Contributi culturali

 

Sotto il grembiule... solo tagli
di Elio Rindone

Ormai da parecchi anni governi di diverso colore si cimentano con la questione della riforma della scuola, e non è esagerato dire che ne hanno combinato di tutti ... i colori! Se si cerca un filo rosso che collega le iniziative dei vari ministri della Pubblica Istruzione che si sono avvicendati nell’ultimo quindicennio, questo può essere individuato infatti nella radicale incomprensione dei veri problemi della scuola italiana.

Se volessero elaborare un serio progetto di riforma, a mio parere i nostri politici dovrebbero anzitutto interrogarsi sull’essenza e sulle finalità della scuola, poi analizzare le condizioni attuali del nostro sistema educativo e solo in un terzo momento, dopo un’attenta diagnosi, proporre le possibili terapie.

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Riguardo al primo punto, credo che alla scuola si debba attribuire una triplice finalità: la formazione dell’uomo, del cittadino e del lavoratore.

Formare l’uomo significa aiutare i giovani a prendere coscienza di sé e del mondo in cui vivono. Se è vero che l’uomo è un ‘animale affamato di senso’, è evidente che l’insicurezza e il disorientamento oggi così diffusi hanno la loro radice proprio nella difficoltà di trovare risposte alle domande ultime. Occorre quindi contrastare una cultura orientata esclusivamente alla produzione, al possesso e al consumo, e favorire invece l’esperienza affascinante della conoscenza libera e disinteressata. L’homo faber, capace di trasformare il mondo, è infatti anche l’homo sapiens, bisognoso di capire il significato ultimo della propria vita e della realtà che lo circonda. Anzi, egli può agire efficacemente solo nella misura in cui trova dei criteri di giudizio, delle mete da perseguire, delle ragioni capaci di giustificare il suo impegno.

Ecco, quindi, l’importanza di un metodo di studio rigoroso e appropriato alle diverse discipline, di un senso critico teso a fondare razionalmente le proprie posizioni, di un confronto con differenti punti di vista, in una prospettiva pluralistica che nelle culture diverse dalla propria vede non un errore da combattere ma un contributo che arricchisce l’esperienza umana. Un impegno di studio così condotto favorisce di regola la scoperta di valori come la libertà e l’eguaglianza, la giustizia e la solidarietà, scoperta che costituisce obiettivo non secondario dell’attività formativa.

Formare il cittadino, poi, significa preparare soggetti consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri come membri di una società democratica. Cittadini democratici non si nasce ma si diventa, contrastando le tendenze individualistiche, l’insofferenza per le regole, il familismo amorale così diffuso nella nostra società. La cittadinanza democratica esige, infatti, partecipazione consapevole e responsabile alla vita della comunità, capacità di informarsi con serietà sulle diverse proposte politiche per sfuggire alla propaganda di chi controlla il sistema mediatico, volontà di porre il bene comune al di sopra degli interessi di parte. Non dalla conoscenza teorica degli articoli della Costituzione ma dall’adesione personale ai principi in essa contenuti dipende infatti la tenuta democratica di una società.

Formare il lavoratore, infine, significa mostrare ai giovani come l’impegno per acquisire con serietà e precisione determinate capacità e conoscenze sia indispensabile per svolgere, una volta divenuti adulti, con efficacia e competenza il proprio lavoro, concepito non solo come fonte di guadagno e momento della propria realizzazione ma anche come contributo essenziale alla crescita della società. Occorre, quindi, evitare da una parte superficialità e dilettantismo e dall’altra carrierismo e avidità. Sia una vita professionale soddisfacente che la costruzione di una società più armoniosa dipendono in buona misura dalla riscoperta di valori quasi scomparsi nell’Italia di oggi: sensibilità culturale, senso della giustizia e rispetto delle regole, etica del lavoro.

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Se si condivide questa concezione della scuola, è facile constatare quanto la realtà attuale sia lontana dall’ideale.

La scuola italiana, diventata ormai da decenni una scuola di massa, ha rinunciato ad offrire un’autentica preparazione culturale ma, salve le debite eccezioni, ha conosciuto un crescente degrado, limitandosi a fornire diplomi che nascondono un semianalfabetismo generalizzato. In molti casi gli studenti vengono abituati non a pensare, a scoprire la complessità del reale, ad approfondire i problemi, a cercare soluzioni originali, ma ad accogliere visioni semplicistiche, ad accettare acriticamente le idee correnti e i modelli di comportamento imposti dalla televisione, a ripetere poche e superficiali nozioni.

L’ambiente scolastico non aiuta, di solito, a sperimentare le regole della democrazia: le assemblee di istituto si riducono spesso a semplici giorni di vacanza, le norme possono essere violate impunemente, quando si obbedisce lo si fa non per convinzione ma per paura delle sanzioni e, se non si teme di essere scoperti, ci si abbandona addirittura ad atti di bullismo. L’idea che la condizione attuale della società non possa essere migliorata è così radicata da generare una cinica sfiducia in ogni tipo di ideali.

La promozione garantita di fatto a tutti o quasi non abitua, infine, al senso della responsabilità, al lavoro ben fatto, all’esigenza di acquisire quelle competenze che consentiranno di svolgere adeguatamente un’attività professionale. A chi ha una famiglia influente non mancheranno, grazie a una buona raccomandazione, le opportunità di lavoro, ma la società nel suo complesso è destinata a regredire sempre più, come prova la continua perdita di posizioni dell’Italia un po’ in tutte le classifiche europee.

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A questo punto dovrebbe essere chiaro cosa bisognerebbe fare per rilanciare la scuola italiana: preoccuparsi soprattutto della formazione degli insegnanti.

Una scuola, infatti, vale nella misura in cui dispone di una valida classe docente: decisivi non sono programmi rinnovati o strutture aggiornate ma uomini competenti, senza i quali le modifiche organizzative resteranno sulla carta o daranno pessimi risultati. Perché la scuola possa assolvere la sua funzione deve disporre di docenti preparati, dotati di autentica sensibilità culturale, appassionati della loro disciplina e quindi capaci di suscitare l’interesse degli studenti: solo professori autorevoli, e non autoritari, che siano punti di riferimento per la coerenza dei loro comportamenti, possono curare la formazione dei giovani, orientandoli alle diverse attività lavorative con una selezione basata sul merito e non sulle condizioni economiche, nel rispetto del dettato costituzionale per cui “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”(art. 34).

La riforma più urgente, quindi, è quella di incoraggiare a intraprendere la carriera scolastica i giovani più capaci, selezionando una buona classe docente attraverso rigorosi concorsi. Ma come è possibile pensare che gli studenti più dotati vogliano dedicarsi a una professione così mal retribuita e che soffre di un grave discredito sociale? Oggi, in effetti, i giovani più brillanti hanno ben altre possibilità di carriera e di guadagno: il lavoro dell’insegnante è per molti una soluzione di ripiego, a cui ci si dedica senza passione, in un clima di monotona ripetitività che rende meno efficace anche l’impegno dei docenti più motivati.

Un governo che volesse contrastare il degrado della scuola dovrebbe evidentemente proporsi come obiettivo prioritario proprio quello di ridare ai professori il prestigio sociale che hanno perduto e che dipende, almeno in parte, dal riconoscimento economico dell’importanza della loro funzione.

Da troppi anni, invece, le retribuzioni e il ruolo sociale dei professori sono in caduta libera, mentre i ministri della Pubblica Istruzione, concordi nel promettere consistenti aumenti di stipendio che restano solo sulla carta, si dedicano in realtà alle improvvisazioni più cervellotiche: ma cosa hanno a che fare col miglioramento del livello dell’istruzione l’abolizione degli esami di riparazione o la riforma dei cicli o il peso da riservare al voto di condotta?

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Se i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni hanno contribuito, in misura maggiore o minore, al degrado della scuola, mi pare però che quello attuale li batte tutti. Almeno per due ragioni: la prima è che considera con tutta evidenza quella per l’istruzione una spesa superflua, tanto da prevedere nei prossimi tre anni, come hanno riportato diversi organi d’informazione, il taglio di più di 80.000 cattedre. Altro che aumento degli stipendi: una riduzione così consistente delle risorse destinate alla scuola non si era mai vista, tanto che appare giustificato il sospetto che la proposta di tornare all’uso del grembiule servisse solo a distrarre l’opinione pubblica dalla ben più rilevante questione dei drastici tagli del personale!

La seconda ragione è meno nota al grande pubblico, perché si tratta di un progetto ancora in via di gestazione. Il 12 maggio 2008 l’on. Aprea, che presiede la commissione istruzione della Camera dei deputati, ha presentato una proposta di legge che prevede per ogni istituzione scolastica la possibilità di “costituirsi in fondazione” e “di avere partner che ne sostengano l’attività, che partecipino ai suoi organi di governo e che contribuiscano a raggiungere gli obiettivi strategici indicati nel piano dell’offerta formativa”(art. 2, primo comma); questi partner “possono essere enti pubblici e privati, altre fondazioni, associazioni di genitori o di cittadini, organizzazioni non profit”(art. 2, secondo comma).

Se approvata, questa proposta di legge stravolgerebbe radicalmente il sistema dell’istruzione oggi vigente perché abolirebbe la distinzione tra scuola pubblica e privata, dal momento che tutte le istituzioni scolastiche potrebbero ricevere finanziamenti dai privati. È facile prevedere che gli enti privati sarebbero disposti a investire in una scuola solo a patto di trarne dei vantaggi, e quindi condizionandone in qualche misura gli orientamenti culturali, con le inevitabili ricadute sulla libertà d’insegnamento per ora garantita dall’articolo 33 della nostra Costituzione; ed è altrettanto facile prevedere che risulteranno favorite le scuole delle grandi città rispetto a quelle dei piccoli paesi, le scuole del nord, più ricco rispetto al sud, e quelle i cui dirigenti sono più in sintonia con le forze politiche e sociali maggioritarie sul territorio.

Con l’introduzione di un simile sistema misto, nel quale alle scuole private vanno i contributi pubblici e alle scuole pubbliche i contributi privati, l’istruzione cessa di essere un diritto di ogni cittadino, di cui la Repubblica, come prescrive la Costituzione, si fa carico istituendo a proprie spese “scuole statali per tutti gli ordini e gradi”(art. 33) e diventa un servizio erogato agli utenti con livelli qualitativi e costi sempre più differenziati, con un ulteriore scadimento del grado di preparazione di chi per ragioni economiche non può permettersi di frequentare gli istituti più prestigiosi, e cioè della maggioranza degli studenti. La scuola statale, aperta a tutti e tenuta a offrire a tutti le stesse opportunità, garanzia dell’unità della Repubblica in quanto, nel rispetto delle diverse posizioni culturali e quindi laica e pluralista, resta vincolata solo ai valori costituzionali, cederà di fatto il posto a scuole ‘confessionali’, rispondenti alle differenti visioni ideologiche dei finanziatori: scuole cattoliche o musulmane, di destra o di sinistra..., favorendo così la frammentazione della società italiana.

La devastante privatizzazione della scuola disegnata dalla proposta Aprea può essere bloccata? Ritengo che soltanto una decisa opposizione dell’opinione pubblica possa produrre effetti concreti: noti intellettuali, professori, studenti, giornalisti dovrebbero impegnarsi per spiegare al comune cittadino qual è la posta in gioco e promuovere una mobilitazione di massa che costringa le forze politiche a fare marcia indietro.

Non penso, invece, che si possa sperare in una spontanea resipiscenza dell’attuale maggioranza o in un’efficace azione di contrasto da parte dell’attuale opposizione. Tutti i politici, infatti, nutrono una più o meno marcata diffidenza per una scuola che funziona. Sanno bene che se la scuola formasse cittadini dotati di senso critico e gelosi della loro libertà essi avrebbero più difficoltà a manipolarli e addirittura, come scriveva già l’Alfieri, rischierebbero di perdere il potere: “Vuole, e dee volere, il principe che siano ciechi, ignoranti, avviliti, ingannati ed oppressi i suoi sudditi, perché, se altro essi fossero, immediatamente cesserebbe egli di esistere”(V. Alfieri, Del principe e delle lettere, I, IV).

Pubblicato su: TAVI, febbraio 2009