GLI INTELLETTUALI ITALIANI E LA
CHIESA CATTOLICA
di Elio Rindone
Nessuno può
mettere in dubbio il fatto che la Chiesa cattolica, presente in Italia da
duemila anni, abbia avuto un'enorme influenza sulla nostra storia. Ciò non
significa però che le sue gerarchie, a differenza di quanto è accaduto per il
messaggio evangelico, siano state e siano comunemente apprezzate dalla
maggioranza degli Italiani, o almeno dalla maggioranza degli intellettuali.
Anzi, una rapida rassegna di alcuni tra i nostri più rappresentativi uomini di
cultura attesta esattamente il contrario.
Nel Medioevo il papato, che vuol essere l'autorità suprema a cui è sottomesso
l'impero stesso, appare a molti corrotto dalla brama di potere e di ricchezza.
Già l'iniziatore della nostra tradizione poetica, Dante Alighieri (1265-1321),
nelle sue opere denuncia a più riprese quella brama come causa della decadenza
della Chiesa. Nella Divina Commedia, ad esempio, pone in bocca a Pietro
una violenta invettiva contro i papi del tempo, lupi che travestiti da pastori
sbranano il gregge cristiano invece di custodirlo, portando il papato a livelli
di corruzione inimmaginabili: "Quelli ch'usurpa in terra il luogo mio, il
luogo mio, il luogo mio ... , fatt'ha del cimitero mio cloaca del sangue e de la
puzza ... In vesta di pastor lupi rapaci si veggion di qua sù per tutti i
paschi ... o buon principio, a che vil fine convien che tu caschi!"(Paradiso
XXVII, 22-23, 25-26, 55-56, 60).
Non meno duro il giudizio di Marsilio da Padova (1275-1343), prestigioso rettore
dell'Università di Parigi, che nel Defensor pacis condanna la pretesa
ecclesiastica di interferire nelle questioni temporali e si augura che i fedeli
riescano ad andare oltre le ingannevoli apparenze per scoprire qual è la realtà
della curia papale: "e allora, se mai hanno visitato la curia romana (o,
per parlare con verità, la casa di mercanti e l'orribile spelonca di ladri),
percepiranno chiaramente che essa è diventata quasi del tutto il rifugio di
tutti gli scellerati e di coloro che mercanteggiano sia le cose temporali che
quelle spirituali. ... Ivi si fanno piani accurati per invadere delle province
cristiane ... ma non vi si vede nessuna preoccupazione e nessun disegno per
guadagnare le anime"(II, 16).
Francesco Petrarca (1304-1374), che ad Avignone ha modo di frequentare la corte
pontificia ivi da tempo trasferitasi, se ne fa una pessima opinione, tanto da
parlarne in qualche sonetto del Canzoniere come di "nido di
tradimenti, in cui si cova quanto mal per lo mondo oggi si spande: de vin
serva, di letti e di vivande, in cui lussuria fa l'ultima prova ... scola
d'errori e templo d'eresia ... fucina d'inganni"(CXXXVI, CXXXVIII). Sul
tema il Petrarca ritorna con insistenza nella raccolta di lettere Sine
nomine, di cui il poeta tace appunto il nome del destinatario al fine di
tutelarne la sicurezza, dato il carattere scottante degli argomenti trattati:
alla corte avignonese "l'unica speranza di salvezza è riposta nell'oro ...
in essa non risiede alcuna pietà, alcuna carità, alcuna lealtà! In essa regnano
l'orgoglio, l'invidia, la lussuria, l'avarizia ... Ho conosciuto per esperienza
... come nulla vi sia di santo, di giusto, di equo, di stimabile, e infine
persino nulla di umano ... [Essa è] diventata dimora di demòni, anzi loro
regno, perchè essi vi regnano con le loro arti se pure in veste di
uomini"(Lettere nn 10; 11; 14; 18).
In numerose novelle del Decameron uno dei nostri maggiori prosatori,
Giovanni Boccaccio (1313-1375), ci tramanda un divertente e amaro affresco
della Chiesa del suo tempo. Particolarmente incisiva quella che narra di un
giudeo che si fa cristiano perché convinto che non può che essere animata dallo
Spirito divino una religione che si diffonde nonostante la corruzione della
corte papale: "quivi niuna santità, niuna divozione, niuna buona opera ...
in alcuno che cherico fosse veder mi parve, ma lussuria, avarizia e gulosità,
fraude, invidia e superbia e simili cose e piggiori ... che io ho più tosto
quella per una fucina di diaboliche operazioni che di divine. ... Con ogni arte
mi pare che il vostro pastore e per consequente tutti gli altri si procaccino
di riducere a nulla e di cacciare del mondo la cristiana religione, là dove
essi fondamento e sostegno esser dovrebber di quella"(I, 2).
L'Italia del Quattrocento respira già il clima dell'Umanesimo. Il papato non
svolge più un ruolo politico di carattere universale ma ciò non significa che
voglia dedicarsi ai suoi compiti spirituali. Anzi, è possibile assistere a una
crescente mondanizzazione della corte pontificia, il che provoca ulteriori
critiche. La Chiesa di Roma è stata infatti il bersaglio costante
dell'appassionata predicazione fiorentina del grande riformatore Girolamo
Savonarola (1452-1498), che così la rampogna in uno dei suoi sermoni: "Hai
profanato i sacramenti con la simonia. La tua lussuria ti ha reso una
prostituta. Sei un mostro abominevole. Hai edificato una casa di tolleranza. Ti
sei trasformata da cima a fondo in una casa infame. E che cosa fa la
prostituta? Fa segno a tutti i passanti: chiunque ha del danaro entra e fa
tutto quello che desidera, mentre chi vuole comportarsi bene viene buttato
fuori. E così, o Chiesa prostituta, la vergogna di cui ti sei macchiata appare
agli occhi dell'intero universo, e il tuo fiato avvelenato è salito fino al
cielo".
Sarcastico, invece, il tono usato per parlare della corte pontificia da Nicolò
Machiavelli (1469-1527) nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio:
"per gli esempli rei di quella corte questa provincia [l'Italia] ha
perduto ogni divozione e ogni religione; il che si tira dietro infiniti
inconvenienti e infiniti disordini: perché come dove è religione si presuppone
ogni bene, così dove quella manca si presuppone il contrario. Abbiamo adunque
con la Chiesa e con i preti noi Italiani questo primo obbligo: di essere
diventati sanza religione e cattivi. ... [Chi avesse il potere di spostare la
sede pontificia in Svizzera] vedrebbe che in poco tempo farebbero più disordine
in quella provincia i rei costumi di quella corte che qualunque altro accidente
che in qualunque tempo vi potesse surgere"(I, 12).
Anche Ludovico Ariosto (1474-1533) in una delle Satire denuncia il
carrierismo diffuso negli ambienti clericali e la politica nepotistica dei
papi, impegnati soprattutto ad assicurare domini temporali ai propri discendenti.
Gli ecclesiastici pare che non desiderino altro che di diventare vescovi, e
questi cardinali e infine papi. E "Che fia s'avrà la catedra beata? Tosto
vorrà gli figli o li nepoti levar da la civil vita privata"(II, 208-210).
Quindi far guerra ai signori vicini "per tòrgli Palestrina e Tagliacozzo,
e darli a' suoi, sarà il primo discorso. E qual strozzato e qual col capo mozzo
ne la Marca lasciando et in Romagna, trionferà del cristian sangue sozzo. Darà
l'Italia in preda a Francia o Spagna chè, sozzopra voltandola, una parte al suo
bastardo sangue ne rimagna"(218-225). Tutta la gerarchia ecclesiastica, in
poche parole, appare al poeta dominata da ambizione e avidità: "Ho sempre
inteso e sempre chiaro fummi che argento che lor basti non han mai o veschi, o cardinali
o pastor summi"(232-234).
Perentorio il giudizio che Francesco Guicciardini (1483-1540) formula nelle Considerazioni
intorno ai Discorsi del Machiavelli: "Non si può dire tanto male della
corte romana che non meriti se ne dica più, perché è una infamia, uno esemplo
di tutti i vitupéri e obbrobri del mondo"(XII). E Guicciardini conosce la
corte papale dall'interno, avendo svolto a servizio di Leone X e di Clemente
VII mansioni di grande responsabilità: "Io non so a chi dispiaccia più che
a me l'ambizione, l'avarizia e la mollizie dei preti ... Nondimeno el grado che
ho avuto con più pontefici m'ha necessitato a amare per el particulare mio [per
la mia carriera] la grandezza loro; e se non fussi questo rispetto, arei amato
Martino Luther quanto me medesimo ... per vedere ridurre questa caterva di
scelerati a' termini debiti, cioè a restare o sanza vizi o sanza
autorità"(Ricordi, C 28).
Giodano Bruno (1548-1600) è convinto, invece, che nessuna rinascita culturale
potrà realizzarsi in Europa senza la lotta contro le chiese cristiane,
cattolica luterana o calvinista che siano, perchè tutte ostili al libero
pensiero, che vorrebbero sottomettere a insensati dogmi accettati ciecamente
per fede. Così, nella Cabala del cavallo Pegasèo, innalza un beffardo inno
di lode all'ignoranza tanto amata dalle chiese cristiane: "O sant'asinità,
sant'ignoranza, Santa stolticia e pia divozione, Qual sola puoi far l'anime sì
buone, Ch'uman ingegno e studio non l'avanza; ... Che vi val, curiosi, il
studiare, Voler saper quel che fa la natura ... La santa asinità di ciò non
cura, Ma con man gionte e 'n ginocchion vuol stare ... Nessuna cosa dura,
Eccetto il frutto de l'eterna requie, La qual ne done Dio dopo
l'essequie"(Sonetto in lode de l'Asino). Era inevitabile che con
tali idee Bruno facesse una brutta fine: la sua condanna al rogo doveva servire
da monito efficace.
Nell'età della Controriforma, infatti, l'incontrastato predominio della Chiesa
in Italia non lascia molto spazio alle voci critiche, ma appena la sua autorità
comincia a vacillare le accuse riemergono, anzitutto quella che la considera
usurpatrice di poteri terreni. Fama europea acquista Pietro Giannone
(1676-1748) per le ricerche storiche che gli permettono di mettere in luce le
prevaricazioni della Chiesa sul potere temporale, sino a dimenticare la sua
missione spirituale. Anzi egli arriva ad affermare che il primato papale non è
di origine divina ma è frutto di circostanze storiche, e quindi accidentali: il
ruolo che la città aveva come capitale dell'impero, le grandi personalità che
occuparono quella cattedra vescovile, le ricchezze e gli onori conferiti da
Costantino al vescovo di Roma "queste sono le vere e potissime [più
importanti] cagioni della sua [del papa] preminenza sopra gli altri vescovi dell'orbe
cristiano. Ma dappoi i pontefici romani non vollero attenersi a queste, ma ...
ne inventarono altre [il ruolo attribuito da Cristo a Pietro, e quindi ai suoi
successori], sopra le quali s'ingegnarono stabilire e fondar meglio la lor
potenza, per poterla poi stendere per tutto il mondo"(Il Triregno,
vol. III, Bari 1940, pp 177-178). Si capisce come Giannone, arrestato per le
pressioni della curia romana, sia morto in carcere.
Un'altra accusa ricorrente è quella che vede nella Chiesa la nemica della
libertà. Così Vittorio Alfieri (1749-1803) argomenta il suo giudizio nell'opera
Della tirannide: "La cristiana religione, che è quella di quasi
tutta l'Europa, non è per se stessa favorevole al viver libero, ma la cattolica
religione riesce incompatibile quasi col viver libero. ... Un popolo che rimane
cattolico dee necessariamente, per via del papa e della inquisizione, divenire
ignorantissimo, servissimo, e stupidissimo. ... [Infatti] l'autorità illimitata
sopra le più importanti cose, e velata dal sacro ammanto della religione,
importa e molte e notabili conseguenze; tali, in somma, che ogni popolo che
crede od ammette una tale autorità si rende schiavo per sempre. ... Ma questa
autorità [esercitata mediante l'Inquisizione] dei preti e dei frati (vale a
dire della classe la più crudele, la più sciolta da ogni legame sociale, ma la
più codarda ad un tempo) quale influenza avrebbe ella per se stessa, qual
terrore potrebbe ella infondere nei popoli, se il tiranno non la assistesse e
munisse colla propria sua forza effettiva? Ora, ... dove alligna
l'Inquisizione, alligna indubitabilmente la tirannia; dove ci è cattolicismo,
vi è o vi può essere ad ogni istante l'Inquisizione: non si può dunque essere a
un tempo stesso un popolo cattolico veramente, e un popolo libero"(Libro
I, Capitolo VIII).
Nell'Europa dell'Ottocento, in cui si vanno affermando idee liberali,
democratiche e socialiste, alle vecchie critiche relative alla corruzione si
aggiungeranno ancor più numerose quelle che vedono nella Chiesa un ostacolo al
rinnovamento della società. Desolante, sia dal punto di vista culturale che
morale, il quadro della Roma pontificia delineato da Giacomo Leopardi
(1798-1837). Scrivendo al fratello, il poeta si dice avvilito vedendo "i
più santi nomi profanati, le più insigni sciocchezze levate al cielo, i
migliori spiriti di questo secolo calpestati..., la filosofia disprezzata come
studio da fanciulli" e appare invece divertito quando lo informa di ciò
che si raccontava del cardinale Malvasia, che corteggiava le signore del gran
mondo "e mandava all'inquisizione i mariti e i figli di quelle che gli
resistevano. Cose simili [si dicevano] del Card. Brancadoro, simili di tutti i
Cardinali (che sono le più schifose persone della terra), simili di tutti i
Prelati, nessuno dei quali fa fortuna se non per mezzo delle donne. Il santo
Papa Pio VII deve il Cardinalato e il Papato a una civetta di Roma"(A
Carlo Leopardi, 16/12/1822).
Carlo Cattaneo (1801-1869), pensatore politico di orientamento democratico, tra
i più originali del nostro Risorgimento, attribuisce agli ecclesiastici la
responsabilità di trascurare le parole liberanti del vangelo, abituando così i
popoli all'obbedienza servile: "Molti insegnamenti di libertà stanno
nell'Evangelio; ma il popolo li ha sempre ignorati perché quello è tesoro del
quale i nemici della libertà tengono la chiave. E inoltre vi stanno anche molti
precetti di servitù. E questi vengono ripetuti, e degli altri si tace"(Scritti
politici ed epistolario, Firenze 1892-1902, p 375).
Anche Luigi Settembrini (1813-1876), patriota e letterato di chiara fama,
considera nefasta l'influenza del clero e ritiene che questa influenza dipenda
dai beni che la Chiesa possiede in tutta Italia. Egli chiede perciò di privare
gli ecclesiastici del loro potere economico: "Togliete loro questi beni
che hanno acquistato togliendoli alle vedove, ai pupilli, ingannando i creduli,
vendendo il paradiso, ciurmando la buona gente ... I clerici faranno ogni
sforzo per conservarli, verranno a tutte le transazioni, si faranno anche maomettani
per ritenere i beni che sono la vita, la verità, il Dio vivo e vero per
loro"(25 maggio 1865 in Scritti vari, Napoli 1880, p 301).
Giosuè Carducci (1835-1907) identifica l’irriducibile nemica della patria
italiana nella Chiesa di Pio IX, che per difendere il potere temporale non
esita a spargere il sangue di quelli che pure chiama suoi figli. Prendendo
spunto dalla vicenda di Ugo Bassi, un barnabita che, avendo predicato la
necessità della guerra all’Austria e avendo partecipato alla difesa della Repubblica
Romana, nel 1849 era stato fucilato dagli austriaci, il poeta ribadisce ancora
una volta il suo giudizio sugli effetti perversi dell’alleanza tra potere
politico e religioso: “Quando porge la man Cesare a Piero, Da quella stretta sangue umano
stilla: Quando il bacio si dan Chiesa e Impero, Un astro di martirio in ciel
sfavilla”(Via Ugo Bassi).
Sul tema della Chiesa nemica della libertà e sulla conseguente necessità che lo
Stato garantisca ai cittadini un'educazione laica Antonio Labriola (1843-1904),
il filosofo che ha contribuito alla diffusione in Italia del pensiero di Marx,
ritorna in una Lettera al Comitato pisano per le onoranze a Giordano Bruno:
"A tenere in vita la nazione e a spingerla sicura per le vie del progresso
occorre che gli animi dei cittadini siano emancipati per davvero dal
tradizionale servaggio in cui li ha messi la Chiesa e che questa sia ridotta in
termini tali da non avere nè forza nè potestà da contendere allo Stato alcuno
degli uffici di pubblico educatore"(passo citato in Ernesto Rossi, Nuove
pagine anticlericali, Milano 2002, p 137).
Con la nostra carrellata siamo così arrivati al Novecento, ma la situazione non
cambia: anzi alle critiche dei liberali si sommano quelle di chi vede
nell'alleanza della Chiesa con i ceti privilegiati il tradimento del messaggio
originario di solidarietà con gli ultimi. Nella Storia d'Europa nel secolo
decimonono Benedetto Croce (1866-1952), un pensatore che ha esercitato
un'enorme influenza sulla cultura italiana e che pure riconosceva che non
possiamo non dirci cristiani, scrive che "il cattolicesimo della Chiesa di
Roma [è] la più diretta e logica negazione dell'idea liberale, e che tale si
sentì e si conobbe e volle recisamente porsi fin dal primo delinearsi di
quell'ideale, tale si fece e si fa udire con alte strida nei sillabi, nelle
encicliche, nelle prediche, nelle istruzioni dei suoi pontefici e degli altri
suoi preti, e tale (salvo fuggevoli episodi o giuochi di apparenze) operò
sempre nella vita pratica ... [La Chiesa ormai] si restringe a tutrice di forme
invecchiate e morte, d'incultura, d'ignoranza, di superstizione, di oppressione
spirituale"(Bari 1965, pp 22-23 ).
Proprio il cattolicesimo come è praticato in Italia, scrive lo storico Gaetano
Salvemini (1873-1957) in una Lettera a Francesco Luigi Ferrari del 1930,
merita l'accusa, che non si può rivolgere alle confessioni riformate dominanti
in altri Paesi, di avere una particolare responsabilità nella corruzione morale
dei fedeli: "E' solo dopo essere vissuto in Paesi protestanti che ho
capito pienamente quale disastro morale sia per il nostro Paese non il
'cattolicesimo' astratto ... ma quella forma di “educazione morale” che il
clero cattolico italiano dà al popolo italiano e che i papi vogliono sia sempre
data al popolo italiano. ... Non darei mai il mio voto a leggi anticlericali
(cioè che limitassero i diritti politici del clero cattolico o vietassero
l'apostolato cattolico); ma ... se morirò avendo distrutto nel cuore di un solo
italiano la fede nella Chiesa cattolica, se avrò educato un solo italiano a
vedere nella Chiesa cattolica la pervertitrice sistematica della dignità umana,
non sarò vissuto invano"(passo citato in Ernesto Rossi, Il Sillabo e
dopo, Milano 2000, p 15).
Per Antonio Gramsci (1891-1937), pensatore italiano tra i più significativi del
secolo scorso, il Vaticano è la più grande forza reazionaria esistente in
Italia, interessata soprattutto a conservare i suoi privilegi: la Chiesa
"è disposta a lottare solo per difendere le sue particolari libertà ... cioè
i privilegi che proclama legati alla propria essenza divina; per questa difesa
la Chiesa non esclude nessun mezzo, nè l'insurrezione armata, nè l'attentato
individuale, nè l'appello all'invasione straniera. Tutto il resto è
relativamente trascurabile, a meno che non sia legato alle condizioni
esistenziali proprie. Per 'dispotismo' la Chiesa intende l'intervento
dell'autorità statale laica nel limitare e sopprimere i suoi privilegi, non
molto di più: essa riconosce qualsiasi potestà di fatto e, purché non tocchi i
suoi privilegi, la legittima; se poi accresce i privilegi, la esalta e la
proclama provvidenziale"(Note sul Machiavelli, in Quaderni dal
carcere, Torino 1952, p 238).
L'Italia repubblicana governata dai democristiani, cui la Chiesa pretende di
impartire direttive vincolanti anche in materie temporali che abbiano attinenza
con la religione, sembra al giurista Piero Calamandrèi (1889-1956) non uno
stato laico ma, come intitola un suo articolo, una Repubblica Pontificia:
infatti "i suoi governanti dovrebbero essere soltanto espressione e
strumento della sovranità popolare interna, ma in realtà, come appartenenti al
più vasto ordinamento internazionale dei fedeli, possono esser regolati da
quella suprema autorità esterna [il pontefice], i cui ordini non ammettono
discussioni ... Si ha così il singolarissimo fenomeno di una repubblica
democratica i cui governanti sono, spiritualmente ma non per questo meno
rigorosamente, alle dipendenze di una monarchia assoluta: di un sovrano
assoluto che ha il potere di dettar legge ... a uno Stato che formalmente si
regge a repubblica"(in Il Ponte, giugno 1950).
Negli stessi anni cinquanta il teorico della nonviolenza Aldo Capitini
(1899-1968) indirizza una Lettera all'arcivescovo di Perugia
(27/10/1958) in cui esprime la certezza che la Chiesa non potrà mai contribuire
alla promozione umana e cristiana della società. Questa convinzione aveva
maturato assistendo alla vergognosa alleanza stabilitasi tra il Vaticano e il
governo fascista: "A me, mai iscritto al fascismo per fedeltà alla
nonviolenza, alla libertà di tutti e alla giustizia nelle strutture sociali, la
conciliazione tra il Vaticano e il tiranno, accompagnata da un opulento scambio
per anni di favori e di elogi, chiarì per sempre che non ci si poteva aspettare
dalla Chiesa di Roma nè lo sviluppo dello spirito cristiano nè la difesa della
libertà, della giustizia, della pace"(passo citato in Ernesto Rossi, Nuove
pagine anticlericali, Milano 2002, p 345).
Pier Paolo Pasolini (1922-1975) denuncia in alcune poesie il fatto che i
cristiani che mettono in pratica il messaggio d'amore del Vangelo non si
trovano certo in Vaticano: "Tuttavia, sia pure a parole, non si è
mai dimenticata, essa Chiesa, della carità. Anzi, ci sono esempi (tra i
piccoli: no, no, non certo qui in Vaticano) di pura carità"(L'enigma di
Pio XII). E la commossa partecipazione alle sofferenze degli umili lo
induce a lanciare una dura invettiva contro Pio XII: "Ci sono posti
infami, dove madri e bambini vivono in una polvere antica, in un fango d'altre
epoche. ... Bastava soltanto un tuo gesto, una tua parola, perchè quei tuoi
figli avessero una casa: tu non hai fatto un gesto, non hai detto una parola.
... Migliaia di uomini sotto il tuo pontificato, davanti ai tuoi occhi, son
vissuti in stabbi e porcili. Lo sapevi, peccare non significa fare il male: non
fare il bene, questo significa peccare. Quanto bene tu potevi fare! E non l'hai
fatto: non c'è stato un peccatore più grande di te"(A un papa).
Infine Dario Fo (1926), premio Nobel per la letteratura, per esprimere il suo
giudizio sulla Chiesa si serve, nel Prologo dell'opera teatrale Mistero
buffo (Torino, 2003) che si occupa di Bonifacio VIII, delle parole di un
eremita medievale condannato come eretico: Gioacchino da Fiore "aveva
detto più o meno: Se vogliamo dare dignità alla Chiesa di Cristo, dobbiamo
distruggere la Chiesa [di Roma]. ... E per distruggere la Chiesa non ci basta
far crollare le mura, i tetti, i campanili: dobbiamo distruggere chi la
governa, il Papa, i vescovi, i cardinali. Un po' radicale come
atteggiamento"(p 261). E, a proposito della scena dell'incontro di
Bonifacio VIII con Cristo, non rinuncia a una battuta satirica sul papato in
generale: "Quando ho scoperto il frammento che mi ha ispirato la
giullarata di Bonifacio, alla descrizione dell'incontro fra Cristo e il
pontefice sono rimasto un poco perplesso, ma poi mi sono informato, ho chiesto
a storici illustri e mi hanno spiegato che si tratta solo di un anacronismo,
classico espediente allegorico delle giullarate medievali. Quindi mi sono
assicurato che Cristo non si è mai incontrato con nessun Papa. Ho quindi tirato
un bel respiro di sollievo!"(p 388).
Da questa panoramica risulta evidente che, anche se apprezza il messaggio
evangelico, buona parte dei nostri maggiori intellettuali - credenti o non
credenti, medievali o contemporanei, poeti e filosofi, storici e politici,
liberali democratici o comunisti, ma in genere uomini di forte tempra morale e
in possesso di strumenti critici che permettono di farsi un'idea non banale della
realtà - ha avuto un'opinione estremamente negativa della Chiesa cattolica, e
in particolare dei suoi vertici. E' ovvio che il parere di intellettuali pur
numerosi e autorevoli non è un argomento decisivo per provare la validità di
una tesi: ma non è sufficiente per suscitare almeno qualche interrogativo?
Certo, anche gli intellettuali possono sbagliare. Il loro giudizio sembra però,
in questo caso, confortato da un testo di cui difficilmente la Chiesa potrebbe
contestare il valore: la Scrittura. Per il Vangelo di Matteo pare che
l'ipocrisia sia la caratteristica principale delle autorità religiose:
"Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri
imbiancati: essi all'esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa
di morti e di ogni putridume. Così voi apparite giusti all'esterno davanti agli
uomini, ma dentro siete pieni d'ipocrisia e d'iniquità"(23, 27-28).
La realtà che si nasconde sotto apparenza di pietà per l'evangelista è invece
ben diversa. E' un'avidità sempre pronta a sfruttare le esigenze religiose del
popolo: "Gesù entrò nel tempio e scacciò tutti quelli che vi trovò a
comprare e a vendere; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei
venditori di colombe e disse loro: La Scrittura dice La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera ma voi ne fate una spelonca di ladri"(21, 12-13).
Che avesse sostanzialmente ragione il filosofo neokantiano Piero Martinetti
(1872-1943) che, anche se con una qualche esagerazione, in un'opera ricca di
afflato etico-religioso scriveva: "La chiesa cristiana ha rapidamente
deviato dall'insegnamento evangelico e ciò che diciamo
"cristianesimo" non è la continuazione fedele dell'opera di Gesù ...
Se noi possedessimo gli Acta martyrum di tutti quelli che dal 315 [cioè
da quando con Costantino ha inizio l'alleanza della Chiesa con l'Impero] in poi
hanno affrontato per la loro fede le persecuzioni delle chiese, allora noi
avremmo la vera storia della chiesa di Cristo!"(P. Martinetti, Gesù
Cristo e il cristianesimo, Milano 1934, pp 349; 357).
www.italialaica.it (10-6-2004)