L´IDENTITÀ CRISTIANA
E IL FANTASMA DELL´ASSEDIO
GUSTAVO
ZAGREBELSKY
L´odierna discussione della «questione cattolica» è resa
particolarmente difficile da una comune ma opposta disposizione d´animo diffusa
sia nel mondo cattolico che in quello laico. La si potrebbe dire una sindrome
da accerchiamento. È stupefacente constatare che molti cattolici, in perfetta
buona fede, considerano la propria religione insidiata nella sua stessa
esistenza dalla laicità, identificata con relativismo etico, edonismo, materialismo,
scientismo; che per molti laici, altrettanto in buona fede, è invece
l´attivismo politico della Chiesa a minacciare i principi stessi su cui il loro
mondo si fonda: pluralismo di fedi, convinzioni e modi di vivere, rispetto
delle coscienze, autonomia del diritto dalla morale, libertà della scienza. Per
ognuna delle parti, l´altra è una minaccia. È la condizione più favorevole allo
scontro e meno favorevole al dialogo. Ma il dialogo, tuttavia, per preservare
le fondamenta, è tanto più necessario quanto più difficile. Benemerito chi,
nell´uno e nell´altro campo, opera per tenerlo vivo.
La «questione cattolica» è una messe di questioni: cristianesimo e
identità, Chiesa e Stato, Chiesa e democrazia. Iniziamo dal primo binomio.
Identità è la parola magica di tutti coloro che pensano al
Cristianesimo come religione civile, come strumento di governo delle società.
Le discussioni sul Preambolo del fallito progetto di Costituzione europea sono
state dominate dalla questione dell´identità cristiana. La stessa idea si
riaffaccia ogni volta che, nel nostro Paese, si parla della posizione materiale
e simbolica che è giusto assegnare alla religione nella vita pubblica. Nella
controversia circa l´esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici, alla
libertà e uguaglianza delle coscienze si contrappone l´identità religiosa come
valore nazionale. I privilegi che la Chiesa rivendica come diritti
(insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche, finanziamenti
diretti e indiretti, agevolazioni tributarie, posti nelle più diverse
istituzioni, ecc.) si vogliono giustificare con l´essenza cattolica
dell´identità nazionale. Ancora l´identità è invocata tutte le volte che si
toccano temi di morale tradizionale, come la famiglia e la procreazione. Infine
l´identità in pericolo è l´argomento principe di coloro che – cattolici e non
cattolici – propugnano una politica di difesa aggressiva nei confronti
dell´Islam.
In tutti i casi, identità è la cittadella assediata, l´ultimo
fortino da difendere, magari attaccando, prima della capitolazione. Questa
resistenza unisce cristiani credenti e cristiani non credenti che si dicono
tali per ragioni politiche (teo-con, atei-devoti o come altrimenti li si
denominino).
La spendita politica del Cristianesimo va di pari passo con una
triplice riduzione: A) dell´identità a storia; B) della storia europea a
Cristianesimo e C) del Cristianesimo a Chiesa. In tal modo, il gioco è fatto:
la difesa dell´identità finisce con l´allineamento alla Chiesa. Vediamo.
A). Identità è un modo per dire «carattere essenziale». Nel
dibattito pubblico, la parola è stata banalizzata. Quasi non c´è «opinionista»
o uomo politico che non se ne serva a piene mani. Ma la banalità nasconde le
ambiguità. Soprattutto, occulta la domanda se l´identità sia un fatto oppure,
nei limiti in cui siamo capaci di elaborare e selezionare culturalmente il
nostro passato e progettare un avvenire, un´elezione. Come se non potesse
essere altrimenti, la si assume come fatto o, meglio, insieme di fatti, cioè
storia. La questione dell´identità, nella sua essenza, è una questione di
filogenesi storica, di competenza della storiografia.
Siamo prodotti della storia e non possiamo negare la storia senza
negare noi stessi. Quante volte si è detto: non possiamo recidere le radici! E
le radici sono un dato della vita naturale.
Questa concezione dell´identità è acritica e aggressiva e
corrisponde all´idea di sé propria delle società tribali. E´ acritica, perché
nell´identità in cui dovremmo riconoscerci starebbero, allo stesso titolo e col
medesimo valore, il centurione che presso il Colosseo ci ricorda il panem et
circenses, l´Accademia dei Lincei che rinnova il ricordo dell´Umanesimo
italiano, la Marcia su Roma e le Fosse Ardeatine, per fare qualche esempio. Non
è forse una coincidenza se una certa storiografia revisionista che, tramite
assoluzioni generalizzate e appiattimento dei valori, chiede l´assunzione in
blocco del passato nella nostra identità «nazionale» è la stessa che difende il
Cristianesimo come religione civile. Ma questa concezione è anche aggressiva.
Di fronte alle sfide, non ci possiamo mettere in discussione. Se lo facessimo,
tradiremmo noi stessi o il gruppo cui apparteniamo. L´unica possibilità è
l´autodifesa e qualunque mezzo è a priori legittimo, anzi santo. Appellarsi
all´identità equivale a battere il pugno sul tavolo contro gli estranei che
sono o si affacciano tra noi.
Una volta «chiarita» la nostra autentica identità, che cosa
dovrebbe fare chi non vi si riconosce o, peggio, non vi è riconosciuto dagli
altri? Dovrebbe accettarla obtorto collo, per non essere meno cittadino? O
dovrebbe addirittura scomparire, se i caratteri dell´identità (come l´etnia o
la «razza») non permettessero adattamenti? E´ una storia antica. Non si è
compreso che, dietro una parola apparentemente dotta, minacciosamente fa di
nuovo capolino il nazionalismo etico. Ma non dovrebbe essere la Chiesa a
rifiutare questa idea di identità: proprio la Chiesa cattolica che, tra tutte
le chiese, è la più orientata all´azione missionaria? Il proselitismo nel campo
occupato da tutte altre tradizioni religiose non si basa forse sull´idea che
ogni persona e i popoli interi possono essere artefici della loro identità, che
non l´ereditano come un fagotto obbligatorio?
B). La civiltà europea come storia solo cristiana è un´idea
onnivora, già a prima vista bizzarra. Eppure, è proprio questo che gli
apologeti della religione civile cristiana sostengono quando attribuiscono al
cristianesimo la primogenitura in tutto ciò che oggi ci pare buono e bello. Si
dice, ad esempio, che la democrazia - vanto dell´Occidente - non vive senza
condizioni: fiducia reciproca, pari dignità degli esseri umani, senso di
responsabilità e di giustizia, tolleranza e rispetto; che tutto ciò è ethos
cristiano e che dunque la democrazia è figlia del Cristianesimo. Così, però, si
gioca sull´equivoco. L´affermazione può valutarsi diversamente a seconda che
per Cristianesimo s´intenda messaggio cristiano o storia della Chiesa.
Limitiamoci al rispetto e alla tolleranza. Certamente, il
messaggio cristiano non giustifica nulla che faccia violenza alla libertà. Il
Cristo non obbliga nessuno. Nella grande tentazione satanica del deserto (Mt 4,
1-11; Lc 4, 1-13), egli rifiuta la coercizione delle coscienze: rifiuta il
comando che costringe, il miracolo che seduce, i beni materiali che corrompono.
Nessuna sanzione colpisce chi rifiuta la chiamata, se non un poco di tristezza
(Mt 19, 23; Mc 10, 22; Lc 18, 23). La conversione è, per antonomasia, l´atto di
libertà della coscienza. Ma chi oserebbe negare che nei secoli la Chiesa abbia
invece piuttosto avversato la democrazia e appoggiato ogni sorta di autocrazia,
che abbia praticato più l´imposizione che il rispetto delle coscienze? Chi
potrebbe dimenticare la violenza di cui è stata dispensatrice in nome della
fede che custodiva? Chi può avere la memoria così breve da ignorare che l´unica
«libertà» riconosciuta è stata a lungo quella di aderire alla vera religione e
che ogni rivendicazione di libertà diversamente indirizzata è stata oggetto di
dure condanne?
Le libertà provengono piuttosto dalla contestazione dell´autorità
della Chiesa: una contestazione che, in taluni casi, ha preso a base lo spirito
evangelico dell´uguale dignità dei figli di Dio per rivolgergliela contro ma,
in molti altri, ha avuto radici apertamente razionaliste, immanentiste, teiste,
scientiste, atee: in genere a - o anti-cristiane. Senza di ciò, la Chiesa
stessa non sarebbe quella che è: la Chiesa che si è disposta ad accettare la
sfida del «mondo moderno», cioè del nemico contro il quale per molti secoli
aveva militato.
La storia d´Europa non è dunque storia solo cristiana, nemmeno
storia cresciuta tutta entro le contraddizioni generate dalle possibilità del
logos cristiano.
Non ci sono ragioni d´opportunità o d´opportunismo che giustifichino
autentiche appropriazioni indebite, per esempio in tema di diritti umani.
Secondo la tradizione cattolica, aristotelico-tomista, il diritto è l´ordine
naturale oggettivo, al quale il singolo deve conformarsi. Per la tradizione
moderna, che inizia col Rinascimento, la prospettiva si rovescia addirittura e
il diritto diventa prerogativa dell´individuo che autonomamente agisce nella
società. Scavando nelle controversie tra papato e ordini monastici, nelle
glosse dei giuristi medievali e nella filosofia della cosiddetta seconda
scolastica, qualche studioso ha rintracciato qua e là rari e sempre discutibili
indizi di uso del termine ius in senso soggettivo, invece che oggettivo, e ha
concluso che nemmeno la concezione moderna dei diritti può ascriversi a un pensiero
diverso da quello cristiano. Tali tentativi di revisione storiografica hanno
avuto una ragione di politica culturale precisa, legittimare quella che a
molti, all´interno del mondo cattolico, poteva apparire una cesura nelle
radici: l´adesione del Concilio Vaticano II allo spirito moderno dei diritti
umani. La fondatezza di questi studi, pur mossi dalle migliori intenzioni, è
però più che dubbia. Ma è bastato il tentativo perché ci si sia buttati senza
discernimento, non temendo di relegare in secondo piano, quasi come
sottoprodotto, i diritti umani sorti dalle comunità riformate, dal
razionalismo, dal liberalismo, dal socialismo: diritti che la dottrina della
Chiesa ha per secoli condannato e, sotto certi aspetti, ancor oggi condanna nei
suoi massimi documenti normativi.
Questa cedevolezza fondata sulla dimenticanza non è solo
fastidiosa. È è anche dannosa, perché appiattisce le cose nel più insulso degli
accomodamenti, concettualmente e moralmente privo di nerbo. Tutto sembra la
stessa cosa. Invece, la dottrina laica dei diritti non è quella cattolica, come
risulta da un punto cruciale: per la prima, il limite dei diritti è l´uguale
diritto altrui; per la seconda, l´ordine naturale giusto. La differenza è
capitale. La prima dottrina mira alla libertà; la seconda, alla giustizia.
Valori diversi e, in certi casi, anche in conflitto, come
constatiamo, ad esempio, a proposito del riconoscimento delle unioni al di
fuori della famiglia tradizionale: per gli uni, non fanno male a nessuno; per
gli altri, sono comunque «disordinate».
Solo mantenendo le differenze si può salvare la ricchezza delle
diverse tradizioni: nella specie la tensione alla libertà (contro il quietismo
oppressivo della giustizia) e la tensione alla giustizia (contro la prepotenza
senza limiti).
C). In ogni caso, il Cristianesimo non è solo istituzione mondana.
La riduzione dell´uno all´altra ucciderebbe lo spirito cristiano, espressione
della parola divina trascendente ogni concretizzazione storica. Lo spirito
cristiano non è una cultura dominante, una scala di valori temporali definita o
una forma politico-culturale realizzata. Addirittura, non può nemmeno mai
identificarsi pienamente con un´organizzazione confessionale, una chiesa o una
«comunione di santi» storicamente determinate.
Sarebbe comunque riduzione mondana, culturale, etica, politica o
chiesastica, nella quale il finito pretenderebbe di costringere l´infinito. Una
tale riduzione ucciderebbe la speranza nello spirito e la Chiesa, secondo un
monito di Soren Kierkegaard, sarebbe addirittura «annientata».
Il Cristianesimo è «spada che divide» il mondo (Mt 10, 34-35; Lc
12, 51-53); è «dal mondo» ma non «del mondo» (Gv 15, 19). Il Cristianesimo come
«religione civile» sarebbe una confusione letteralmente anti-cristiana. Il
messaggio di Gesù di Nazareth diventerebbe un´ideologia come un´altra, un
collante sociale ambiguo e mellifluo, al servizio di ordinamenti costituiti.
Per questo, è segno di totale sbandamento, è anzi motivo di scandalo,
l´applauso opportunistico che certi «cristiani per fede» (chierici e laici)
tributano oggi a certi «cristiani solo per politica».
«La Chiesa è una sola complessa realtà risultante di un elemento
umano e di un elemento divino»; essa «è visibile ma dotata di realtà invisibili
[...], presente nel mondo e, tuttavia, pellegrina»: dice il Catechismo della
Chiesa cattolica (n. 771), aggiungendo una splendida citazione da Bernardo di
Chiaravalle ove, a commento del Cantico dei cantici, si paragona così la donna
amata alla Chiesa: «corpo di morte, tempio di luce [...] Bruna sei, ma bella, o
figlia di Gerusalemme [Ct 1,5]: se anche la fatica e il dolore del lungo esilio
ti sfigura, ti adorna tuttavia la bellezza celeste». Su questa doppia natura,
proprio la Chiesa cattolica ha costruito la dottrina che le consente di passare
indenne attraverso errori e anche nefandezze dei suoi uomini.
Essi, per quanto infedeli al Vangelo di Cristo, non ne intaccano
lo spirito. Non si giudica il Cristianesimo solo a partire dai cristiani:
nonostante i loro peccati, la Chiesa è santa e non per la virtù dei suoi figli
ma in virtù dello spirito. Questa tensione è ciò che immunizza la Chiesa -
institutio divina ma «sempre bisognosa di purificazione» (Catechismo, n. 827) -
dall´effetto mortifero dei suoi peccati. Ma se la Chiesa rinnega la sua
dualità? Se i suoi uomini si attribuiscono il pieno possesso dello spirito
confondendolo così con quel mondo che essi sono, come potrà non valere anche
per la Chiesa la legge inesorabile di tutte le istituzioni «secolarizzate» che
si insudiciano della corruzione dei loro membri e, alla fine, ne sono travolte?
All´inizio del terzo Millennio, il papa Giovanni Paolo II ha
ritenuto necessario chiedere perdono a Dio per un´impressionante sequela di
misfatti della Chiesa cattolica, tutti dovuti a commistioni di fede e potenza
mondana. È stata un´ammissione di colpa rivolta al passato ma nulla impedisce
di ipotizzare che altre ammissioni domani dovranno ripetersi con riguardo al
nostro presente, quando sarà anch´esso passato. Questa è umiltà cristiana. Sbagliare
compromettendo nell´errore lo spirito divino, oltre che se stessi, sarebbe
invece il massimo dell´orgoglio.
In breve, ricapitolando i tre punti, possiamo dire che la
riduzione dell´identità a mera storia è una seduzione tribale; la riduzione
della storia europea a storia cristiana, un falso storico; la riduzione del
Cristianesimo a Chiesa, un peccato contro lo spirito. Che ne viene, allora?
Allora, non limitiamoci a confrontarci su ciò che siamo stati ma ragioniamo
soprattutto di quel che vogliamo essere; diamo al Cristianesimo il posto che
gli spetta nella storia spirituale europea, non come tutto bensì come parte di
un tutto assai più vasto e composito; riconosciamo alla Chiesa il pieno diritto
di partecipare, insieme agli altri, alla definizione delle nostre identità
collettive, ma in parità morale con ogni interlocutore, senza che il nome
cristiano giustifichi una pretesa d´incontestabilità.