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DONNE, DONNE, ETERNI DEI… di Carla Pelli “Donne, donne, eterni dei…” è risultato vincitore del titolo “Donna – Cultura 2007” nella sezione “Prosa” di un premio letterario e artistico bandito dall’A.I. “Francesco Petrarca” di Capranica (VT). Con questo racconto l’A. - che attualmente ricopre il ruolo di Bibliotecaria presso il nostro Liceo - invita a riflettere sui cambiamenti della situazione femminile in Italia dall’inizio del Novecento ad oggi. Le donne hanno fatto passi da gigante sulla strada del riconoscimento dei propri diritti (diritto di voto, diritto di famiglia, diritto alle pari opportunità); ma se sulla carta è lecito parlare di parità, nella vita quotidiana il percorso si fa disagiato, con ostacoli tanto più insidiosi quanto più camuffati da scorciatoie.
Sulla soglia dei sessant’anni mia nonna Gina buonanima mangiava e beveva con moderazione ma si faceva confezionare da una sartina, nella natia Vicenza, comodi tailleurs e sobri cappotti che oggi corrisponderebbero a una taglia extra-large: tre figli maschi gioie e lacrime, ma questa è la vita di molte madri in epoca di guerra, una rassegnata vedovanza, una vecchiaia parsimoniosa ma dignitosa. Sì, vecchiaia, perché all’epoca una donna di sessant’anni era considerata vecchia, dai parenti e dal mondo. Ma poteva permettersi la taglia extra-large senza alcun tipo di problema. Vent’anni dopo mia nonna Celestina, pace all’anima sua, superati con orgoglio gli ottant’anni, mangiava e beveva con moderazione e si cuciva per passione, nella casa maritale del Monferrato, vestiti sciolti a sfondo scuro e cappotti che, a comprarli oggi, corrisponderebbero a una taglia 50: quattro figli soddisfazioni e preoccupazioni, ma questa è la vita sempre, un’improvvisa, dolorosissima vedovanza che la fece sentire vecchia a cinquant’anni. Ma la società era cambiata e per il mondo, e per noi parenti, non fu mai vecchia: divenne man mano, e rimase fino alla morte, anziana. Per me bambina era meravigliosamente accogliente, morbida com’era, e oltre a volerle un gran bene la tenevo in grandissima considerazione perché, nella nostra famiglia era l’ultima sopravvissuta della sua generazione, una generazione che aveva attraversato ben due guerre mondiali: ero fiera di avere una nonna che era fonte inesauribile di memorie, di appassionanti racconti di vita vissuta. La sua taglia abbondante era un dato di fatto, non era oggetto di discussione né di preoccupazione per nessuno, e a nessuno, neppure al medico, venne mai in mente di redarguirla per il suo uso giornaliero di burro nel cucinare. Nessuna delle due nonne, è sicuro, si è mai creata il problema di avere gambe, inguine o ascelle più o meno pelose, né si è mai sottoposta all’esasperante routine della depilazione. Ho il dubbio che alla loro epoca, tale pratica fosse riservata alle donne delle “case”, di un certo livello, naturalmente, nonché, mi si perdoni la generalizzazione, alle donne di spettacolo, ballerine e attrici, ma forse più per il “dopo spettacolo” che per lo spettacolo stesso. Mi risulta infatti che per lungo tempo gonnelle e mutandoni di scena fossero lunghi alquanto, sì da scoprire a misura il polpaccio, rigorosamente celato da calze nere coprenti; sul palcoscenico stivaletti dal tacco alto, con lacci austeri o infiocchettati quanto i mutandoni stessi, davano all’insieme quel tocco di trasgressione e leggiadria che, congiungendo l’esplicita visione di generose scollature con l’immaginazione, aveva talora effetti devastanti sulle povere coronarie dei meno robusti tra i maschi spettatori. Oggi un simile abbigliamento potrebbe essere riservato, al massimo, alle protagoniste di uno dei tanti reality show che maciullano la sensibilità di chiunque non sia un acritico e irriducibile “teledipendente”. La “prova costume”, incubo odierno, non era un dramma per mia nonna Celestina, l’unica tra le due che per le agiate condizioni economiche e per avere un marito attivissimo e sportivo, gran nuotatore e vogatore, d’estate veniva trapiantata per due mesi interi al mare nella natia Liguria con i quattro pargoli e con Brigida, la servetta, che era talmente giovane da essere trattata e custodita dalla nonna come una quinta figlia, la maggiore: la “prova costume” non era un dramma non perché, dopo quattro gravidanze, avesse mantenuto il fisico filiforme dell’epoca delle nozze, ma perché il “costume” altro non era che un prendisole castigatissimo, a spalla larga, con una scollatura da educanda e lungo fino alle ginocchia che, senza malizia, si scoprivano, eccezionalmente, solo quando la nonna era seduta sulla sdraio. Il modello più moderno era nero, diritto, con orlo, scollatura e cinturino in vita bianchi. Doveva fare un caldo d’inferno, e infatti la nonna stava sempre sotto l’ombrellone, tranne le rarissime volte in cui inseguiva in mare, immergendosi solo fino alla vita perché non sapeva nuotare, il suo figlio più piccolo che annaspava nell’acqua e strepitava perché i fratelli grandi lo avevano mollato per seguire il padre in avventurose nuotate al largo. Anche alla nonna Gina era risparmiato lo spauracchio della “prova costume” poiché, vivendo a Torino con un marito ben più vecchio di lei e per niente sportivo, oltre che con tre cognate, due nubili e una vedova, solo quando il medico sentenziava che era assolutamente indispensabile un po’ d’aria di mare per la salute dei bambini andava, per brevi periodi e non tutti gli anni, in un paesino ligure. Era il posto più vicino ed economico, fattore non secondario per le finanze familiari, che non dovevano essere proprio rosee se la nonna, un anno, per ottemperare alla prescrizione del medico, dovette vendere uno dei suoi orecchini di fidanzamento. Giunta con tutta la sacra famiglia nella località balneare (era impensabile lasciare da sole in città le tre cognate), la nonna sulla spiaggia non ci andava proprio e il mare lo vedeva dalla “passeggiata”, come risulta da alcune fotografie che la ritraggono con lunghi e chiari vestiti a bustino dalle maniche fino al gomito e con larghi cappelli che ombreggiano sia il suo viso appena sorridente sia il figlioletto più piccolo, tenuto in braccio e abbigliato, come si usava, con un camicione e una cuffia dagli enormi vollants, entrambi immacolati e che lo fanno sembrare una bambola. A che pro si sarebbero dovute depilare, le mie nonne, in gioventù? E perché si sarebbero dovute mettere a dieta, nella loro non breve vita? Eppure, ancora non più giovani, quando il prendisole all’ultima moda e il lungo vestito faticosamente stirato col ferro a carbonella erano stati riposti da molti anni, ci tenevano, le mie due nonne, al loro aspetto. Anche se una non indossava più le scarpe con il tacco da 14 cm che diceva, con suo orgoglio e mia incredulità, di avere usato quando aveva vent’anni, i suoi grembiulini da casa e le sciarpine per quando usciva avevano sempre dei tocchi di verde smeraldo che, senza parere, esaltavano il colore dei suoi straordinari occhi da gatta che tanto erano piaciuti al nonno. Anche se l’altra non sarebbe più entrata neppure dipinta nel giovanile, impalpabile abito da sposa o nelle camicie da notte di seta di cui per riservatezza non parlò mai, ma che ritrovai in un vecchio baule e che invano tentai di indossare pur essendo io allora una snella diciottenne, tuttavia vestiva con gusto e non dimenticava mai una camicetta o un foulard che riprendessero il colore dei suoi occhi turchini. Entrambe le mie nonne tenevano molto anche ai loro diversissimi capelli: bionda l’una, bruna l’altra, tutt’e due avrebbero potuto benissimo essere le ispiratrici della nota canzone “Futura” di Lucio Dalla: < quanti capelli che hai, non si riesce a contare…,/ se hai tanti capelli, ci si può fidare… > La più avvantaggiata, secondo me, era nonna Gina che, essendo ricciolina, a partire dal dopoguerra se la cavò con un buon taglio. Nonna Celestina, che i capelli li aveva lisci, li tenne raccolti in morbide acconciature in gioventù, poiché all’epoca era disdicevole tenerli sciolti, quindi, volendoli tagliare, combattè non poco con pieghe a ferro prima e con permanenti poi; infine si arrese, optò per la comodità e decise che l’unica possibilità di gestione di quella cascata di seta era di suddividerla in trecce che poi univa a formare una bassa e larga crocchia. Con che orgoglio l’aiutavo a spazzolarsi, quando qualche volta me lo consentiva, prima di andare a dormire: avevo la nonna più morbida e con i capelli più lunghi e più belli del mondo!
Talvolta mi domando che cosa direbbero, le mie due nonne, delle donne d’oggi. Cosa direbbero di noi, figlie ultrasettantenni e di noi, nipoti cinquantenni che indossiamo prevalentemente pantaloni? Sono molto pratici per donne che corrono di qua e di là tra supermercati e code negli uffici, molto comodi per donne che guidano la macchina e lavorano tante ore fuori casa… ma per loro sarebbero così poco femminili! E cosa direbbero degli odierni sguardi muliebri, costanti e preoccupati, rivolti al responso della bilancia, loro che con un pollo, e non certo in tempi di guerra, preparavano il pranzo della domenica per tutta la famiglia? Cosa direbbero dei soldi spesi in cerette e creme depilatorie, e del sogno nel cassetto della liposuzione o di un bel lifting di noi, loro discendenti con tanto di laurea? Che faccia farebbero a vedere noi, le bisnipoti, dibattere in parlamento, maneggiare armi, pilotare aerei e, nel contempo, destreggiarci con maternità così scientifiche? Cosa direbbero dei piercing, degli scarponi, delle pance nude e dei perizoma bene in mostra di noi, poco più che bambine, che nello zaino abbiamo sempre, quasi fosse uno scaramantico aspersorio contro la maledizione dei tempi del benessere - la cellulite! – una bottiglietta d’acqua che –tin-tòn!- elimina l’acqua? Forse sarebbero impensierite. Forse sarebbero scandalizzate. Forse direbbero che, contraccezione ed elettrodomestici a parte, erano più libere loro. Forse penserebbero che, se la vita aveva dato loro molti problemi gravi, per fortuna le aveva risparmiate almeno da quelli demenziali. Ma certamente ci vorrebbero più bene che mai e stenderebbero le loro mani verso di noi per una solidale e dolcissima carezza perché siamo il proseguimento della loro storia e, soprattutto, perché ne abbiamo bisogno.
Armando Spadini - 1909
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