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MAFIA MEDIATICA, MAFIA BORGHESE
di Roberto Scarpinato
(Convegno all'Università di Palermo organizzato il 17 luglio 2006 dalla
Facoltà di Lettere e dal periodico "Antimafia Duemila" - che ha
pubblicato la relazione nei numeri 4 e 5/2006)
Bernardo Provenzano: un utile
genio del male
A prestar fede ai media nazionali
sembrerebbe che dopo l'arresto di Provenzano il problema della mafia sia
stato felicemente risolto o che comunque si avvii ad una soluzione.(…)
Chi vive a Palermo nella dura trincea della quotidianità è costretto a
sperimentare sulla propria pelle come la realtà sia sideralmente lontana
da quella edulcorata e virtuale ammannita dai media di regime. (…) È
costretto a sperimentare come questo sia ancora un luogo dove non esiste
uno statuto della cittadinanza, ma solo quello del suddito e del cliente
e dove, se non fai parte della casta dei potenti e se non hai santi in
paradiso, i tuoi diritti restano sulla carta e vivere è molto difficile,
a volte può diventare un inferno e ti trovi ad un passo dalla morte.
Dico "ad un passo dalla morte" perché questa è una città dove la
malasanità, figlia della mafia bianca e della malapolitica, semina 40
morti in un solo anno. Sono cifre da capogiro, da Terzo mondo. Questo è
un luogo dove se non hai buone entrature personali nel mondo della
sanità il miglior medico resta l'Alitalia, cioè prendi l'aereo e vai a
curarti nell'Italia civile. Una città dove, per quanto riguarda la
nomina dei dirigenti, la distribuzione delle risorse pubbliche, imperano
il clientelismo, il nepotismo, la spartizione lottizzatoria senza nessun
rispetto della meritocrazia e dell'interesse pubblico, cosicché chi si
ostina a restare con la schiena dritta e non si rassegna a vendere
l'anima a qualche padrino politico-mafioso è costretto a restare ai
margini. Una città dove non ha senso parlare di lavoro libero e
dignitoso, perché costituisce una drammatica realtà di massa quella di
migliaia di lavoratori del settore terziario e dell'edilizia che pur di
non essere licenziati accettano di non avere il versamento dei
contributi o accettano il decurtamento sottobanco della busta paga fino
al 40%. Una città nella quale moltissime imprese restano sul mercato
grazie all'evasione fiscale, al mancato pagamento dei contributi ai
dipendenti, al sottopagamento, alla sistematica violazione delle norme
antinfortunistiche che determinano ogni anno morti, incidenti sul lavoro
che non vengono quasi mai denunciati dai lavoratori perché altrimenti
questi verrebbero definiti rompiscatole o inaffidabili e sarebbero
emarginati dal mondo del lavoro. Una città nella quale molte altre
imprese ingrassano non grazie al rispetto delle regole del mercato, ma
grazie alla costruzione di veri e propri oligopoli di settori protetti
da potentati politici e mafiosi. Una città nella quale chi vuole fare
impresa liberamente deve misurarsi con queste e con mille altre
difficoltà e spesso, se ha bisogno di finanziamenti pubblici, di
autorizzazioni, si trova dinanzi alla drammatica scelta di dover
rinunciare o di piegare la testa e infeudarsi a qualche tribù politica
alla quale giurare eterna fedeltà. Una città nella quale il divario tra
poveri e ricchi cresce vertiginosamente.(…). Eppure, a fronte di tutto
ciò e di molto altro a cui non è possibile fare cenno altrimenti
passiamo la serata ad inventariare le illegalità di massa che tempestano
questa città, i media di regime hanno fatto credere all'opinione
pubblica che in Sicilia esisteva un unico grande demiurgo del male, un
unico grande tessitore di illegalità, un'unica causa di sottosviluppo:
il genio del male Bernardo Provenzano ed i suoi accoliti. Non vi è stato
nessun affare sporco in questi ultimi anni, dalla malasanità alla
manipolazione degli appalti, dalle nomine truccate dei primari, ai
manager del settore pubblico dietro il quale non si sia fatto aleggiare
il fantasma del genio del male Bernardo Provenzano. (…)
La censura dei media di Regime
Per comprendere come sia stato
possibile ordire questa colossale truffa culturale che trae in inganno
l'opinione pubblica nazionale e persino alcuni operatori culturali in
buona fede occorre riflettere che il sapere, e in particolare il sapere
sulla mafia, non è mai stato innocente o neutrale. Il sistema mediatico
e culturale che crea l'oggetto mafia, che crea cioè la percezione
collettiva della mafia, non è un mondo a parte, ma rispecchia al suo
interno gli stessi rapporti di potere che esistono nel mondo politico
della società. La strategia da sempre adottata da questo sistema di
potere, divenuta particolarmente raffinata in questi ultimi anni, è
stata quella di puntare tutti i riflettori su Provenzano facendolo
divenire una icona mediatica polarizzante che ha consentito di oscurare
tutto il resto. Con l'espressione "tutto il resto" intendo il rinnovato
ruolo egemonico assunto dalla borghesia mafiosa tornata ad essere oggi,
dopo il decennio della parentesi corleonese, quella che è sempre stata
nella storia della mafia: cioè l'architrave portante del sistema di
potere mafioso.
A proposito dell'oscuramento, per anni Rai e televisioni private hanno
operato una censura sistematica su tutte le vicende criminali che
riguardano la borghesia mafiosa. Faccio soltanto alcuni esempi. Se oggi
provate a chiedere ad un cittadino di Bologna o di Padova o di Roma che
fine ha fatto il processo Andreotti, nove volte su dieci vi sentirete
rispondere che Andreotti è stato assolto con formula piena. E quando
questo cittadino apprenderà che invece con sentenza definitiva è stato
accertato che Andreotti ha avuto rapporti organici con la mafia fino al
1980 ed ha partecipato a riunioni con capimafia in Sicilia in cui si
discuteva dell'omicidio del presidente della Regione Piersanti
Mattarella ti guarderà incredulo ed allibito.
Come si è potuto verificare questo capolavoro di disinformazione di
massa? Mi soffermo su questo aspetto perché costituisce un prototipo
della disinformazione di regime. Tutte le udienze del processo Andreotti
sono state riprese dalle telecamere. Il presidente del Tribunale,
all'inizio del processo, per evitare che l'aula dell'udienza si
trasformasse in un accampamento occupato da decine e decine di operatori
di televisioni di tutto il mondo ha autorizzato soltanto le riprese
televisive della Rai imponendo però l'obbligo alla Rai di cedere le
riprese anche alle altre televisioni private. Ebbene, al termine del
processo è stato impedito che una puntata della famosa trasmissione Rai
'Un processo in pretura' venisse dedicata al processo Andreotti. Così
gli italiani hanno potuto vedere numerose puntate di questa trasmissione
dedicate a delitti passionali, a rapine, a stupri, ma è stato loro
negato di vedere una sintesi di quello che è stato definito il processo
del secolo.
La televisione tedesca ha chiesto alla Rai nazionale una copia delle
riprese televisive dietro pagamento. La Rai ha negato l'autorizzazione.
Bruno Vespa ha dedicato una puntata trionfale della sua trasmissione
Porta a porta all'assoluzione di Andreotti in primo grado. Quando però
Andreotti in secondo grado ed in Cassazione è stato riconosciuto colluso
con la mafia fino al 1980, Vespa ha dedicato due puntate a Padre Pio e
alla vertiginosa crescita del prezzo degli ortaggi in Italia. La stessa
cosa Vespa ha fatto quando Marcello Dell'Utri è stato condannato in
primo grado a 9 anni per concorso esterno con la mafia. Quella sera la
puntata è stata dedicata, se non ricordo male, alla sessualità dei
cinquantenni. Lo storico Nicola Tranfaglia ha raccontato le gravissime
difficoltà che ha dovuto superare per trovare un editore che gli
pubblicasse un libro sul processo Andreotti. L'attrice Piera Degli
Esposti ha affermato che a seguito di fortissime pressioni ha dovuto
rinunciare a mettere in scena lo spettacolo teatrale sul processo
Andreotti. Certamente tutti ricorderete le polemiche sorte dopo la
trasmissione Report. Il servizio di Mariagrazia Mazzola spiegava come in
Sicilia il pagamento del pizzo fosse un fenomeno di massa. Nell'arco di
una settimana è stata imbastita una trasmissione definita di
riparazione, nel corso della quale sono stati intervistati alcuni
imprenditori che hanno dichiarato di non essere mai stati a contatto con
la mafia. Il caso ha voluto che 15 giorni dopo la Procura di
Caltanissetta, nel corso di un'indagine sulla mafia, abbia accertato che
questi imprenditori erano coinvolti nel pagamento di tangenti.
Ricordiamo anche la censura della Rai sulla trasmissione di Lucarelli
dedicata ai mandanti delle stragi e la recente censura operata sulla
fiction di Falcone.
Questi sono soltanto alcuni degli episodi più noti. Ma i giornalisti che
lavorano in Rai raccontano, in camera caritatis, come vivono sulla
propria pelle la censura quotidiana sulle notizie di mafia che
riguardano la mafia politica e i colletti bianchi; una censura che si
esplica certe volte nel tagliare i servizi, altre volte
nell'edulcorarli, altre volte ancora nel mandarli in onda soltanto a
tarda notte. A dimostrazione di come il sistema mediatico e culturale
italiano riproduca al suo interno gli stessi rapporti di forza del
sistema politico, ricordo che l'ultima relazione della Commissione
Parlamentare Antimafia approvata dalla maggioranza di centro destra sia
giunta al punto di negare di fatto il carattere strutturale del rapporto
mafia-politica, riducendolo ad una situazione transitoria (leggo
testualmente) "legata a condizioni di incultura, di scarsa
mobilitazione, a tensioni sociali e a momenti di crisi morale ed
economica".
Questa sistematica censura sul versante della mafia borghese da parte
dei media di regime fa esatto pendant con l'informazione a senso unico
sulla mafia militare e con l'ininterrotto spot su Provenzano elevato a
simbolo totalizzante della mafia. Il culmine di questa strategia è stata
a mio parere la trasmissione dedicata da Rai 2 alla cattura di
Provenzano avvenuta all'interno del covo di Montagna dei Cavalli. (…) Le
telecamere indugiavano ossessivamente su ciotole sporche di ricotta e
sulle masserizie contadine del covo di Provenzano. Il messaggio
culturale era esplicito ed univoco: avete visto che cos'è la mafia? Una
storia di bassa macelleria criminale e di ex pastori come Provenzano che
vivono in casolari come questi che puzzano ancora di stallatico.
Messaggio rilanciato alla grande nei giorni successivi. Nella
trasmissione di La 7 Otto e mezzo condotta da Giuliano Ferrara i vari
intervenuti passavano il tempo a ridacchiare, a darsi di gomito, facendo
del sarcasmo su tutti i magistrati che avevano invece sostenuto in
questi anni i teoremi secondo cui la mafia è una storia che riguarda i
colletti bianchi.
Borghesia mafiosa e borghesia
nazionale di Regime
Alla luce di questa premessa è chiaro
che affrontare il problema del futuro della mafia partendo dalla cattura
di Provenzano e con riguardo solo per gli equilibri interni della mafia
militare e popolare significa cadere nella trappola culturale ordita
dagli apparati di regime. Significa abboccare all'amo degli strateghi
della disinformazione realizzata con l'informazione a senso
ossessivamente unico. (…) Chi conosce la storia di questo Paese sa che
il presente ed il futuro della mafia, oggi come ieri, si gioca piuttosto
sull'evoluzione interna della borghesia mafiosa, una delle componenti
strutturali della borghesia nazionale di regime. Chi conosce la storia
con la S maiuscola di questo Paese sa che quella della mafia non è solo
storia di bassa macelleria giudiziaria, ma è anche e soprattutto la
storia di settori di una classe dirigente delle più violente d'Europa
che dall'Unità d'Italia ad oggi ha usato la violenza mafiosa per
bloccare i processi di rinnovamento politico che mettevano a rischio il
sistema di potere basato sui privilegi e sull'ingiustizia sociale. È la
borghesia mafiosa che nell'immediato dopoguerra ordina la strage di
Portella della Ginestra dopo che le sinistre avevano vinto le elezioni
regionali nel 1947. Ed è la borghesia nazionale di regime, di cui la
borghesia mafiosa è componente, che copre poi i mandanti politici a
livello nazionale. Quella strage e le decine di omicidi di sindacalisti
del mondo politico e contadino chiusero per sempre una stagione
politica, condannando il movimento contadino ad un arretramento e
inaugurando il centrismo a Roma come a Palermo.
Da allora le sinistre non vinceranno più le elezioni e saranno
condannate a restare una forza minoritaria oscillando tra opposizione e
compromesso. Quando circa 30 anni dopo Piersanti Mattarella sulle orme
di Moro tenterà di aprire le porte del governo alla sinistra ancora una
volta la borghesia mafiosa sarà protagonista di un omicidio
politico-mafioso che chiuderà per sempre in campo nazionale la stagione
dei governi di solidarietà nazionale.
Il processo Andreotti ha fotografato e consegnato alla storia questa
vicenda drammatica. Le riunioni nelle quali si è discusso dell'omicidio
Mattarella e alle quali partecipano i capi della mafia militare, i
massimi esponenti della borghesia mafiosa del tempo, Lima e i cugini
Salvo e il simbolo vivente del potere politico nazionale Giulio
Andreotti non sono soltanto un capitolo importante di una vicenda
processuale, ma sono il fotogramma riassuntivo e simbolico di un'intera
storia nazionale. Se vogliamo capire che cos'è stata la mafia, che cos'è
oggi e che cosa sarà domani dobbiamo mettere da parte le ricotte e le
prostate di Provenzano propinateci dagli apparati culturali di regime e
inaugurare una riflessione, un dibattito nazionale serio su questa ed
altre vicende. Dovrebbe essere chiaro a tutti che dai vari Provenzano di
oggi e di ieri avremmo potuto liberarci da più di un secolo se tutti
costoro non avessero goduto a Palermo come a Roma della protezione dei
vertici del potere regionale e nazionale. (…)
Da Calciopoli ai furbetti del
quartierino: Sicilia docet
Quello che è grave è che Sicilia
docet. Le vicende giudiziarie di questi ultimi anni in campo nazionale,
da Calciopoli alla bancopoli dei furbetti del quartierino, dal
Savoia-gate al caso Parmalat, dalla recente tangentopoli pugliese al
caso Sismi, disegnano i contorni di una Italia in cui ampi settori della
classe dirigente sono agglutinati in una costellazione di associazione a
delinquere che mutuano almeno in parte il metodo mafioso per operare
scalate bancarie, conquistare settori di mercato, acquisire il controllo
degli appalti, ottenere illecitamente i finanziamenti pubblici e per
liberarsi degli avversari politici. Associazione a delinquere che a
volte sembra far parte di una più vasta rete.
Il metodo mafioso a volte emerge chiaramente. A proposito di una recente
indagine che ha portato alla richiesta di arresto per concussione
dell'ex presidente della Puglia, il procuratore aggiunto di Bari ha
testualmente dichiarato: "Abbiamo trovato un modo di amministrare
paragonabile all'organizzazione di una cupola destinata a privilegiare
l'interesse privato di pochi". In altri casi il metodo mafioso traspare
a piene mani dalla lettura delle trascrizioni di intercettazioni dove
personaggi che tengono le fila degli illeciti sono in grado di
condizionare interi settori grazie al potere di intimidazione che deriva
loro dal far parte di importanti lobby di potere. Si realizza così che
il problema mafia sia divenuto nazionale contrariamente a quanti ne
sostengono invece la sua regionalizzazione. Si realizza la previsione
sciasciana secondo cui ogni anno che passa la palma sale verso il nord.
Lo stesso Sciascia nello spiegare il senso del romanzo 'Il contesto',
nel quale denunciava la "mafiosizzazione" strisciante della società
italiana, così descriveva l'Italia: "Un Paese dove non avevano più corso
le idee, dove i principi ancora proclamati e conclamati venivano
quotidianamente irrisi, dove le ideologie si riducevano in politica a
pure denominazioni nel gioco delle parti che il potere si assegnava,
dove soltanto il potere per il potere contava. Possono essere siciliani
e italiani la luce, il colore, gli accidenti, i dettagli; ma la sostanza
vuol essere quella di un apologo sul potere, sul potere che sempre più
degrada nella impenetrabile forma di una concatenazione che
approssimativamente possiamo definire mafiosa". (…)
Il pericolo di una "democrazia
mafiosa"
Nel mondo della politica, grazie alla
riforma elettorale e al diniego assoluto anche da parte del
centro-sinistra delle primarie, tutto il potere è stato concentrato
nelle mani di poche oligarchie di partito, di vertici di partito. Una
decina di persone in tutto il Parlamento formano la lista al di fuori di
qualsiasi processo democratico e decidono così autonomamente chi debba
essere eletto. Mario Pirani ha scritto a questo proposito che siamo
tornati ai tempi delle monarchie ottocentesche nelle quali la nomina del
Parlamento veniva graziosamente concessa dal sovrano. Nel mondo del
lavoro grazie alla legge Biagi si è avuta una vera e propria
istituzionalizzazione del caporalato. Nel mondo della magistratura tutto
il potere è stato concentrato nelle mani di 26 procuratori della
Repubblica, piccoli Cesari che sono divenuti gli unici titolari del
potere penale. La fascistizzazione e la feudalizzazione dello Stato
della società civile ha posto le premesse per la creazione della società
dell'obbedienza, per la costruzione di una società in cui l'asse sociale
ruota intorno al rapporto padrone-cliente, sovrano-suddito. Se si
considera che il sistema mafioso si fonda proprio su questa logica, sul
prevalere del potere personale su quello impersonale della norma, sul
prevalere dell'interesse personale del clan su quello pubblico, sulla
cultura dell'obbedienza e della sottomissione ai capi si comprende quale
sia il motivo strutturale e sistemico del proliferare del metodo mafioso
in campo nazionale come profetizzato da Sciascia, Pasolini, Tranfaglia
ed altri.
Alla luce di queste premesse mi pare evidente che oggi come ieri il
futuro dell'antimafia non si gioca a Palermo ma a Roma. Le politiche
criminali e l'azione giudiziaria, quando devono misurarsi con fenomeni
criminali come la mafia che hanno un profondo radicamento sociale e
macropolitico, possono incidere soltanto sugli effetti e non sulle
cause. Oggi più che mai a fronte della deriva autoritaria e feudale del
sistema politico italiano non è possibile, secondo me, nemmeno
immaginare una strategia antimafia se prima non si ripristinano
condizioni di agibilità democratica. Questa agibilità democratica passa
attraverso una sistematica "demafiosizzazione" del sistema politico,
culturale italiano. (Uso questo termine, "demafiosizzazione",
nell'accezione di Sciascia e di Tranfaglia). O se si preferisce
attraverso la sistematica eliminazione di tutte le tossine introdotte
nell'ordinamento in questi anni. Le tossine della istituzionalizzazione
del conflitto di interessi, quelle della legalizzazione della illegalità
della classe dirigente, della confisca della sovranità popolare, della
creazione di un diritto diseguale, della feudalizzazione del tessuto
istituzionale, dell'imbavagliamento della libera informazione, della
precarizzazione del rapporto di lavoro, della sostituzione del potere
personale dei capi al primato della lobby impersonale e generale, della
sottoposizione della magistratura al controllo obliquo della politica,
della legittimazione culturale della corruzione e dei rapporti della
mafia e politica mediante la candidatura e l'elezione di soggetti
inquisiti e condannati per corruzione e mafia. Se queste tossine non
saranno prontamente eliminate dall'ordinamento, dal tessuto
istituzionale italiano il metodo mafioso è destinato a mio parere a
divenire sempre più una componente strutturale della politica e della
società italiana e potremo felicemente avviarci verso quella che alcuni
analisti politici definiscono una "democrazia mafiosa".
Sembra un ossimoro, ma non lo è. I consigli comunali sciolti per mafia
sono un esempio di "democrazia mafiosa". In fondo, se il piduismo tanto
deprecato negli anni ’80 si è fatto Stato, se ciò che fino a 10 anni fa
sembrava fantapolitica è diventato realtà e ci siamo ormai abituati a
conviverci perché non dovremo assuefarci anche ad una borghesia mafiosa?
In questo ipotetico scenario futuro forse potrebbe anche avvenire che
tra qualche anno il tanto deprecato Provenzano rivendichi di essere
riabilitato come uno che veniva da lontano e guardava lontano e quindi
come uno dei padri fondatori della nuova costituzione materiale del
Paese.
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