Stato, Chiesa e lo spirito perduto del Concordato
di Gustavo Zagrebelsky
Vorrei riuscire a esprimere
nel modo più chiaro un discorso complesso che potrebbe sintetizzarsi nelle
proposizioni seguenti: il Concordato presuppone una doppia convergente
"disposizione costituzionale" delle due parti contraenti, lo Stato e
la Chiesa; questa disposizione consiste, per lo Stato, nel principio di laicità
contenuto nella sua Costituzione e, per la Chiesa, nella distinzione tra
religione e politica proclamata dal Concilio Vaticano II; questo duplice
presupposto si sta dissolvendo e, con esso, sta franando la base di legittimità
del Concordato stesso. Onde, il pericolo di rinnovate storiche divisioni e di
grave nocumento per tutti.
Sebbene si presenti come
semplice modificazione, il "nuovo concordato" tra lo Stato italiano e
la Chiesa cattolica del 1984 ha basi completamente diverse da quelle del
"vecchio concordato" del 1929. Lo Stato era allora lo stato fascista
e la Chiesa era ancora la chiesa tridentina (ritorneremo sul punto). Ora,
invece, il nuovo concordato è stato stipulato, come è detto solennemente nel
preambolo, «avendo presenti, da parte della Repubblica Italiana, i principi sanciti
dalla sua Costituzione, e, da parte della Santa Sede, le dichiarazioni del Concilio
Ecumenico Vaticano II circa la libertà religiosa e i rapporti fra la Chiesa e
la comunità politica».
Questi documenti non fanno
solo da sfondo al nuovo accordo, ma ne sono anche le premesse e, al tempo
stesso, le condizioni che l'hanno reso possibile e ne sostengono la validità.
Un mutamento d'identità dell'uno o dell’altro contraente, contro la
Costituzione e contro la dottrina del Concilio, travolgerebbe il Concordato,
corrodendone le basi di legittimità. L'identità della Chiesa si era allora
appena delineata nella grande riflessione del Concilio Vaticano II che tanta speranza
aveva suscitato sia nel mondo cattolico non clericale, sia in quello laico
interessato a un dialogo onesto e fruttuoso col primo.
La costituzione Gaudium et spes (capitolo IV, n. 76) è
molto netta nell'affermare che «la Chiesa, in ragione del suo ufficio e della
sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica». La
sua missione non è governare ma diffondere il messaggio evangelico, illuminando
così la vita sociale e promuovendo il "bene comune". Le "cose
temporali" interessano la Chiesa perché anch'essa è di questo mondo,
ma solo «nella misura che
la propria missione richiede. Essa, invero, non pone la sua speranza nei
privilegi offertile dall'autorità civile»; è pronta, anzi, a rinunciarvi, pur
quando legittimamente acquisiti, ove fossero motivo di scandalo, cioè
«potessero far dubitare della sincerità della sua testimonianza». Queste
proposizioni finivano per confluire nella solenne proclamazione dell'indipendenza
e dell'autonomia della comunità politica e della Chiesa, l'una dall'altra nel
proprio campo: autonomia e indipendenza reciproche che dovevano costituire la
premessa di future "sane collaborazioni" per la difesa e la
valorizzazione della persona umana.
Il Concilio fu salutato
come un segno provvidenziale che riconduceva la Chiesa alla sua funzione
evangelizzatrice e l'alleggeriva delle compromissioni col potere politico che,
per non dire di più, l'hanno appesantita e intorpidita nel corso dei duemila
anni della sua storia. Chiunque abbia anche solo una vaga idea di questa storia
non fatica a comprendere le novità di questo ritorno alle ragioni originarie.
Se le reazioni della Chiesa del potere furono, e continuano a essere, di sorda
resistenza, la Chiesa della profezia vide rispecchiate in quelle proposizioni
le sue più vive speranze.
La Chiesa finiva così per
incontrare lo Stato nella medesima concezione del reciproco rapporto. Il primo
comma dell'art. 7 della Costituzione: «Lo Stato e la Chiesa cattolica sono,
ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani», si trova ripetuto, quasi
alla lettera, nella formula della Gaudium et spes: indipendenza e autonomia,
nel proprio campo, della comunità politica e della Chiesa. Queste parole non
sono del tutto nuove nella dottrina della Chiesa. Nell'Enciclica Immortale Dei del papa Leone XIII (1885)
leggiamo che «Dio volle ripartito tra due poteri il governo del genere umano,
cioè il potere ecclesiastico e quello civile, l'uno preposto alle cose divine,
l'altro alle umane. Entrambi sono sovrani nella propria sfera; entrambi hanno
limiti definiti alla propria azione, fissati dalla natura e dal fine immediato
di ciascuno».
Sennonché, subito dopo si
aggiunge un passo che il Vaticano II ha lasciato cadere, segnando così una
grande distanza: «Ma poiché l'uno e l'altro potere [dello Stato e della Chiesa]
si esercitano sugli stessi soggetti, e può accadere che una medesima cosa, per
quanto in modi diversi, venga a cadere sotto la giurisdizione dell'uno e
dell'altro, l'infinita Provvidenza divina [...] deve pure avere composto in
modo ordinato e armonioso le loro rispettive orbite [...] Tutto ciò che nelle
cose umane abbia in qualche modo a che fare col sacro, tutto ciò che riguardi
la salvezza delle anime e il culto di Dio, che sia tale per sua natura o che
tale appaia per il fine cui si riferisce, tutto ciò cade sotto l'autorità e il
giudizio della Chiesa». In sostanza: su tutto ciò in cui, insindacabilmente,
scorgeva una rilevanza per la religione, la Chiesa rivendicava il diritto
preminente di comandare e giudicare, mentre lo Stato doveva piegarsi. Si
trattava, in fondo, di una delle tante riformulazioni della dottrina del
cardinale Roberto Bellarmino, in vigore dalla Controriforma in poi, cioè della
dottrina della potestas indirecta in
temporalibus: competenza ordinaria dello Stato, ma lecita ingerenza della
Chiesa tutte volte che avesse invocato una ragione religiosa.
Il Vaticano Il non esclude
affatto il diritto, anzi il dovere della Chiesa di pronunciarsi su qualunque
materia, anche rientrante nella giurisdizione dello Stato, per enunciare i
principi cristiani pertinenti. Ma queste pronunce sono destinate alla coscienza
dei credenti e, in genere, a coloro che liberamente riconoscono alla Chiesa
un'autorità morale. Data l'autonomia delle cose temporali, poi, l'articolazione
pratica delle scelte contingenti è rimessa all'autonomia dei laici, credenti e
non, sotto la loro responsabilità. Solo così la Chiesa può svolgere la sua
missione senza confondersi con lo Stato. La dottrina che dal Bellarmino,
tramite Leone XIII, arriva fino alle soglie del Concilio, teorizza invece la
commistione, attribuendo alla Chiesa poteri di comando e giudizio sulle
autorità statali.
Mentre il Vaticano II
presuppone una società politica autonoma, nella quale la Chiesa, come ogni
altra autorità morale, può far sentire la sua voce nella libera e paritaria
discussione, con la potestas indirecta
essa si auto attribuisce il diritto di rivolgersi a chi dispone di poteri nel
mondo per dettare legge vincolante per tutti. Nella realtà degli odierni
rapporti tra Stato e Chiesa, riconosciamo più facilmente la dottrina del
Concilio o quella di Bellarmino? La questione non riguarda la definizione dei
temi su cui la Chiesa intende impegnarsi. Non è questo il punto: qualsiasi
materia può coinvolgere la morale cristiana. Riguarda invece gli interlocutori
che essa si sceglie, le coscienze individuali o i poteri costituiti. Questa è
la verifica decisiva e la risposta è evidente; la Chiesa – parlo delle sue
attuali espressioni gerarchiche - sta ritornando a essere, o forse non ha mai
smesso d'essere, la potestas indirecta
d'un tempo. Essa, per affermare i suoi principi morali, privilegia e perfino
ostenta il rapporto che detiene con capi politici o dirigenti di gruppi,
associazioni, movimenti che organizzano il consenso da cui, in democrazia, alla
fine, anche le fortune dei capi politici dipendono. Li convoca, li raduna, vi
si mescola, li seduce e, dove occorre, li ammonisce; ed essi si fanno
convocare, radunare, mescolare, sedurre e ammonire, non mancando ragioni di
convenienza per farlo. La commistione e la collusione non sono forse mai state,
negli ultimi tempi, tanto evidenti. La Chiesa del Vaticano II pensava
principalmente ad altri interlocutori per trasformare la società: le coscienze
individuali, non i poteri mondani. Il preambolo del Concordato, per questa
parte, sta cadendo in macerie.
E dall'altra parte, come si
presenta lo Stato all'incontro concordatario? La Costituzione, italiana
proclama la pari dignità sociale di tutti i cittadini e l’uguaglianza davanti
alla legge, senza distinzione di religione (art 3); il diritto di tutti di
professare liberamente la propria fede religiosa (art.19) e l'uguale libertà di
tutte le confessioni religiose (art. 8): principi che non varrebbero nulla se
non si tenesse ferma la distinzione tra gli "ordini" propri, dello
Stato e della Chiesa cattolica, secondo il già citato articolo 7. Nella celebre
e più volte ribadita sentenza n. 203 del 1989 della Corte costituzionale, tutte
queste proposizioni sono state riassunte nell'idea di laicità, alla quale si è
attribuito il valore di "principio supremo" della forma del nostro
Stato. Questa, secondo la Costituzione cui si richiama il preambolo del
Concordato, è l'identità dell'altro contraente il patto concordatario, lo Stato
italiano.
Ma rivolgiamoci alla
realtà. Il cattolicesimo è oggi in auge forse più che come religione delle
persone, come (surrogato di una) religione civile. Con molta leggerezza, si
parla di supplenza della religione rispetto al difetto di idealità che si vede
nella politica attuale. Le nostre società laicizzate non avrebbero in se stesse
le risorse morali sufficienti per fondare un'unità durevole e, invece di
cercare di darsele, dovrebbero riconoscere umilmente la loro minorità di fronte
alla religione cattolica. Da qui al riconoscimento, forse non teorico ma almeno
pratico, che la legge civile deve basare la sua forza sulla coincidenza con la
morale cattolica e che la legittimità dei governanti non può prescindere dal
consenso e dalla benevolenza dell'autorità ecclesiastica, il passo è breve.
Il cattolicesimo-religione
civile sembra essere assai gradito, per i vantaggi materiali immediati che ne
possono derivare, sia agli uomini di chiesa che a quelli di stato. Questa idea
politica della religione cristiana, pur ben radicata nella storia e nella
dottrina già dei Padri della Chiesa fin dal IV secolo, sembrerebbe essere una
bestemmia dal punto di vista del messaggio di Gesù di Nazareth, ridotto a
strumento di governo o a ideologia. In ogni caso, è un'aberrazione dal punto di
vista di quel supremo principio di laicità che sta scritto nella Costituzione.
La distinzione e l'autonomia dei due "ordini" - ha statuito ancora la
Corte costituzionale nella sentenza n. 334 del 1996 - esclude che si possa fondare
l'autorità delle leggi civili su obbligazioni religiose. Il che precisamente
contraddice, anche dal punto di vista dello Stato, la tentazione di usare il
cattolicesimo, o qualunque altra religione, come religione civile.
Si dirà: ma qui si fa
confusione! Una cosa è l'uso politico-statale del cattolicesimo; altra cosa,
l'uso sociale: vietatissimo il primo, lecitissimo il secondo. Guardiamo ai
comportamenti. Che cosa ci dicono gli incontri, quelli che vediamo e i tanti
altri che non vediamo, tra uomini di Stato e di Chiesa, tra melliflui sorrisi e
reciproci salamelecchi, in cui la religione si compromette alla politica e la
politica alla religione; quegli incontri da cui scaturiscono attese di appoggio
alle aspirazioni degli uni e degli altri che si traducano in indicazioni
elettorali e privilegi legali? Si tratta davvero solo di illuminare
cristianamente la società o non piuttosto di inquinare clericalmente la
politica?
Anche sul versante statale,
dunque, quell' «aver presenti i principi costituzionali» che apre il preambolo
del Concordato pare assai svuotato. Ma questo svuotamento cospira con quello
dei principi conciliari che riguarda la Chiesa. Vanno nella stessa direzione,
non si creano frizioni. Ognuno ci trova un proprio misero vantaggio. Così si spiega
perché nessuna delle due parti ha mai posto problemi di rispetto del
Concordato. Anzi, più ci si allontana dallo spirito, più si fa a gara nel
lodare la propria e l'altrui fedeltà concordataria, la propria e altrui
"sana" concezione della laicità.
Con quest'aggettivazione
(la "sana" laicità, la "vera" libertà, la
"autentica" democrazia, ecc.), non si contribuisce al dialogo e alla
comprensione, poiché ci si fa giudici in causa propria e si squalifica l’interlocutore,
come portatore di idee "insane", "false",
"contraffatte". Ma le difficoltà si imporranno da sé e non sarà con
gli aggettivi che le si risolverà. Non è facile dire quanto questa sospetta
concordia potrà durare indisturbata; fino a quando si potranno alzare le spalle
dicendo: sono polemiche d'altri tempi, "ottocentesche". Tra molti
credenti e molti non credenti, per ragioni sia di fede sia di democrazia,
cresce l’insofferenza, nella stessa misura in cui crescono i privilegi della
Chiesa cattolica - quei privilegi cui essa si è dichiarata disposta a
rinunciare quando facessero scandalo (e sarebbe il caso di riconoscere che
effettivamente fanno scandalo) - e cresce la corsa all'investitura
ecclesiastica del nostro ceto politico. Non fosse altro che per prudenza, sarebbe
un errore non tenerne conto.
La
Repubblica, 25 novembre 2005