L'Occidente patria della
democrazia?
di Elio Rindone
Cadute le altre motivazioni,
i promotori della guerra in Iraq hanno tentato di giustificarla con l'intento
di creare le condizioni perché anche i Paesi dell'area mediorientale possano
godere dei vantaggi derivanti dalle istituzioni democratiche. Il presupposto
continuamente sbandierato, e che si dà per scontato, è che l'Occidente sia la
patria della democrazia: ma è così certo che i Paesi che fanno parte
dell'Occidente, a cominciare da quelli europei, siano davvero democratici?
Qualche dubbio nasce leggendo il volume di Luciano Canfora, La democrazia.
Storia di un'ideologia, Laterza 2004.
La Grecia antica
"Che la democrazia sia un'invenzione
greca è opinione piuttosto radicata"(p 11): ebbene, questa convinzione ha
bisogno di molte precisazioni. Cerchiamo, anzitutto, di capire cosa intendiamo
quando parliamo di democrazia ricordando la definizione più ovvia: è
democratica quella comunità politica che riconosce a tutti i suoi membri il
diritto di cittadinanza, e quindi il potere di prendere parte alle decisioni
che riguardano la città. Ora, nell'antica Grecia una comunità del genere non è
mai esistita, perchè persino ad Atene il diritto di cittadinanza era in realtà
estremamente limitato. Quando infatti, sotto il governo di Pericle (460-429),
la civiltà ateniese conosce la sua splendida fioritura, cittadini di pieno
diritto sono soltanto "i maschi adulti (in età militare), purchè figli di
padre e madre ateniese, e liberi di nascita"(p 33). E se si pensa che,
"nell'ultimo quarto del V secolo a.C., su di una cittadinanza di circa
30.000 maschi adulti in età militare, liberi e purosangue, quasi mai si
raggiungeva una presenza effettiva di 5000 cittadini all'assemblea"(p 38),
si può concludere che il potere fosse di fatto gestito da una piccola
minoranza.
Di diritto, poi, restavano esclusi dalla
cittadinanza non solo le donne, i minori, e coloro che non avevano puro sangue
ateniese ma anche gli schiavi, che erano grosso modo quattro volte più numerosi
dei liberi e che spesso vivevano in condizioni disumane: "la gran parte
degli schiavi di Atene marcivano nelle miniere incatenati in luoghi pestiferi,
come precisa Plutarco a proposito degli schiavi di Nicia"(p 37). La
presenza di un rilevante numero di schiavi, che non contano nulla dal punto di
vista politico, è però decisiva per la prosperità dei liberi, perchè l'economia
ateniese si basa proprio sul lavoro servile e sullo sfruttamento delle
popolazioni sottomesse: "la grande massa delle non-persone è indispensabile
al funzionamento del sistema, che infatti finchè ha potuto si è alimentato con
guerre di rapina e col dominio imperiale"(ivi).
Ma le guerre, condotte soprattutto per mare,
esigono una flotta imponente, sicchè, "al tempo della guerra contro i
Persiani, fu necessaria una ingente manodopera bellica di nuovo tipo: i
marinai, un gruppo sociale e, insieme, un corpo militare al quale non si
chiedeva di armarsi da sè"(p 35). Per condurre una politica estera da
grande potenza, Atene non poteva evidentemente fare a meno di questo corpo
sociale, costituito da uomini liberi ma non appartenenti al ceto dei
benestanti: poteva negar loro la cittadinanza?Per lungo tempo, almeno sino
all'età di Solone (VI secolo a.C.), i non possidenti si erano trovati in una
condizione di inferiorità: poichè infatti "essere guerriero implicava la
disponibilità dei mezzi per provvedere all'armatura, la nozione di
cittadino/guerriero si identificò con quella di possidente"(p 34). Ma nel
V secolo, ammesso che non fosse stata già prima superata, tale discriminazione
è ormai chiaramente insostenibile: "è lì la svolta, l'evento
politico-militare che ha determinato l'allargamento della cittadinanza ai non
possidenti (i teti), i quali assurgono così anch'essi alla dignità di
cittadini/guerrieri: appunto in quanto marinai, nel caso di Atene, della più
potente flotta del mondo greco"(p 35).
E' in questo senso che si può parlare della
nascita del regime democratico nell'antica Grecia: ferme restando le esclusioni
di cui sopra (donne, schiavi...) e l'identificazione cittadino/guerriero, ad
Atene sono considerati cittadini anche i nullatenenti. Proprio qui sta la
differenza tra oligarchia e democrazia: come osserva acutamente Aristotele, la
discriminante tra i due sistemi politici "non risiede nel fatto che a
possedere la cittadinanza siano molti o pochi, bensì se siano possidenti o
nullatenenti"(p 45). Ad Atene, in effetti, si entra a far parte di
importanti organismi politici in seguito a sorteggio, e quindi tutti i
cittadini, indipendentemente dal censo, svolgono funzioni pubbliche. Ciò non
toglie, però, che le cariche più importanti, e quindi il potere effettivo,
rimangano saldamente nelle mani dei possidenti: i gruppi dirigenti "sono e
restano esponenti delle classi alte, delle due più ricche classi di
censo"(p 39).
E tuttavia l'esercizio del potere è in
qualche modo limitato dalla concessione della piena cittadinanza ai
nullatenenti, e ciò provoca una profonda divisione tra i membri della classe
dirigente: alcuni, qualificati come democratici, sono disposti a governare
accogliendo sinceramente le istanze delle masse popolari e accettando di
"dirigere il sistema di cui i non possidenti sono ormai forza
prevalente"(p 42), mentre altri, etichettati dagli avversari come
oligarchi ma che si dicono solo desiderosi di restaurare i principi del buon
governo, chiedono una riduzione del diritto di cittadinanza che escluda "i
non possidenti e riporti dunque la comunità allo stadio in cui cittadini di
pieno diritto siano solo i capaci di armarsi a proprie spese"(p 43).
Proprio queste posizioni antidemocratiche
sono le più diffuse tra gli intellettuali greci: è un dato di fatto, e molto
significativo, che "non esistono testi di autori ateniesi che inneggino
alla democrazia"(p 16). Anzi lo stesso termine 'democrazia', coniato dagli
avversari, era usato dai benestanti per designare un regime in cui i ceti
popolari impongono il loro predominio sugli uomini che posseggono le doti
necessarie per governare, mettendo così in pericolo la libertà dei cittadini e
la loro ordinata convivenza: "per gli avversari del sistema politico
ruotante intorno all'assemblea popolare, democrazia era dunque un sistema
liberticida"(p 13).
E' necessario ricordare questo clima
politico-culturale di diffidenza nei confronti della democrazia per capire il
vero significato di testi che, come il famoso discorso che Tucidide attribuisce
a Pericle (Storie, II, 36-46), apparentemente la esaltano ma in realtà giocano
sulla difensiva. L'intento di Tucidide, contrariamente a quanto si crede comunemente,
è precisamente quello di rigettare l'accusa che nell'Atene democratica regni la
violenza delle classi inferiori; per far ciò, egli "ridimensiona la
portata del termine, ne prende le distanze [...] e dice: si usa democrazia per
definire il nostro sistema politico semplicemente perchè siamo soliti far capo
al criterio della 'maggioranza', nondimeno da noi c'è libertà"(p 13).
Ad Atene non c'è quindi - afferma il Pericle
tucidideo - lo strapotere dei nullatenenti, come sostengono i conservatori, ma un'armonica
convivenza, rispettosa della legalità, che favorisce la libera espressione
della creatività di ciascuno. In effetti, Pericle ha governato per un
trentennio la democrazia ateniese cercando l'appoggio delle masse popolari ma
anche orientandone le scelte politiche; così, pur mantenendo formalmente gli
istituti democratici, egli ha esercitato un potere personale tale che diventa
difficile distinguere una simile democrazia dal principato. Ed è proprio per la
sua capacità di istaurare questo singolare regime politico che Tucidide lo
apprezza: "chi coniò il termine 'principe' (pròtos anèr) a proposito di
Pericle, fu il suo contemporaneo e ammiratore Tucidide. E perciò, delineando un
suo 'ritratto', scrisse che sotto il suo governo ad Atene ci fu <a parole la
democrazia, ma di fatto il governo del pròtos anèr>(II, 65)"(p 13).
Se questa ricostruzione storica è fondata, è
evidente che solo con molte riserve si può parlare di democrazia a proposito
dell'antica Grecia, dal momento che nella stessa Atene si realizza tutt'al più
un compromesso nella distribuzione del potere tra classe dirigente e ceti
popolari, mentre non viene neanche presa in considerazione l'idea che il
diritto di cittadinanza vada esteso a tutti i membri della comunità politica:
la stragrande maggioranza anzi, ed è bene non dimenticarlo, ne è priva.
La
modernità
E quest'idea viene in genere ignorata non
solo nel mondo romano e in quello medievale ma anche in quello moderno. Nei
grandi stati dell'Europa moderna il numero degli abitanti impedisce che i
cittadini si riuniscano in assemblea per deliberare, e quindi le decisioni
politiche possono essere prese solo dai loro rappresentanti. Perchè un regime
rappresentativo sia democratico, quindi, è necessario che riconosca il diritto
di voto a tutti i cittadini. Le rivoluzioni inglesi del '600 e quella americana
del '700, invece, limitano in vario modo il diritto di voto e non eliminano
l'istituto della schiavitù, per cui buona parte della popolazione continua ad
essere costituita da non-persone: "quegli assertori di 'diritti' e di
'libertà' avevano trovato normale continuare a convivere con la schiavitù nelle
loro colonie (nelle colonie altrui, quando le avevano occupate) o addirittura
in casa propria, com'è il caso degli Stati Uniti"(pp 60-61).
Nel corso della Rivoluzione francese, solo la
costituzione giacobina del 1793 (mai entrata in vigore) eliminerà "le
limitazioni censitarie e classiste al diritto di voto"(p 99), e la
Convenzione Nazionale proclamerà solennemente nel 1794 l'abrogazione della
schiavitù anche nelle colonie, e quindi l'eguaglianza di tutti gli uomini. Ma
tali conquiste saranno di breve durata: già col Direttorio si tornerà al
suffragio censitario e nel 1802 la schiavitù nelle colonie sarà ripristinata
per volontà di Napoleone. Perchè sia riconosciuto il diritto di voto alle
donne, poi, bisognerà aspettare ancora: furono ammesse al voto per la prima
volta nel 1869 nello stato del Wyoming, ma nell'intera federazione statunitense
solo nel 1920, in Inghilterra nel 1928, in Francia nel 1945, in Italia nel
1946, in Svizzera nel 1971!
Le classi dirigenti, dunque, hanno cercato di
impedire, spesso con successo, un'effettiva democrazia. Nella stessa
Inghilterra, di solito considerata culla delle istituzioni
liberal-democratiche, il termine democrazia aveva un senso peggiorativo sino
alla fine dell'Ottocento e i possidenti, essendo il voto pubblico, potevano
influenzare facilmente l'esito delle consultazioni elettorali. Essendo nel 1872
il voto divenuto segreto (cosa che in Francia avverrà solo nel 1913), si
mantiene però sino al 1928 la norma (abolita per tutti i ricchi solo nel 1948!)
per cui i proprietari possono votare più volte, in dispregio del principio 'un
uomo un voto'. E tuttavia, quando il termine democrazia acquista una valenza
positiva, diventa corrente la lettura della prima guerra mondiale come
conflitto che oppone il fronte dei Paesi democratici (non solo l'Inghilterra ma
anche la Russia!) a quello dei Paesi autoritari: se si ricorda che,
"quando nel 1914 l'Inghilterra - alleata dello zar - entrò in guerra
contro la Germania e l'Austria, il suffragio nelle elezioni britanniche era
tutt'altro che universale mentre in Germania era tale dal 1871 (in Austria dal
1907), e che nondimeno la guerra fu presentata come lo scontro tra le
'democrazie' e le 'autocrazie' degli Imperi centrali, non si può non restare
ammirati di fronte alla forza pervasiva della retorica"(p 150).
E le cose non andavano meglio negli Stati
Uniti, scesi in guerra a fianco delle potenze sedicenti democratiche: i neri, i
cui diritti politici erano stati riconosciuti con l'abolizione della schiavitù
al tempo della guerra di Secessione, alla fine dell'Ottocento erano stati di
nuovo privati del diritto di voto, assieme a strati consistenti di bianchi
poveri e di immigrati. Solo nel 1966, con due sentenze della Corte Suprema che
dichiarano incostituzionali i requisiti di cultura e di censo ancora richiesti
per essere ammessi al voto, cadranno negli Stati Uniti le ultime
discriminazioni che impedivano l'attuazione del principio del suffragio
universale. E' bene tuttavia ricordare che ancora oggi la normativa che prevede
la registrazione nelle liste elettorali non a carico dello Stato ma
dell'elettore favorisce di fatto l'astensionismo dei ceti popolari, che ovviamente sono quelli che incontrano
maggiori difficoltà a fare le pratiche richieste per l'iscrizione.
Ma per manipolare l'espressione della volontà
popolare non è necessario ricorrere alla restrizione del diritto di voto. I
mezzi di cui i ceti privilegiati si servono per influenzare i risultati
elettorali sono i più vari: dal sistema del collegio uninominale, che
garantisce di fatto l'elezione dei notabili, ai brogli elettorali pilotati dai
prefetti, dai finanziamenti generosamente elargiti ai partiti che difendono gli
interessi della borghesia alle violenze squadristiche... Se, nonostante tutto,
l'esito delle elezioni non risponde alle attese, è sempre possibile violare le
regole del gioco. Dopo la prima guerra mondiale, per esempio, in Italia viene
introdotto il suffragio universale maschile e il sistema elettorale
proporzionale che consente un'effettiva corrispondenza tra eletti ed elettori.
Risultato: sconfitta dei liberali e successo dei socialisti e dei popolari. Ma
nel 1922 Vittorio Emanuele III affiderà l'incarico di formare il governo a
Mussolini, che dispone in Parlamento di uno sparuto numero di deputati:
"il consenso intorno a Mussolini non c'è affatto al momento del colpo di
mano regio che gli affida la guida del governo"(p 217). Se la volontà popolare
non piace, semplicemente non se ne tiene conto e, per evitare in futuro nuove
sgradite sorprese, si approva una legge elettorale maggioritaria che garantirà
il trionfo del listone fascista nelle elezioni del 1924.
L'instaurazione in Italia di un regime
chiaramente dittatoriale non è un motivo sufficiente per una condanna di esso
da parte dei Paesi che si dichiarano difensori dei valori democratici. Pare,
infatti, che un regime venga apprezzato, persino in Inghilterra, non per il suo
tasso di democrazia ma per la sua capacità di opporsi al socialismo, magari in
dispregio della volontà popolare liberamente espressa. Dopo avere riportato,
assieme ad altri giudizi simili, le parole elogiative che nel 1933 Churchill
pronuncia nei confronti di Mussolini: "Il genio romano impersonato da
Mussolini, il più grande legislatore vivente, ha mostrato a molte nazioni come
si può resistere all'incalzare del socialismo e ha indicato la strada che una
nazione può seguire quando sia coraggiosamente condotta"(p 232), Canfora
ricorda che "si dovette attendere molto perchè l'antifascismo venisse
accettato come un valore positivo agli occhi dei democratici ammiratori del
Duce"(p 233).
Insufficienza
del suffragio universale
Ma elezioni a suffragio universale e formalmente
corrette sono sufficienti a garantire una libera manifestazione della volontà
popolare? Assolutamente no: in presenza di eccessive diseguaglianze, masse
prive di un minimo di risorse economiche e intellettuali (istruzione,
informazione...) non hanno la possibilità di scegliere consapevolmente tra le
proposte dei diversi partiti. Se si vuole, perciò, che i diritti di
cittadinanza siano esercitati realmente e non solo teoricamente anche dai meno
abbienti, la società deve impegnarsi ad eliminare quelle situazioni che di
fatto impediscono la loro partecipazione alla vita politica. Impegno assunto,
per esempio, dalla Costituzione italiana che, dopo avere affermato che tutti i
cittadini sono eguali davanti alla legge, riconosce che: "E' compito della
Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando
di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno
sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori
all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese"(art. 3).
Norme costituzionali del genere, è evidente,
sono realmente eversive perchè "mettono in discussione l'ordine sociale
esistente"(p 263), e infatti spesso non vengono tradotte in pratica
neanche dai governi dei Paesi che le hanno approvate. Oggi, poi, sono
considerate decisamente fuori moda, tanto che la Carta dei diritti fondamentali
dell'Unione europea, approvata a Nizza nel 2000, ignora una normativa così
scandalosa e si limita ad affermare che "Tutte le persone sono uguali
davanti alla legge"(art. 20). E a questo criterio s'ispira anche il
Trattato costituzionale europeo del 2004, che recita: "L'Unione rispetta,
in tutte le attività, il principio dell'uguaglianza dei cittadini"(art.
3). Si tratta evidentemente di uguaglianza
puramente formale, perchè di quella uguaglianza sostanziale che metterebbe in
discussione i loro privilegi le classi dirigenti europee non vogliono neppure
sentire parlare. E, come ricorda Canfora, non aveva già scritto Robespierre
alla fine del '700: "quando l'interesse dei ricchi sarà fuso con quello
del popolo? Mai"(p 190)?
In effetti, è difficile negare che negli
ultimi decenni in non pochi Paesi occidentali gli spazi di democrazia si stanno
riducendo: e ciò non solo per la diminuzione degli investimenti statali a
sostegno dei ceti disagiati, col conseguente accentuarsi delle diseguaglianze,
ma anche per la crescente capacità dei mezzi di comunicazione di condizionare
il sentire delle masse. Specialmente la televisione è un mezzo così suadente e
pervasivo che, se non ferreamente regolamentato, mette in pericolo, come
avvertiva Karl Popper, la stessa possibilità di una libera partecipazione
democratica: "essa è diventata un potere troppo grande per la democrazia.
Nessuna democrazia può sopravvivere se all'abuso di questo potere non si mette
fine"(Cattiva maestra televisione, Marsilio 2002, p 80).
E' di tutta evidenza, infatti, che il sistema
televisivo, fornendo alcune notizie e censurandone altre, orienta le scelte
politiche degli elettori, come è provato dalle lotte che si scatenano tra i
partiti per il suo controllo. Ma ben più influenti delle trasmissioni
esplicitamente politiche sono gli altri programmi, che non fanno che esaltare
un unico modello antropologico, quello dell'uomo ricco e di successo:
"Tutto il resto dell'immensa produzione ... è ormai un colossale veicolo
dell'ideologia, o per meglio dire del culto, della ricchezza. ... Il dominio
della merce è diventato culto della merce ed è tale culto che quotidianamente
crea, e alla lunga consolida, il culto della ricchezza. La colossale massa di
emissioni consacrate alla promozione delle merci è, a ben considerare, il
principale contenuto della gigantesca 'macchina' televisiva. ... Quello che ad
una minoranza di fruitori appare come un disturbo (di cui attendere la
conclusione per 'riprendere il filo') è invece il testo principale: ore e ore
quotidiane di inno alla ricchezza presentata, con mirabile efficacia, come
status a portata di mano"(pp 328-329).
Quest'unico messaggio, che produce basso
livello culturale e ottundimento del senso critico, non può che indurre gli
elettori a scegliere governanti che promettono l'avverarsi del sogno: "i
grandi creatori di pubblicità sono dunque i veri e a loro modo geniali
'intellettuali organici' della vincente dittatura della ricchezza"(p 330).
Con l'ovvia conseguenza che i cittadini godono del diritto di voto ma il potere
resta nelle mani di una ristretta oligarchia del denaro "capace di
costruire il consenso e farsi legittimare elettoralmente ... Scenario beninteso
limitato al mondo euro-atlantico e ad 'isole' ad esso connesse nel resto del
pianeta. Pianeta che, altrove, viene messo in riga le armi in pugno"(p
331).
Al termine di questa carrellata appare,
dunque, paradossale la pretesa delle classi dirigenti occidentali di esportare
la democrazia in altri Paesi. Queste non sarebbero più credibili se cercassero
anzitutto di favorire un'effettiva democratizzazione della vita politica a casa
loro? Con ciò non si vuol certo negare la differenza tra regimi democratici e
totalitari: è ovvio che la più imperfetta delle democrazie è sempre preferibile
alla migliore delle dittature. Si vuol dire semplicemente che le democrazie
occidentali sono molto imperfette, tanto da mostrare una singolare e
preoccupante somiglianza con le oligarchie.
Prenderne coscienza è la condizione
indispensabile per incamminarsi verso una vera democrazia: se, infatti, il
governo dell'Atene antica - che, pur essendo senza paragone migliore di quello
dell'Egitto o della Persia, privava dei diritti politici la stragrande
maggioranza, dalle donne agli schiavi - viene ancora oggi considerato
'democratico' e si definiscono 'democrazie mature' gli attuali regimi
occidentali che presentano vistosi sintomi di telecrazia e di plutocrazia, si continua
ad alimentare un equivoco estremamente pericoloso, ingenerando l'illusione che
la meta sia già stata raggiunta.
Occorre, invece, dare alle parole il loro
vero senso. Se, come scrive un importante politologo contemporaneo, Robert A.
Dahl, oltre al suffragio universale "per essere pienamente democratico,
uno Stato deve garantire: diritti, libertà e opportunità di effettiva
partecipazione; uguaglianza di voto; la capacità di acquisire una sufficiente
conoscenza delle scelte politiche e delle loro conseguenze; i mezzi attraverso
cui il corpus dei cittadini possa mantenere un adeguato controllo sull'agenda
delle decisioni e delle politiche del governo"(Quanto è democratica la
Costituzione americana?, Laterza 2003), risulta allora evidente che in Occidente
la democrazia più che una realtà fattuale è un ideale da realizzare e che la
via che resta da percorrere, con gli inevitabili passi avanti e passi indietro, è ancora molto
lunga.
5/11/2004
by
wwwcdbitalia.it