulla valutazione di merito (in seguito al
depotenziamento del 7 in condotta). Ora basta. Con un decreto del
Consiglio dei ministri lo Statuto è stato modificato. Gli atti di
prepotenza e violenza verranno sanzionati, commisurandoli
all'infrazione o al reato. La bravata occasionale è altra cosa
dall'aggressione sistematica al ragazzo down. Ma per i
violenti recidivi, i vandali, i diffusori di filmati osceni e simili
sarà possibile l'allontanamento per l'intero anno scolastico, che
risulterà perduto, e la non ammissione all'esame di Stato. La
punizione potrà essere accompagnata da misure sociali. Ad esempio
chi insulta e perseguita un disabile sarà obbligato a frequentare ed
aiutare per un certo periodo una comunità down, così da
acquisire consapevolezza della gravità del suo comportamento. Il
risarcimento degli atti di vandalismo verrà addebitato alle
famiglie. Naturalmente, per assicurare garanzia giuridica alla
punizione, è previsto un organismo interno di ricorso.
Questi i tratti essenziali della svolta in atto. Essa rappresenta un
recupero di valori essenziali dell'insegnamento scolastico, può dare
ai giovani un di più di impegno e di fatica ma anche un grado di
cultura ben più solida per l'avvenire. Soprattutto una possibilità
di maggiore eguaglianza sociale nel grado di apprendimento. La
svolta - che dalle colonne de la Repubblica abbiamo auspicato
da anni - ha incontrato, peraltro, le prime ostilità. Non ci
riferiamo alle comprensibili manifestazioni di piazza dei tanti
giovani che vorrebbero nulla mutasse e il percorso scolastico
restasse privo di ostacoli (ma anche di qualità formative). Il Paese
dei Balocchi ha, infatti, sempre rappresentato una attrattiva fino
al giorno delle orecchie d'asino. No, ci preoccupa di più il
riemergere delle antiche preclusioni da parte di quei grumi della
sinistra, impersonati in questo caso dalla Cgil-Scuola e da
Rifondazione, che hanno bollato l'iniziativa di Fioroni come un
ritorno alla scuola selettiva. Costoro dovrebbero riflettere sul
fatto che la destra, quando è stata al governo, si è mossa invece
proprio nella direzione da loro auspicata. Non a caso pochi giorni
fa il senatore leghista Calderoli, l'autore della legge elettorale
«porcata», ne ha tentata un'altra delle sue con un odg, approvato da
una coorte di demagoghi irresponsabili, teso a silurare il decreto
Fioroni. È sperabile il governo tenga duro, non trovino eco queste
critiche e non si ripeta, come su altri temi, il solito compromesso
al ribasso per snaturare e togliere forza esecutiva alle misure
approvate.
Fonte: La Repubblica - 20 ottobre 2007
