LA CHIESA E LA GUERRA
di Elio Rindone
Nel 1991, appena finita la prima guerra
del Golfo, Giovanni Paolo II afferma che la fede in Dio genera la pace tra gli
uomini, e perciò "non ci sono guerre di religione in corso e non ci
possono essere guerre sante". E in occasione della seconda guerra
del Golfo ha più volte ripetuto che le religioni non possono e non debbono essere usate per giustificare le guerre.
Chi rifiuta l'idea della guerra santa non può che rallegrarsi per queste
dichiarazioni ma, al contempo, non può dimenticare che spesso invece le
religioni hanno provocato sanguinosi conflitti e che per secoli la stessa
chiesa romana ha incoraggiato la guerra, come attestato dalla ben documentata
opera di Georges Minois, La Chiesa e la
guerra, pubblicata in italiano nel 2003.
Nella Bibbia, in effetti, l'immagine di un Dio che ama tutti gli uomini e che
fa piovere indistintamente sui giusti e sugli ingiusti è inseparabile da quella
di un Dio degli eserciti che incita il suo popolo alla guerra contro i nemici. Anzi quest'ultima immagine è quantitativamente prevalente in quelle
Scritture che le tre religioni del Libro considerano sacre. La conquista
di Canaan, in particolare, è presentata proprio come una guerra santa. Secondo
il libro del Deuteronomio, all'approssimarsi della battaglia il
sacerdote dirà al popolo: "Ascolta Israele! Voi marciate oggi per
combattere i vostri nemici: che il vostro cuore non si scoraggi... dal momento che il Signore vostro Dio procede al vostro
fianco, combatte con voi i vostri nemici e giunge in vostro aiuto". E il
massacro dei vinti avviene su esplicito ordine del Signore: "Nelle città
di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità non risparmierai anima
viva ma voterai allo sterminio Ittiti, Amorrei,
Cananei, Perizziti, Evei e Gebusei".
Nei primi secoli della storia cristiana non mancano gli scrittori che,
privilegiando i testi biblici che esaltano la pace, arrivano a una condanna
assoluta della guerra. Agli inizi del 300, per esempio, Lattanzio scrive:
"non è permesso al giusto portare armi... Non
esiste eccezione al comandamento divino: uccidere è sempre un crimine".
Ma la diffidenza nei confronti della guerra sembra venir meno già pochi anni
dopo quando, con Costantino, l'impero comincia a stabilire buoni rapporti con
la Chiesa: la croce fa la sua comparsa sulle insegne dell'esercito, le guerre
di Costantino sono viste come guerre di Dio e le vittorie sui nemici vengono
attribuite al Dio dei cristiani come in passato erano attribuite agli dei
pagani.
Così, alla fine del quarto secolo, Agostino troverà nelle guerre narrate nella
Bibbia la giustificazione del ricorso alla violenza nei confronti dei nemici:
"non ci si stupirà né si avrà orrore delle guerre condotte da Mosè, quando
si consideri che egli non ha fatto che seguire gli ordini di Dio... Cosa c'è di
biasimevole nella guerra? L'uccidere uomini che un giorno comunque
moriranno, per sottomettere quelli che in seguito vivranno in pace? Un biasimo
del genere sarebbe da pusillanimi, non da uomini religiosi". Perciò, se è
l'autorità legittima che decide la guerra, il soldato che uccide i nemici
obbedendo agli ordini non commette peccato "se è sicuro che ciò che gli viene comandato non è contrario alla legge di Dio, o almeno
non è certo che sia contrario".
Anzi uccidere i nemici della Chiesa non solo non è peccato ma diventerà
addirittura un atto meritorio! Esprime questa convinzione Gregorio, vescovo di
Tours, quando narra che papa Stefano II così incoraggia i Franchi che, alla
metà del 700, combattono contro i Longobardi: "Abbiate certa fiducia che, a motivo della guerra che conducete in favore della Chiesa,
vostra madre spirituale, il Principe degli Apostoli rimetterà i vostri
peccati". E Carlomagno, che impone la fede con la spada e che, alla fine
del 700, dopo la battaglia di Verden fa decapitare in una sola giornata 4500
Sassoni, è agli occhi del monaco Alcuino il re ideale "alla cui ombra il
popolo cristiano riposa in pace e che da ogni parte ispira terrore alle nazioni
pagane".
In effetti, la Chiesa medievale ha cercato di favorire la pace solo tra i cristiani ma ha normalmente giustificato la guerra contro i
nemici della fede, tanto che alla metà del 1000 un papa, per la precisione
Alessandro II, afferma esplicitamente che uccidere un infedele non è peccato.
“Uccidere un fascista non è reato”: la scritta che pochi decenni fa campeggiava
sui muri di tante città italiane ha illustri
precedenti! E “Deus vult” sarà il grido che
accompagnerà i cavalieri che, allo scopo di liberare i Luoghi santi strappando
quelle terre agli infedeli, partono per la prima crociata, bandita alla fine
del 1000 da Urbano II con queste parole: "Non sono io che vi esorto, è il
Signore stesso... Mettetevi in marcia sotto la guida di Dio". Ovvio che le
stragi seguite alla conquista di Gerusalemme riempiano
di santo entusiasmo il cronista che le tramanda: "per le strade e le
piazze si vedevano mucchi di teste, mani e piedi tagliati... nel Tempio e nel
Portico di Salomone si cavalcava col sangue all'altezza delle ginocchia e del
morso dei cavalli... Presa la città, era mirabile la devozione dei pellegrini
dinanzi al Sepolcro del Signore... le parole non riuscivano ad esprimere le
lodi che il loro cuore offriva al Dio vincitore e trionfante".
E nel secolo successivo, quando addirittura vengono fondati ordini monastici
che hanno lo scopo di combattere, l'esaltazione dello spargimento di sangue e
della guerra, anche preventiva, contro gli infedeli raggiungerà punte di
agghiacciante fanatismo negli scritti di un uomo come Bernardo di Chiaravalle,
che la Chiesa ha proclamato santo: "la morte inflitta o ricevuta in nome
di Cristo non ha nulla di criminale, e anzi merita una grande gloria. Infatti,
da un lato uccidere un nemico per Cristo è guadagnarlo a Cristo, che riceve con
misericordia la morte di un suo nemico come una riparazione, e dall'altro Egli
dona se stesso al suo soldato con ancora maggiore benignità, come
consolazione... La morte del pagano è una gloria per il cristiano, perché in essa Cristo è glorificato; la morte del cristiano mostra la
generosità del Sovrano, perché il soldato è elevato di rango e decorato".
E la possibilità di trasformare in martiri dei peccatori che, dopo avere
confessato le loro colpe, muoiono combattendo appare a Bernardo un'idea
semplicemente divina: "Egli si degna di chiamare a servirlo, come fossero
colmi di giustizia, omicidi e ladri, spergiuri e
adulteri, uomini rotti a ogni sorta di crimine. Non è forse un'invenzione
mirabile, che Egli solo poteva concepire?".
La violenza scatenata contro i Musulmani dilagherà
agli inizi del 1200 anche nei confronti degli stessi cristiani, scismatici come
gli Ortodossi o eretici come gli Albigesi. I teologi partiti al seguito della
quarta crociata, infatti, giudicano una grande opera
di zelo la conquista di Costantinopoli, se fatta per porre fine allo scisma e
sottomettere i cristiani d'Oriente alla chiesa romana. Le conseguenze della
vittoria dei crociati, come racconta un cronista bizantino, furono quelle
prevedibili: "quando non trovarono più
resistenza, fecero passare a fil di spada tutti gli abitanti, senza distinzioni
di età o di sesso". E poco dopo la Francia meridionale
viene devastata quando Innocenzo III, invocando paradossalmente il Dio
dell'amore e della pace, impone al re Filippo Augusto di sterminare gli
Albigesi: "Noi vi domandiamo incessantemente, vi incoraggiamo con fervore
e, in una tale drammatica situazione, vi ingiungiamo... di non tardare a
combattere tanta malvagità e di impegnarvi per portare la pace a queste
popolazioni nel nome di colui che è il Dio della pace e dell'amore".
Quelli che resteranno vivi, poi, saranno costretti ad abbandonare i loro
errori. Nei confronti degli eretici, infatti, il maggior teologo del tempo,
Tommaso d'Aquino, sosterrà che è lecito combatterli per obbligarli a tornare
alla vera fede, a cui si erano impegnati col battesimo, mentre la conversione
non può essere imposta ai Musulmani, che sono da combattere solo perché
ostacolano la diffusione del vangelo. Per cercare di limitare il ricorso alla
guerra, Tommaso dedica tuttavia particolare attenzione alla determinazione dei
criteri che permettono di considerarla moralmente giusta, ma insiste anche sul
dovere di obbedire del soldato, che perciò non è colpevole se agisce in virtù
di un ordine. Anche i nazisti processati dal Tribunale di Norimberga si sono
appellati a un simile principio! Principio, invece,
contestato nello stesso 1200 dagli Albigesi, per i quali non c'erano guerre
giuste e che consideravano un assassino anche il soldato che uccide obbedendo a un ordine. E ancora alla fine del 1300 sarà condannato in
Inghilterra, dai vescovi che sostenevano la teoria della guerra giusta, anche
il pacifismo dei Lollardi, che giudicano la guerra di per sé contraria al
messaggio evangelico.
Col Rinascimento e la riscoperta dei valori del mondo classico, le motivazioni
religiose della guerra cedono il passo a quelle decisamente
terrene, e invano un umanista cristiano come Erasmo da Rotterdam mette in
guardia contro i pericoli dell'esaltazione dei condottieri dell'antichità:
"quando ti si parla di Achille, di Serse, di Ciro, di Dario e di Cesare
non lasciarti sedurre dal prestigio del nome: non si tratta che di grandi,
pazze canaglie furiose". Così nel 1500 gli stati cristiani, più che a
combattere gli infedeli, pensano a combattersi tra loro e non fa eccezione lo
stato pontificio, tanto che il papa Giulio II si mette personalmente alla testa
delle sue truppe nella guerra contro i Veneziani, suscitando evidentemente lo
sgomento di Erasmo: "cosa c'è di comune tra la
mitra e l'elmo, la tunica santa e la corazza da guerra, le benedizioni e i
cannoni, il pastore mite e i banditi armati, il sacerdozio e la guerra?".
Simili critiche non impediranno a Paolo IV di benedire i propri soldati, tra
cui non pochi protestanti tedeschi, da inviare contro gli Spagnoli, sudditi di
un sovrano cattolico che vengono però gratificati dal
papa di simpatici epiteti quali “semenza di Giudei e di Mori” e “feccia del
mondo”.
Ma la motivazione religiosa non scompare; negli stessi anni essa rientra in
gioco anzitutto per giustificare la conquista dell'America: gli Europei,
infatti, hanno il dovere di portare a quei selvaggi non solo i benefici della
civiltà ma anche la vera fede, da cui dipende la salvezza eterna. Conseguenza
di questa generosa operazione, legittimata da Alessandro VI, che assegna ai
sovrani spagnoli "per l'autorità di Dio onnipotente,a
noi concessa nella persona di san Pietro, tutte le terre trovate e da trovare,
scoperte e da scoprire", saranno lo sterminio di milioni di indigeni e lo
sfruttamento delle loro ricchezze, mentre inascoltata resterà la voce di chi,
come il vescovo domenicano Bartolomé de Las Casas, considera ingiusti
aggressori proprio i conquistatori spagnoli, paragonati a "lupi, tigri o
crudelissimi leoni da lungo tempo affamati", e riconosce invece alle
popolazioni indigene il diritto di resistere agli oppressori.
E la difesa della vera fede torna in primo piano anche nelle guerre che
insanguinano l'Europa in seguito alle divisioni religiose provocate dalla
riforma di Lutero. La convinzione che lo stermino
degli eretici sia un dovere sacro è comune alla maggior parte delle confessioni
cristiane: Calvino, per esempio, è sicuro che "Dio vuole che non si
risparmino né le città né i popoli; bisogna radere al suolo le mura,
distruggere la memoria degli abitanti e abbattere ogni cosa in segno del più
grande odio, per timore che l'infezione si estenda oltre".
Quando, alla metà del 1600, diventa evidente che l'unità religiosa dell'Europa
non si potrà ottenere con la guerra, i sovrani cercano altre giustificazioni
per la loro politica espansionistica, servendosi tuttavia della religione per
giustificare agli occhi dei sudditi il loro buon diritto ad aggredire i nemici:
in effetti le lettere pastorali dei vescovi, le prediche dei parroci, i Te Deum
che regolarmente accompagnano le vittorie militari sono gli strumenti di
comunicazione di massa dell'epoca, e quindi efficacissimi per rafforzare
l'obbedienza dei sudditi con l'assicurazione che il loro sovrano combatte per
la causa di Dio. Così anche nelle guerre tra stati cattolici le chiese
nazionali si schierano sempre a fianco del re, che viene
acclamato come un nuovo David dal proprio clero e bollato come un Anticristo
dal clero della nazione vicina.
Luigi XIV, per esempio, viene rimproverato per le sue numerose amanti ma viene
elogiato per le numerose guerre che intraprende: nel corso di quella contro
l'Olanda un eminente ecclesiastico, che presto diventerà vescovo, sostiene che
"la provvidenza divina permette che il re, giustamente irritato, vada a
portar guerra nel cuore degli Stati di una repubblica ingiusta e ingrata, e
faccia provare la forza delle sue armi a coloro che disprezzano i suoi benefici
e che vogliono opporsi alla sua gloria". Le guerre di Luigi sono sempre
giuste, anche quando le sconfitte si susseguono, perchè queste con ogni
evidenza sono una punizione divina meritata dai peccati del popolo e
un'occasione per mettere alla prova la costanza e il coraggio del re. Il
servilismo di tanti ecclesiastici francesi, non diverso da quello di tanti giornalisti
contemporanei, verrà alla luce ad opera dello stesso
Luigi XIV, che alla fine della sua vita avrebbe riconosciuto, rivolgendosi al
suo successore, che le sue guerre, spesso scatenate per futili motivi, erano
state causa di enormi sofferenze: la guerra "è la rovina dei popoli. Non
seguite il cattivo esempio che vi ho dato: spesso ho intrapreso la guerra con
troppa leggerezza e l'ho sostenuta per vanità".
La gerarchia cattolica, se è apparsa disorientata e incapace di assumere una
posizione unitaria di fronte alle guerre frequenti anche tra gli stati
cattolici, tutte in qualche modo da essa giustificate,
ritrova la sua compattezza alla fine del 1700 nella condanna della violenza
rivoluzionaria. Contro la Francia rivoluzionaria e i
suoi detestabili principi di libertà e uguaglianza, la sua lotta alla religione
e la sua rivolta al sovrano legittimo, il papa Pio VI chiede all'imperatore
d'Austria di essere "il promotore e il capo di una coalizione necessaria
per difendere la causa di Dio, vostra propria causa, e per farla trionfare con
l'unione delle forze".
Nell'età della Restaurazione, l'alleanza con i sovrani riportati sul trono dopo
la sconfitta di Napoleone fa ovviamente della Chiesa il baluardo
dell'immobilismo e della controrivoluzione. Ma la progressiva affermazione del
sentimento nazionale e delle idee liberali, democratiche e socialiste è
inarrestabile: la cristianità medievale cede lentamente il posto a una società secolarizzata. Per la chiesa romana non è
facile adattarsi alla nuova situazione: dopo la perdita del potere temporale,
essa si sforza di assumere con scarsi risultati un
ruolo super partes, impegnandosi nella difesa dei principi morali e del
valore della pace. Ma, come risulta evidente nel corso
della prima guerra mondiale, il clero delle diverse nazioni belligeranti non
segue le direttive di Benedetto XV, che invoca la fine del conflitto, ma si
identifica con gli interessi del proprio governo e prega per la vittoria
militare del proprio Paese.
Dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale, il tema della pace è posto al
centro dell'insegnamento del Magistero. Particolare solennità ha la
dichiarazione approvata dai vescovi riuniti nel concilio Vaticano II:
"Facendo proprie le condanne della guerra totale enunciate dagli ultimi pontefici,
il Concilio dichiara che ogni azione di guerra che tende indiscriminatamente
alla distruzione di intere città o di vaste regioni,
con i loro abitanti, è un crimine contro Dio e contro la stessa umanità, e deve
essere condannata con fermezza e senza esitazione". Ma
né la dichiarazione conciliare, né l'enciclica sulla pace di Giovanni XXIII, né
l'invocazione 'Mai più guerra!' di Paolo VI nel corso della visita all'ONU, né
i ripetuti interventi di Giovanni Paolo II riescono ad impedire le guerre.
Secondo le statistiche più accreditate, dal 1945 in poi a causa dei vari
conflitti esistenti nel mondo muoiono dai tre ai quattro milioni di persone all'anno: pare che le parole dei papi, così efficaci quando
esortavano alla guerra, ora che invitano alla pace abbiano effetti solo sul
piano mediatico ma siano irrilevanti persino per le cancellerie dei paesi di
tradizione cattolica.
E la cosa non stupisce, dal momento che per secoli le religioni, e in Occidente
in particolare quella cristiana, hanno legittimato la guerra, e ancora oggi
esse risultano efficaci per rinsaldare l'unione delle forze contro il nemico.
Non è un caso che, se Saddam ha fatto appello alla gihad, già Bush aveva
presentato la guerra al terrorismo come la lotta del Bene contro il Male,
intessendo i suoi discorsi di citazioni bibliche per accreditare se stesso e il
suo Paese come investiti di una missione religiosa.
E' ovvio, quindi, che strappare l'arma della religione dalle mani di chi vuole
usarla per giustificare la guerra non è un'impresa facile. E
occorre ben altro che la condanna della guerra santa, le fiaccolate o le
preghiere per la pace. Perché l'inversione di rotta delle chiese cristiane sia credibile ed efficace occorrerebbero gesti molto più
concreti, come un esplicito ripudio della passata legittimazione della
violenza, un fraterno e paritario dialogo sia tra i credenti delle diverse
religioni che con i non credenti, il sostegno agli organismi internazionali che
operano per la pace, la fine del collateralismo con governi che fanno ricorso
alla guerra e l'invito a non votare per quei candidati che ne ammettono la
possibilità, l'appoggio alle politiche che favoriscono i Paesi del Terzo mondo
e la tutela dei diritti dell'uomo, l'impegno di non affidare i propri risparmi
a banche che investono nel commercio delle armi e il rifiuto di lavorare nelle
fabbriche che le producono, l'abolizione della figura del cappellano militare,
la promozione delle diverse forme di disobbedienza civile e la valorizzazione
dell'obiezione di coscienza, la scelta della difesa popolare nonviolenta...
Purtroppo, invece, le nuove aperture convivono nell'insegnamento pontificio con
le vecchie posizioni. Basti pensare al fatto che il Catechismo della Chiesa
Cattolica riafferma la teoria tradizionale della guerra giusta e conclude che "la valutazione di tali condizioni di
legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la
responsabilità del bene comune". Ma non sappiamo ormai da diversi secoli
che sulla base di questi principi nessun capo di stato
ha difficoltà a scatenare un nuovo conflitto? Evidentemente, se negli ultimi
decenni l'atteggiamento della Chiesa nei confronti della guerra appare mutato,
è innegabile che siamo ai primi passi e che molto resta da
fare per eliminare le ambiguità che ancora permangono.
(12-3-2004)
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