LA CHIESA E I REGIMI DI DESTRA
di Elio Rindone
La componente
del mondo cattolico italiano più sensibile ai valori democratici prova, e in
alcuni casi esprime a chiare lettere, un sincero sgomento per l'assordante
silenzio delle gerarchie vaticane di fronte al pericolo costituito per la
legalità democratica dalla destra italiana. Per la verità, mi pare che questo
stupore sia del tutto immotivato: l'atteggiamento attuale è, infatti,
assolutamente coerente con quello tenuto di solito dal Vaticano nei confronti
dei regimi autoritari di destra. Di seguito, qualche esempio tratto dalla
storia del secolo scorso, cominciando col fascismo che, riguardandoci più da
vicino, merita un'attenzione particolare.
In Italia nel 1922 Mussolini è appena arrivato al potere e mostra subito le sue
intenzioni autoritarie proclamando alla Camera che poteva "fare di
quest'aula sorda e grigia un bivacco di manipoli". La cosa non allarma il
Vaticano, anzi il cardinale Gasparri, segretario di Stato, trova motivi per
compiacersene e confida all'ambasciatore del Belgio presso la Santa Sede:
"avvertire la Camera che resterà in funzione due anni, o solo due giorni,
a seconda che si mostrerà ubbidiente o indisciplinata, è il colmo dell'audacia.
Ma Mussolini ha terminato il suo discorso pregando Dio di assisterlo per
portare a buon termine il suo arduo compito. Dal 1870 non si era più intesa,
dalla bocca di un sovrano o di un ministro italiano, alcuna invocazione alla
Divina Provvidenza. I liberali ... non si curavano della religione ... ed è un
rivoluzionario convertito a dare l'esempio di un ritorno alle pratiche
religiose. La Provvidenza si serve di strani strumenti per fare la felicità
dell'Italia. Da parte mia, non rimpiango certo il parlamentarismo italiano,
quando vedo Mussolini tendere risolutamente verso un governo
conservatore".
Pochi mesi dopo, nella sua prima enciclica, Ubi arcano Dei, Pio XI,
mettendo in guardia contro le agitazioni sociali e le ribellioni alle legittime
autorità, sente il bisogno di sottolineare che esse sono più frequenti nei
Paesi in cui è in vigore un regime basato sulla rappresentanza popolare, per il
quale il papa pare non nutra particolare simpatia: "le forme di governo
rappresentative, sebbene non condannate dalla dottrina della Chiesa (come non
ne è condannata forma alcuna di regime giusto e ragionevole), pure è a tutti
noto quanto facilmente siano esposte alla malvagità delle passioni". Non
si può certo dire che con queste parole il papa abbia incoraggiato le forze
politiche che si opponevano alla nascente dittatura.
Quando nel 1924, dopo l'assassinio di Matteotti, il fascismo sembra sul punto
di crollare travolto dall'indignazione dell'opinione pubblica, tra i
parlamentari popolari (privi del loro segretario, don Sturzo, già nel 1923
costretto dalle pressioni vaticane a dimettersi a causa della sua opposizione
al nuovo ministero) e quelli socialisti si intavolano trattative per la
formazione di un governo che possa succedere a Mussolini. Ma Pio XI coglie
l'occasione di un Discorso agli studenti universitari cattolici per deplorare
il possibile accordo: con una simile innaturale alleanza, infatti, i cattolici
popolari porterebbero al potere il partito socialista, dichiaratamente
favorevole alla detestabile separazione tra Stato e Chiesa, contrapponendosi per
di più ai cattolici che si riconoscono nel partito fascista, e sarebbe
"davvero penoso al cuore del Padre vedere buoni figli e buoni cattolici
dividersi e combattersi a vicenda".
L'anno seguente, nell'enciclica Quas primas, Pio XI afferma che i
governanti legittimi comandano per mandato di Cristo Re e conclude che, quanto
più i cittadini saranno consapevoli che l'autorità viene dall'alto tanto più
saranno pronti ad obbedire, e quindi si consoliderà una società ordinata e
pacifica: "ancorché, infatti, il cittadino riscontri nei principi e nei
capi di Stato uomini simili a lui, o per qualche ragione indegni e
vituperevoli, non si sottrarrà tuttavia al loro comando qualora egli riconosca
in essi l'immagine e l'autorità di Cristo". É appena il caso di ricordare
che questo richiamo all'obbedienza valeva anche per quei cattolici italiani che
ritenevano indegno e spregevole un capo di governo come Mussolini, che alcuni
mesi prima in un discorso alla Camera si era assunto la responsabilità
politica, morale e storica del delitto Matteotti.
Superato, quindi, il momento critico e messe definitivamente a tacere le
opposizioni, Mussolini intensifica i rapporti col Vaticano, riuscendo nel 1929
a chiudere la questione romana. La Conciliazione tra Stato e Chiesa è indubbiamente
un grosso successo per le due parti: da un lato rafforza il regime e dall'altro
riconosce al cattolicesimo uno statuto privilegiato. Tralasciando gli aspetti
più noti dell'accordo, può essere utile soffermarsi su quello economico. Da
anni le finanze vaticane erano ridotte in condizioni disastrose e Mussolini
aveva sempre mostrato grande sensibilità per questo problema: già nel 1924, e
di nuovo nel 1925, aveva considerevolmente aumentate la rendita dei vescovi e
la congrua dei parroci. Ma ora l'Italia versa alla Chiesa addirittura un
miliardo in titoli e 750 milioni in contanti, e inoltre restituisce alcuni
edifici ecclesiastici di enorme valore da tempo incamerati, esenta da ogni
tributo le retribuzioni dovute a salariati e impiegati della Santa Sede e
rinuncia ad imporre dazi doganali sulle merci importate dalla Città del
Vaticano.
Non è necessario essere volgari seguaci di una concezione materialistica della
storia per supporre che anche queste vantaggiose clausole finanziarie abbiano
influito sull'entusiastico giudizio che sul Concordato appena firmato Pio XI
espresse parlando ai professori e agli studenti dell'Università cattolica del
Sacro Cuore: "Forse ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza
ci ha fatto incontrare, un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola
liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi ... erano altrettanti
feticci ... tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi. ...
[Con lui siamo riusciti] a concludere un Concordato che, se non è il migliore
di quanti ce ne possano essere, è certo tra i migliori".
In effetti, che Mussolini sia libero da scrupoli di tipo liberale è certo, e
infatti ha già instaurato in Italia un regime totalitario, che ora si può
consolidare con le elezioni plebiscitarie tenute proprio poche settimane dopo
la firma dei Patti Lateranensi. Difficile negare che l'atteggiamento del
Vaticano abbia aiutato il fascismo a mettere radici in Italia, tanto più che è
un fatto riconosciuto dallo stesso Pio XI quando, in seguito alle violenze di
stampo squadristico scatenate contro le associazioni dell'Azione cattolica,
nell'enciclica Non abbiamo bisogno del 1931 accusa Mussolini di scarsa
riconoscenza: anzi, vera ingratitudine "rimane quella usata verso la Santa
Sede da un partito e da un regime che, a giudizio del mondo intero, trasse
dagli amichevoli rapporti con la Santa Sede, in paese e fuori, un aumento di
prestigio e di credito che ad alcuni in Italia e all'estero parvero eccessivi,
come troppo largo il favore e troppo larga la fiducia da parte Nostra".
E tuttavia, neanche nel corso di questa crisi, che costituisce il momento di
massima tensione col regime, e con questo documento, che è considerato la più
chiara presa di distanza da esso, il papa ha intenzione di rompere col
fascismo. Infatti dichiara che le sue critiche riguardano singole scelte,
certamente gravi e detestabili ma che possono e debbono essere corrette, e
conclude l'enciclica con la rassicurazione che "con tutto quello che siamo
venuti finora dicendo, Noi non abbiamo voluto condannare il partito e il regime
come tali".
In effetti, i buoni rapporti permangono anche quando nel 1935 Mussolini inizia
la conquista dell'Etiopia. Si tratta con ogni evidenza di una guerra coloniale,
e quindi ingiusta per la morale cattolica. All'estero tutti la giudicano così,
ma Pio XI sembra dar credito alla propaganda governativa che la presenta come
una guerra difensiva e, rivolgendosi a duemila infermiere, afferma: "Noi
non crediamo, non vogliamo credere a una guerra ingiusta. In Italia si dice
trattarsi di una guerra giusta: infatti, una guerra di difesa per assicurare le
frontiere contro i pericoli continui e incessanti, una guerra divenuta
necessaria per l'espansione di una popolazione che aumenta di giorno in giorno,
una guerra intrapresa per difendere o assicurare la sicurezza materiale a un
Paese, una tale guerra si giustificherebbe da sola". Così, quando gli
Italiani, facendo uso anche di gas asfissianti, conquistano Addis Abeba e
Mussolini proclama Vittorio Emanuele III imperatore d'Etiopia, in tutte le
chiese si canta un Te Deum di ringraziamento.
E persino nel 1938, quando sono appena state approvate le leggi razziali,
fortemente discriminatorie nei confronti degli ebrei, Pio XI sembra ritenere
che il merito di aver approvato i Patti Lateranensi, di cui è ormai prossimo il
decennale, possa coprire tutti i demeriti di Mussolini, a cui esprime sincera
gratitudine in occasione di un discorso al Sacro Collegio: "Occorre appena
dire, ma pur diciamo ad alta voce, che dopo che a Dio, la Nostra riconoscenza e
i Nostri ringraziamenti vanno alle eccelse persone - cioè il nobilissimo
Sovrano e il suo incomparabile Ministro - cui si deve se l'opera tanto
importante, e tanto benefica, ha potuto essere coronata da buon fine e felice successo".
Del resto la Chiesa, se rifiuta un antisemitismo di carattere razziale, ha per
secoli coltivato un antigiudaismo di carattere religioso. Nel 1924, per citare
un solo ma significativo esempio, padre Agostino Gemelli, fondatore e rettore
dell'Università cattolica del Sacro Cuore, scriveva: "se morissero tutti i
giudei che continuano l'opera dei giudei che hanno crocifisso Nostro Signore,
non è vero che al mondo si starebbe meglio?".
Con la Conciliazione Mussolini ha acquistato un merito indelebile anche per il
nuovo papa. Nella Summi pontificatus del 1939, la sua prima enciclica,
Pio XII infatti ricorda ancora con animo grato che dai Patti Lateranensi
"ebbe felice inizio, come aurora di tranquilla e fraterna unione di animi
innanzi ai sacri altari e nel consorzio civile, la pace di Cristo restituita
all'Italia".
Della politica concordataria papa Pacelli è in effetti un convinto sostenitore,
e già nel 1933, come segretario di Stato, aveva firmato il concordato con
Hitler. Le trattative avviate dal Vaticano col governo tedesco inducono i
vescovi, che avevano in precedenza espresso un giudizio fortemente negativo nei
confronti del regime nazista, a modificare il proprio atteggiamento. Essi
ricordano ora ai loro fedeli che debbono "adempiere con coscienza i propri
doveri di cittadini, rifiutando per principio ogni comportamento illegale o
sovversivo". La politica di Pacelli, letta in Germania come un avallo dato
al nazismo, ha quindi provocato il disorientamento di milioni di cattolici
tedeschi, che rinunciano ad ogni forma di opposizione, e la crisi del Partito
del Centro Cattolico, che addirittura arriva all'autoscioglimento.
Deludendo le aspettative del Vaticano, Hitler non rinunzia però alle violenze
contro i cattolici ma le proteste della Chiesa sono ormai inefficaci.
L'enciclica di Pio XI del 1937, la Mit brennender Sorge, in cui il papa,
accusando il governo tedesco di tollerare e addirittura favorire gli attacchi
alla religione cristiana per sostituirla con la deificazione della razza e
dello Stato, ribadisce che "il credente ha un diritto inalienabile di
professare la sua fede e di praticarla in quella forma che a essa
conviene" ma dichiara tuttavia di non avere perduto la speranza che
finalmente il concordato possa trovare attuazione, può tutt'al più irritare
Hitler ma non può certo mettere in difficoltà il regime. Del resto, il tono
deciso delle parole del papa poco si accorda con l'atteggiamento conciliante
mostrato nei mesi successivi in privato dal suo segretario di Stato, tanto che
l'ambasciatore tedesco presso il Vaticano può comunicare al suo governo:
"Pacelli mi ha ricevuto in modo decisamente amichevole e mi ha
enfaticamente assicurato, nel corso della conversazione, che relazioni
amichevoli e normali si sarebbero ristabilite il prima possibile".
Così il governo nazista continua a proclamare la religione del sangue, a
perseguitare sacerdoti e sciogliere organizzazioni cattoliche, a imprigionare e
uccidere ebrei, distruggendone case e sinagoghe: tutto ciò non induce il
Vaticano a una condanna ufficiale. Anzi, divenuto papa nel 1939, nel comunicare
a Hitler la propria elezione, Pacelli dà l'impressione che tutto in Germania
vada per il meglio: "Noi stimiamo dovere del nostro ufficio dare notizia a
Lei, come Capo dello Stato, dell'avvenuta nostra elezione. Al contempo Noi
desideriamo assicurarla, fin dall'inizio del nostro pontificato, che restiamo
legati da intima benevolenza al popolo tedesco affidato alle sue cure ... Nella
cara memoria dei lunghi anni durante i quali, come nunzio apostolico in
Germania, tutto abbiamo messo in opera per ordinare le relazioni tra Chiesa e
Stato in mutuo accordo ed efficace collaborazione a vantaggio delle due parti
... Noi indirizziamo particolarmente in quest'ora al raggiungimento di tal fine
l'ardente aspirazione che ci ispira e ci rende possibile la responsabilità del
nostro ufficio".
Le atrocità commesse dal regime hitleriano negli anni successivi non sono
sufficienti a convincere il papa ad abbandonare le ambiguità del linguaggio
diplomatico. Solo nel giugno del 1945, quando la Germania sarà stata
definitivamente sconfitta, Pio XII formulerà, in un'allocuzione al Sacro
Collegio, quella chiara condanna che invano tante vittime della barbarie
nazista avevano atteso nel corso della guerra: "Nutriamo fiducia che il
popolo tedesco possa risollevarsi a nuova dignità e a nuova vita, dopo avere
respinto lo spettro satanico esibito dal nazional-socialismo". Peccato che
queste parole siano state pronunziate con tanto ritardo!
Del resto, è ovvio che per il Vaticano non era facile rompere con i regimi
fascista e nazista, di cui aveva negli anni precedenti appoggiata l'azione
volta ad instaurare una dittatura di destra in Spagna. Nel 1936, infatti, il
generale Franco, sostenuto da Germania e Italia, aveva dato inizio a una
rivolta militare contro il Fronte Popolare che aveva vinto le elezioni.
Ricevendo un gruppo di preti fuggiti dalla Spagna, Pio XI chiarisce subito da
che parte sta la Santa Sede, mettendoli in guardia contro il pericolo di una
possibile collaborazione dei cattolici con le sinistre, e invia la sua speciale
benedizione "a quanti si erano assunti il difficile e rischioso compito di
difendere e restaurare i diritti e l'onore di Dio e della religione", e
cioè a coloro che si erano ribellati al governo legittimo.
É vero che in Spagna molti preti erano stati massacrati ad opera delle sinistre
ma non pochi erano quelli massacrati dai militari ribelli. Eppure di questi
ultimi Pio XI non sembra preoccuparsi, mentre nell'enciclica del 1937, la Divini
Redemptoris, condanna senza mezzi termini il comunismo e le stragi
perpetrate dai comunisti: "Il furore comunista non si è limitato a
uccidere vescovi, migliaia di sacerdoti, di religiosi e di religiose ... Non vi
può essere uomo privato che pensi saggiamente, né uomo di Stato consapevole
della sua responsabilità, che non rabbrividisca al pensiero che quanto accade
oggi in Spagna possa ripetersi domani in altre Nazioni civili".
Quando poi nel 1939 i legionari di Franco riportano la vittoria, Pio XII non
perde tempo per esprimere con un radiomessaggio il suo entusiasmo e la sua
fiducia nel nuovo governo: "Con immensa gioia ci rivolgiamo a voi, figli
dilettissimi della cattolica Spagna, per esprimervi le paterne Nostre
felicitazioni per il dono della pace e della vittoria ... I disegni della
Provvidenza, amatissimi figlioli, si sono manifestati una volta ancora sopra
l'eroica Spagna ... [Esortiamo i Governanti e i Pastori a insegnare i principi
di giustizia contenuti nel Vangelo e] non dubitiamo che ciò avverrà: di questa
Nostra ferma speranza sono garanti i nobilissimi sentimenti cristiani di cui
hanno dato sicure prove il Capo dello Stato e tanti suoi fedeli collaboratori
con la protezione legale accordata ai supremi interessi religiosi e sociali, in
conformità agli insegnamenti della Sede Apostolica". Nelle carceri
spagnole si trovavano allora oltre duecentomila prigionieri politici ma quei
“nobilissimi sentimenti cristiani” non impedirono che ogni giorno a centinaia
essi venissero portati davanti al plotone di esecuzione.
Anche in anni recenti l'opposizione al comunismo sembra agli occhi delle
gerarchie vaticane un valore tale da permettere di chiudere gli occhi su
illegalità, violenza e dittatura. Nel 1973, rovesciato il legittimo governo del
socialista Allende, il generale Pinochet instaura in Cile la sua dittatura. Si
tratta di un regime universalmente condannato per la sua ferocia dall'opinione
pubblica democratica, eppure il papa Giovanni Paolo II non ha difficoltà, nel
corso del suo viaggio in Cile del 1987, a presentarsi in pubblico a fianco di
Pinochet, che dichiara che quando ha assunto la guida del Paese ha affidato
"il successo della nostra missione a Dio e alla santissima Vergine del
Carmelo". E nel 1993, in occasione del cinquantesimo anniversario del
matrimonio del generale, il papa invia una sua foto con la seguente dedica:
"Al generale Augusto Pinochet Ugarte e alla sua distinta sposa, signora
Lucia Hiriarde Pinochet, in occasione delle loro nozze d'oro matrimoniali e
come pegno di abbondanti grazie divine, con grande piacere impartisco, così
come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale. Giovanni
Paolo II". Ancor più calorosa la lettera del cardinale Sodano, segretario
di Stato, che riconosceva negli sposi una coppia cristiana esemplare e rinnovava
al generale "l'espressione della più alta e distinta considerazione".
Come stupirsi quindi dell'intervento vaticano a favore di Pinochet presso le
autorità inglesi e spagnole quando nel 1998 il sanguinario dittatore cattolico
rischia di essere processato per i crimini commessi?
Non meno feroce la dittatura militare instaurata in Argentina nel 1976. Ma
appena tre mesi dopo il golpe arriva la benedizione dell'allora nunzio
apostolico Pio Laghi: "Il Paese ha un'ideologia tradizionale e quando
qualcuno pretende di imporre altre idee diverse ed estranee, la Nazione
reagisce come un organismo, con anticorpi di fronte ai germi, e nasce così la
violenza. I soldati adempiono il loro dovere primario di amare Dio e la Patria
che si trova in pericolo. Non solo si può parlare di invasione di stranieri, ma
anche di invasione di idee che mettono a repentaglio i valori fondamentali.
Questo provoca una situazione di emergenza e, in queste circostanze, si può
applicare il pensiero di san Tommaso d'Aquino, il quale insegna che in casi del
genere l'amore per la Patria si equipara all'amore per Dio". I generali
colpevoli di genocidio, come Videla, Viola, Galtieri e Massera, tutti poi
amnistiati dal presidente Menem, vengono ovviamente invitati dal nunzio
apostolico Calabresi ai festeggiamenti ufficiali del 1991 per il tredicesimo
anniversario dell'elezione di Giovanni Paolo II. E mentre Roma abbandona alla
loro sorte vescovi come Angelelli, Gerardi o Romero, trucidati perché
schieratisi con gli oppressi, gli ecclesiastici che per anni hanno mantenuto
ottimi rapporti con gli aguzzini sono considerati in Vaticano degni di
promozione: così monsignor Medina diventa vescovo castrense, monsignor
Quarracino cardinale arcivescovo di Buenos Aires, e monsignor Laghi cardinale
prefetto della Congregazione per l'educazione cattolica.
Se questa è stata la politica della dirigenza ecclesiastica nel secolo scorso,
non si capisce per quale ragione ci si dovrebbe attendere oggi una particolare
sensibilità per i pericoli che corre la democrazia in Italia. Penso che i
cattolici democratici farebbero bene, quindi, a proseguire nel loro impegno di
difesa della legalità costituzionale senza preoccuparsi delle posizioni delle
gerarchie vaticane, che hanno fermamente condannato i regimi totalitari
comunisti ma non quelli fascisti. Se delle immani sofferenze provocate dai
primi, da sempre combattuti, i responsabili della politica vaticana non portano
il peso, di quelle provocate dai regimi autoritari di destra, di norma
legittimati, essi sono senza dubbio oggettivamente corresponsabili.
Somigliando, per quanto riguarda il campo politico, a ciechi che pretendono di
guidare altri ciechi, questi uomini sono perciò da affidare alla misericordia
del Padre, dato che spesso non sanno quello che dicono e che fanno.
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(13-5-2004)