Dio Padre (o Padrino?)
di Roberto Scarpinato
In Italia, tranne poche minoranze, si è cattolici non per scelta ma per destino
culturale. Si nasce e si muore senza interrogarsi quasi mai sui temi della
religione: si attraversa un'esistenza scandita dal succedersi di riti -
battesimi, matrimoni, comunioni, funerali - dei quali si è quasi smarrito il
senso. Riti che in fondo sembrano servire a tenerci compagnia, a non farci
sentire soli nella vita.
Ho cominciato a riflettere sulla religione, e in particolare sul cattolicesimo,
quando per motivi professionali ho iniziato a frequentare gli assassini ed ho
dovuto constatare che tanti di loro erano cattolici ferventi e praticanti.
All'inizio si trattava di killer e di capi della cosiddetta mafia militare, per
lo più d'estrazione popolare e di modesta cultura. Ma poi venne la stagione dei
colletti bianchi, degli appartenenti alla borghesia mafiosa. Persone che hanno
frequentato le nostre stesse scuole e che affollano i migliori salotti. Non
sparano in prima persona, ma proteggono gli assassini, li aiutano ad evitare le
condanne, fanno con loro affari lucrosi, e a volte chiedono agli specialisti
della violenza materiale di rimuovere qualche ostacolo che si trova lungo la
strada e che non può essere eliminato con metodi incruenti. Il loro motto è:
"Dio sa che sono loro che vogliono farsi ammazzare". Ricordo tra i
tanti uno dei più rinomati medici di Palermo, che diventò collaboratore e
confessò di essere un mafioso. Lui frequentava la Chiesa e raccontava che suo
zio, il quale era pure un capomafia, si recava a pregare sulle tombe di coloro
che "era stato costretto ad abbattere".
Quando le indagini alzarono il velo anche sulle complicità di uomini politici
potentissimi, dovetti constatare, passando di sorpresa in sorpresa, che taluni
di loro, i quali avevano l'abitudine di recarsi a messa ogni mattina, a volte,
dopo essersi fatti l'ultimo segno di croce, si affrettavano a partecipare a
summit mafiosi nel corso dei quali si discuteva anche di omicidi.
A questo punto sono stato costretto a pormi una domanda: ma come è possibile
che carnefici e vittime preghino lo stesso Dio e che ciascuno di loro sia in
pace con se stesso? A volte certe risposte sono sotto il nostro sguardo, ma noi
siamo ciechi e non abbiamo occhi per vederle. Il mondo, infatti, è pieno di
assassini - ben più feroci di quelli da me conosciuti nella mia esperienza
palermitana - che credono in Dio, sono cattolici praticanti, sono in pace con
se stessi e che muoiono nel proprio letto, convinti di avere bene operato,
confermati in tale convinzione da preti e vescovi che mai li hanno criticati in
vita, e li hanno benedetti in morte. Basterà qualche esempio: che dire del
dittatore Pinochet, il quale ha sempre dichiarato di essere un buon cattolico,
di essere in pace con se stesso e con Dio, e di avere operato per il bene della
patria? E che dire dei generali argentini, che trucidarono migliaia di giovani
ordinando che fossero scaraventati da aerei in volo nell'oceano? Nel corso dei
rari processi ai quali furono sottoposti, alcuni di questi militari per esibire
la loro cattolicità raccontarono di avere iniziato a narcotizzare le vittime,
prima di scaraventarle nell'oceano, raccogliendo il suggerimento di alcuni
prelati i quali avevano fatto loro notare quanto fosse anticristiano ucciderle
in stato di veglia in quel modo crudele.
Il problema dei dittatori latinoamericani non può essere minimizzato, ridimensionandolo
alla follia morale di alcune persone particolarmente efferate. La storia
insegna che le giunte militari argentine, brasiliane e cilene furono il braccio
armato di borghesie latinoamericane che non hanno esitato a fare ricorso al
genocidio di massa per difendere il sistema di privilegi che veniva messo in
pericolo dalle rivendicazioni popolari. Borghesie di milioni di cattolici,
praticanti, che ancora oggi considerano Pinochet, Videla e gli altri militari
degli eroi della patria. Per questo motivo non è stato possibile processarli
prima ed è difficile processarli oggi: sarebbe come processare un'intera parte
della società latinoamericana. Dunque, ritornando alle mie ben più modeste
frequentazioni con gli assassini, di che cosa mi meravigliavo?
Il quesito iniziale, ovvero come sia possibile che vittime e carnefici preghino
lo stesso Dio e siano in pace con se stessi, non riguardava più soltanto
Palermo e la realtà mafiosa, ma si dilatava nello spazio e nel tempo diventando
universale. Ed era un quesito che almeno per me esigeva una risposta.
La risposta che ho tentato di darmi è questa: in realtà vittime e carnefici non
pregano lo stesso Dio, ma un Dio diverso.
Questo miracolo della moltiplicazione di Dio, della coesistenza di più di un
Dio nella stessa Chiesa, avviene grazie al fatto che nella Chiesa cattolica il
rapporto tra Dio e il fedele è gestito da un mediatore culturale: un sacerdote,
un prelato. Ogni strato, ogni segmento della società, ogni tribù sociale
esprime dal suo interno il mediatore culturale con Dio, che dunque è portatore
della stessa visione della vita dell'ambiente che lo ha espresso. Esiste così
un Dio dei potenti, e un Dio degli impotenti. Un Dio dei mafiosi, e un Dio
degli antimafiosi. Un Dio dei dittatori, e un Dio degli oppressi. Così in
America Latina vi sono prelati che siedono alla stessa mensa di dittatori che
hanno commesso genocidi e ne condividono le scelte, e quelli invece, come
monsignor Romero, che stanno dalla parte degli oppressi e si sono fatti
uccidere per difenderne le ragioni. In Sicilia vi è stato un padre
Puglisi e vi sono sacerdoti che invece condividono la cultura mafiosa,
che celebrano messe in chiese affollate dal popolo di mafia e dalla borghesia
mafiosa. E poi ci sono i sacerdoti della cosiddetta palude, cioè quelli che non
stanno né dalla parte della mafia, né dalla parte dell'antimafia, né con la
destra, né con la sinistra, né col centro, ma che stanno solo dalla propria
parte.
Ciascuno sceglie liberamente la propria Chiesa e il proprio Dio. Molto
"democraticamente". Ci troviamo dinanzi ad un politeismo segreto ed
occulto. Questo politeismo è segreto per l'occhio del mondo, ma è conosciuto
dalle gerarchie ecclesiastiche che, tranne qualche eccezione, evitano
accuratamente di scegliere e lasciano che i vari Dio convivano l'uno accanto
all'altro.
Questo non scegliere è possibile anche perché, tranne poche eccezioni, la
predicazione evangelica ha un taglio generalista che consente a chiunque un
approccio non problematico. La predicazione nelle chiese è incentrata sul
valore della famiglia, sulla morale sessuale, e su generici appelli alla
solidarietà, all'amore per il prossimo, alla cosiddetta etica dell'intenzione,
e ad una carità comoda perché si traduce quasi sempre nella cultura
dell'elemosina.
Poiché la realtà supera sempre l'immaginazione, ricordo che in una delle
indagini di Tangentopoli emerse che un famoso uomo politico, già ministro della
Prima Repubblica, in occasione di una rischiosa operazione al cuore aveva fatto
voto alla Madonna che nel caso di esito positivo avrebbe donato cento milioni
delle vecchie lire ad una parrocchia. Dopo il felice esito dell'operazione,
l'uomo politico convocò un imprenditore imponendogli di versare alla parrocchia
l'importo di cento milioni che gli doveva quale tangente per un appalto
pubblico. Nella richiesta per l'autorizzazione a procedere alla Camera, la
procura della Repubblica scrisse che appariva grottesco pretendere di fare
opere caritatevoli con il denaro altrui (1).
La cultura dell'elemosina non costa nulla, soprattutto se l'elemosina viene
fatta con i soldi pubblici. E' una cultura che perpetua le catene della schiavitù
economica e della sottomissione ai potenti, che lascia le cose come stanno e si
traduce in un'acquiescenza all'esistente, in una complicità con l'ingiustizia
sociale. La cultura dei diritti e della legalità invece è scomoda, perché
costringe a prendere concretamente posizione dinanzi ai potenti della Terra,
quelli che operano ai vertici della piramide sociale, e che sono responsabili
dell'ingiustizia sociale, della povertà e del degrado metropolitano: un Moloch
che costringe milioni di persone a sopravvivere in quartieri dormitorio
degradati dove a volte l'economia dell'illegalità (dal contrabbando di
tabacchi, alla prostituzione, allo spaccio di stupefacenti) diventa un'economia
della sussistenza. Le esistenze di tanti che occupano i gradini più bassi della
piramide sociale, si consumano in un ininterrotto via vai da quartieri
abbandonati al degrado, discariche sociali a cielo aperto, alle carceri, altre
discariche sociali assolutamente inumane ed anticristiane perché i detenuti
sono costretti a vivere in celle sovraffollate, destinate a tre o quattro
persone e dove si è obbligati a stare anche in dodici, i condizioni di assoluta
promiscuità.
Quali sono state, tranne poche eccezioni, le risposte delle alte gerarchie
ecclesiastiche a tutto ciò? Silenzio dinanzi alla corruzione sistemica, grave
peccato contro la solidarietà sociale. Silenzio dinanzi alla borghesia mafiosa
e paramafiosa. Silenzio dinanzi all'illegalità di massa di larghi settori delle
classi dirigenti che contribuisce a generare a valle l'illegalità di massa
delle classi popolari. Generici appelli ad una solidarietà che si traduce in
una elemosina praticata con entusiasmo da queste stesse classi dirigenti spesso
con il denaro pubblico. Questo segreto ed occulto politeismo della Chiesa cattolica
produce a mio avviso un fenomeno segreto: il relativismo etico della Chiesa
cattolica.
L'accusa che in questi tempi viene rivolta alla cultura laica democratica è di
alimentare una deriva relativistica dei valori. A fronte di quest'accusa,
basterà ricordare che - come tra gli altri ha recentemente osservato Gustavo
Zagrebelsky (2) - la democrazia si fonda sulla libertà di coscienza di tutti i
cittadini. La libertà di coscienza determina il pluralismo culturale ed il
pluralismo dei valori quindi non significa nichilismo, disprezzo per i valori,
ma al contrario il rispetto per i valori degli altri. Le istituzioni pubbliche
sono il luogo nel quale i diversi relativismi si confrontano in modo
trasparente. Per decidere quale relativismo deve prevalere su un altro, si
adotta il principio della maggioranza. Ma per evitare che il principio della
maggioranza si trasformi nella dittatura della maggioranza, e che quindi il
relativismo della maggioranza diventi assolutismo, lo Stato democratico di
diritto prevede il frazionamento dei poteri, il loro reciproco bilanciamento ed
una serie di garanzie per le minoranze.
Il relativismo della Chiesa cattolica invece è occulto ed è tenuto segreto. Ed
infatti mentre i vertici ecclesiastici rivendicano di essere depositari di una
verità senza se e senza ma e, proprio sulla base di questa verità assoluta,
pretendono a volte di condizionare la legislazione statale, dall'altro lato
nelle chiese e nelle parrocchie di tutto il mondo Dio, la verità e l'etica
cattolica spesso si relativizzano, quali balcanizzandosi.
Perché sui temi che riguardano la quotidiana fatica del vivere, il dolore
causato dalla prepotenza e dalle ingiustizie sociali, a ciascuno è dato di
scegliere il proprio Dio, e quindi la propria etica. Questo relativismo etico
produce a mio parere il pericolo di una vera e propria cristianizzazione
strisciante, di una diserzione dal cristianesimo. In tante, in troppe chiese,
per milioni di fedeli, Dio parla per bocca di preti che frequentano senza
problemi i salotti della borghesia corrotta e di quella mafiosa o le stanze del
potere dei dittatori, e che riducono Dio a guardiano dei comportamenti da
tenersi in camera da letto.
Questo non scegliere, alla base del relativismo di molte gerarchie cattoliche -
fatte salve naturalmente alcun eccezioni illuminanti che restano tuttavia
episodiche o minoritarie - non sempre è praticabile. A volte la realtà ha
costretto le gerarchie cattoliche a scegliere. Ma la lezione della storia
dimostra che non sempre questa scelta è stata a favore degli ultimi e degli
oppressi, i quali sono stati troppo spesso abbandonati al loro destino. In
occasione di un viaggio di lavoro a Buenos Aires, ho incontrato le cosiddette
madri coraggio, che da tanti anni protestano sfilando in silenzio dinanzi ai
palazzi del potere, per chiedere giustizia per i loro cari. In quel tempo la
Spagna aveva chiesto l'estradizione di Pinochet per processarlo ed il Vaticano
aveva espresso la propria contrarietà. Una di queste donne inviò ad una rivista
una lettera che ho conservato e di cui mi colpì il seguente brano: "Lui
[il papa] che avrebbe dovuto alzare una parola quando c'era la violenza, la
disperazione, la strage nelle nostre famiglie, lui che avrebbe dovuto generare
tutta la reazione internazionale perché sapeva cosa stava accadendo, lui ha
taciuto, abbandonandoci nelle mani degli assassini e dei torturatori. Solo noi
sudamericani sappiamo bene cosa è la curia argentina,cilena, sudamericana. Ed
ora che dopo tanti tentativi, tante speranze, pensavamo che si cominciasse
finalmente ad ottenere qualche risposta internazionale alla nostra storia, al
nostro dolore, ancora intatto, lui, finalmente dopo tanto silenzio, parla. Ma
parla per sottrarre alla giustizia il capo dei nostri assassini, per dire no ad
una condanna per i delitti aberranti, terribili che ci porteremo addosso per
tutta la vita".
E' vero che in America Latina ha operato anche monsignor Romero, il quale è
stato ucciso perché difendeva le ragioni dei campesinos . Ma mi pare che le
gerarchie cattoliche non abbiano scelto monsignor Romero, se è vero, come è
vero, che tutta la teologia della liberazione è stata messa a tacere e che il
processo di beatificazione di monsignor Romero è rimasto bloccato per sette
anni.
Ma chi decide queste ed altre scelte? O chi decide le non scelte? Forse il
popolo cattolico? Certamente no. E qui veniamo al nodo cruciale del rapporto
tra democrazia e Chiesa. E' diffusa anche all'interno dello stesso mondo
cattolico l'opinione che, chiusa la breve parentesi conciliare, si è assistito
ad una rivincita delle burocrazie e dei vertici vaticani. La storia
postconciliare sembra riconnettersi con assoluta continuità alla storia
preconciliare. Alcuni parlano del canto del cigno del cattolicesimo medioevale.
Sembra di essere ritornati alla restaurazione di una monarchia assoluta, che
concentra il potere all'interno della Chiesa in un ristrettissimo vertice. Tra
questo vertice e il popolo di base non esiste una vera corrente, una vera
osmosi. Vi è una frattura fra questa realtà di base e i vertici, che sembrano
divenire sempre più autoreferenziale.
Mi pare che all'interno della Chiesa cattolica si stia vivendo una vicenda
analoga e parallela a quella che travaglia la storia del potere nella laicità.
Si assiste ad una ristrutturazione oligarchica e verticistica del potere e ad
una crescente gestione mediatica delle masse. Il cattolicesimo sembra sempre
più ridursi ad immagine mediatica, a miracolismo, a sceneggiati televisivi
sulla vita dei santi, a vari minuti di Vaticano ogni giorno in tv: dovrebbe far
riflettere che i media di regime, che hanno silenziato chiunque si sia rivelato
scomodo per il potere, che hanno censurato l'informazione sui fatti, che
ignorano completamente le esperienze di base del popolo cattolico, facciano
invece da megafono ai vertici vaticani. Come è stato osservato, il vero nemico
del cristianesimo non è stato Diocleziano, ma Costantino. Gesù è stato ucciso
democraticamente dal potere politico e religioso. Il processo a Gesù è
emblematico: il popolo, gestito demagogicamente dal potere, scelse Barabba.
Gesù viene prima ucciso fisicamente dal potere ecclesiastico e politico, e poi
viene ucciso culturalmente dal costantinismo che lo fa diventare instrumentum
regni . E allora il problema, ieri come oggi, resta quello di spezzare il
rapporto perverso tra fede e potere. Spezzare questo rapporto significa
restituire la voce di Dio e di Cristo agli uomini, perché nel corso della
storia lo spazio tra l'uomo e Dio è stato troppo a lungo sequestrato dal
potere. Ritengo che ciò sia compito soprattutto dei credenti e che per
assolvere questo compito sia sufficiente essere coerenti con l'insegnamento di
Cristo, recuperare l'insegnamento antipotere di Cristo. A me pare che uno dei
nuclei del messaggio di Gesù sia proprio la sfida ai potenti, affinché
prendano atto della loro complicità nella sofferenza degli uomini. Solo i
poveri sono innocenti, disse, solo i miserabili sono senza peccato, solo chi
non ha pane è senza colpa. E a proposito del dovere di scegliere, mi pare che
l'etica laica e l'etica cristiana coincidano nel denunciare l'immoralità del
non scegliere. Sartre scrisse: "L'etica consiste nello scegliere, noi
siamo le nostre scelte". E Gesù nel Vangelo (Luca, 12,51) dice: "Voi
pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto
divisione".
Quale divisione? La divisione di chi sceglie. E sceglie di stare dalla parte
degli ultimi e degli oppressi. Una scelta che si traduce nella carità attiva
per la cultura dei diritti, per la liberazione dalle catene del bisogno, una
scelta che condannò Gesù a morte e che sempre nel corso della storia ha
condannato a morte chi ha osato schierarsi contro il potere. La lezione di
Cristo dunque a me sembra esattamente opposta a quella curiale della non scelta
o della scelta a favore del potere. A volte, quando a Palermo mi accade di
partecipare a cerimonie funebri per commemorare le vittime di tanti omicidi
mafiosi, mi guardo intorno e chiedo a me stesso: chissà quanti assassini,
quanti sepolcri imbiancati ci sono qui, in questa chiesa, accanto a me, in pace
con se stessi e con Dio?
In quei momenti chiudo gli occhi: e mi piace immaginare che un giorno qualcuno
scriva sulle facciate di tutte le chiese di Palermo la stessa frase che un
grande vescovo brasiliano aveva dipinto sulla facciata della sua cattedrale: “Il
mondo si divide tra oppressori e oppressi. Tu, cristiano, che stai per entrare,
da che parte stai?”.
Note:
(1) L'episodio è raccontato in dettaglio in G. Barbacetto, P. Gomez, M.
Travaglio, Mani pulite. La vera storia,
Editori Riuniti, Roma 2002, p.197.
(2) Vedi G.Zagrebelsky, "La Chiesa cattolica è compatibile con la
democrazia?", MicroMega n. 2/2006.
La Primavera di MicroMega n. 5 del 30 marzo 2006