La Chiesa cattolica è compatibile con la democrazia?
di Gustavo Zagrebelsky
Cattolicesimo e democrazia sono compatibili? Non è affatto una provocazione; è
un problema reale. A questa «domanda insidiosa» è, per esempio, dedicato il
primo, tormentato, capitolo di La
democrazia dei Cristiani (Laterza, 2005) di Pietro Scoppola. La democrazia,
dice, sfida la religione perché si fonda sulla libertà di coscienza e sul
principio di maggioranza. La religione, a sua volta, sfida la democrazia perché
si fonda sulla verità che non dipende né dalla coscienza né dalla volontà della
maggioranza.
La Chiesa cattolica non ha mai aderito senza riserve alla democrazia né mai
l'ha accettata come unico regime legittimo. Per molti secoli, si è limitata a
richiedere al potere politico, quale che ne fosse la natura, il rispetto di
quelli che riteneva essere i propri diritti. Poi si è aperta a qualche aspetto
di giustizia sociale e, da ultimo, ha assunto, come criterio di legittimità dei
sistemi di governo, il rispetto della dignità umana e dei relativi diritti.
Solo col Concilio Vaticano II si è fatto un passo avanti, una scelta peraltro
non incondizionata e non irrevocabile ma solo «preferenziale» per la
democrazia, il regime più conforme al diritto-dovere di partecipazione politica
dei cittadini e dei cattolici in particolare. Ma resta una riserva - la riserva
su cui il magistero cattolico ha organizzato qualcosa che sembra l'ultimo
fronte di resistenza di fronte a ciò che avverte come una minaccia mortale: il
relativismo, una parola che ha assunto, nel linguaggio dei due ultimi papi, il
valore di un anatema. Sulle questioni che la Chiesa giudica unilateralmente e
inappellabilmente legate al suo deposito di verità, la democrazia deve tacere
o, se parla, deve acconsentire. Se pronuncia parole diverse, questo è
relativismo, sinonimo di disprezzo per la morale, edonismo, egoismo,
nichilismo. Con il che essa si erge a maestra di tutta quanta la società, anche
dei non credenti, e pretende di attribuire un plusvalore morale alle posizioni
dei cattolici osservanti, rispetto a tutte le altre. Chi non si riconosce nelle
posizioni del magistero cattolico sembra quasi doversi discolpare per un
difetto morale e in effetti molti laici, sorprendentemente, opportunisticamente
e vilmente, non rifuggono dall'ammettere la loro mancanza. Eppure, la
democrazia è necessariamente relativistica perché, come ricordato all'inizio,
si basa sulla libertà di coscienza di tutti i cittadini, e nel riconoscimento
della libertà di coscienza consiste il suo titolo maggiore di nobiltà.
Relativismo, contrariamente a ciò che dice il magistero cattolico, alludendo
addirittura a una «dittatura del relativismo», non significa affatto condanna
delle convinzioni morali; non significa che una cosa vale l'altra e dunque
nulla ha valore. Significa che le convinzioni, i valori, le fedi sono, per
l'appunto, relativi a chi li professa e che nessuno può imporli agli altri. E
che, sul piano della vita collettiva, essi devono formarsi procedendo dal
libero confronto tra le «relatività». La democrazia deve essere orgogliosa di
questo suo carattere. Tutte le volte che supinamente se ne scusa, chiede venia
e quasi se ne vergogna, ripudia se stessa.
La fede è compatibile con la democrazia a una condizione: che non sia
eterodiretta da un potere dogmatico. La democrazia è il regime del confronto
delle diverse posizioni, per la responsabile e ininterrotta ricerca delle
soluzioni migliori ai problemi del vivere sociale. Ciò comporta che, ferme le
convinzioni etiche fondamentali di credenti e non credenti (anche i non
credenti possono avere le proprie certezze: sotto questo aspetto non ci sono
differenze), per quanto riguarda la loro traduzione nella pratica politica,
esse diventano opinioni. Non possono essere certezze dogmatiche. Che senso avrebbe
il libero confronto democratico se una parte dicesse: fate quel che volete, io
non sono disposta a stare ad ascoltarvi (ma voi dovete ascoltare me!), perché
io ho la verità in tasca e non ho bisogno di andar cercandola?
Si comprende così l'enorme importanza per la democrazia che ha la proclamazione
fatta dal Concilio Vaticano II circa l'autonomia dei cattolici nel campo
politico-sociale e circa la legittimità della loro militanza in schieramenti
partitici diversi. Per converso, si comprende la minaccia per la democrazia
insita nella pretesa odierna del magistero di imporre, interpretando
riduttivamente il Concilio, comportamenti politici specifici e supina
obbedienza.
Uno degli argomenti più usati contro la democrazia, in quanto «relativistica»,
è che il prevalere della maggioranza potrebbe giungere a contraddire i
presupposti della democrazia stessa, negando i diritti umani e instaurando
«democraticamente» una qualche sorta di regime dispotico, come in effetti è
accaduto nel secolo scorso. Ma non è affatto vero che le democrazie
contemporanee non si preoccupino di questo rischio. Anzi, proprio su questo
punto le democrazie liberali hanno imparato dagli errori e dalle sconfitte
della storia (dico, tra parentesi, senza aver ottenuto un aiuto particolarmente
rilevante dalla Chiesa cattolica) e hanno approntato il loro rimedio. E, in
effetti, esse iscrivono solennemente in testi fondamentali, intoccabili dalle
maggioranze, i principi della repubblica, sotto forma di ‘diritti e doveri
fondamentali’. Conseguentemente, organizzano il potere pubblico in maniera tale
da evitare le concentrazioni pericolose e istituiscono organi di garanzia, come
le Corti costituzionali, cui attribuire la custodia di quel patrimonio di
principi comuni. Si affidano, in ultima e decisiva istanza, al dibattito
pubblico e alla consapevolezza dei loro cittadini. Non basta? Non è una
garanzia sufficiente?
La Chiesa sembra per l'appunto dire che non basta, che non è sufficiente. E per
questo si propone come garanzia assoluta, una garanzia che, per essere tale,
deve porsi al di fuori, al di sopra dei circuiti della democrazia. Ma questo
non significa altro che il tentativo di sovrapporre una super-Costituzione alla
Costituzione democraticamente stabilita, una «Costituzione della Costituzione» di
cui la Chiesa - un bimillenario potere organizzato secondo principi ancor oggi
essenzialmente autocratici - sarebbe dispensatrice. Si converrà che
quello che alla Chiesa appare l'offerta di una garanzia, per i non cattolici è
una pretesa alquanto bizzarra e, comunque, radicalmente inaccettabile. A chi
dice di volerci difendere dai rischi della democrazia, si converrà che, proprio
in nome della democrazia, si dovrà opporre: chi ci garantirà dai pretesi,
volenterosi garanti? Si vuole con questo escludere i cattolici dal dibattito
sui temi fondamentali del nostro vivere civile, come talora lamenta un certo
vittimismo cattolico? Per nulla. Si vuole invece che entrino nel dibattito
deponendo ogni pretesa di infallibilità che viene dal loro agire come appendici
di un potere gerarchico e dogmatico e, cosa assai rilevante, senza mettere
impropriamente in campo la loro grande potenza organizzativa: una forza,
oltretutto, sostenuta anche con denaro pubblico, non certo solo cattolico.
Difendiamo dunque il diritto di parola dei cattolici nelle questioni politiche
e sociali, esattaente come difendiamo quello di tutti gli altri. Ma pretendiamo
che nessuno si impalchi a maestro di Verità. Tutti possiamo avere la nostra
verità e sceglierci i nostri maestri ma a nessuno è dato di imporre la propria
verità come La Verità. Per questo, le posizioni della Chiesa, e di chi della
Chiesa approfitta per i fini suoi, dovrebbero sempre stare sotto la clausola:
«dal proprio punto di vista». Senza questa riserva, le loro posizioni contraddicono
la democrazia, alimentano contrapposizioni che fomentano violenze, dividono il
campo come tra due eserciti belligeranti e rendono il dialogo impraticabile. E
possibile che non si comprendano i pericoli? E possibile che proprio la Chiesa,
quando alza il tono per impartire a tutti lezioni di verità che pretendono di
tradursi in leggi, non si avveda che così facendo, contro il suo intendimento,
corre il rischio di mettersi fuori gioco e di condannarsi a un ghetto in cui la
sua voce sarà forte ma irrilevante?
Dicendo Chiesa, tuttavia, si usa un termine che comprende molte cose. Sarebbe
sorprendente che la Chiesa, tutta intera, senza differenze, stesse cedendo a
queste tentazioni temporaliste. In effetti, coloro che hanno occasione di
frequentare una Chiesa diversa da quella curiale - per l'appunto la Chiesa del
popolo di Dio cui il Concilio Vaticano II ha riconosciuto propri autonomi
carismi - percepiscono spesso una sensibilità molto diversa: una sensibilità
che, sotto il segno della democrazia, permette il più facile e naturale
incontro di credenti e non credenti. Le posizioni potranno divergere, caso per
caso, ma le ragioni delle divergenze non coincidono con le credenze religiose
di ciascuno. L'impressione è che, tra gerarchia cattolica e popolo cattolico,
si sia formata una frattura di incomunicabilità. Essa stenta a mostrarsi in
tutta la sua dimensione e in tutta la sua forza, anche per l'irrigidimento
dogmatico e disciplinare che viene dall'alto. Ma certo non sarà colmata in
questo modo. Anzi, al contrario!
Sul piano della concezione dell'essere cristiano, il punto cruciale da cui
deriva questa spaccatura mi pare che possa essere indicato, in termini
generali, in questo modo. Il magistero si sta involgendo in una sorta di
«razionalismo della fede» che, oltre ad apparire una contraddizione in sé, fa
torto sia alla ragione sia alla fede: come possono le pretese della ragione
accettare di poggiare sul mistero (la realtà cristiana ultima)? E come possono
le pretese della fede accettare di essere sottoposte al vaglio della scienza
(il tribunale supremo della ragione)? E un'antica questione.
Mentre per secoli fede e ragione si sono poste l'una contro l'altra, prevalendo
ora l'una ora l'altra, di recente, addirittura con un'enciclica, se ne è
tentata la sintesi. Ma la sintesi ha comunque questa conseguenza: che alla fede
cristiana e alle sue «calde» verità evangeliche si sono venute a sostituire
gelide e astratte dottrine dalle quali si possono dedurre tutte le conseguenze
di etica pratica e anche tutte le ambizioni di potere mondano che si vogliono.
Così, per esempio, il magistero, sull'aborto, parla della Vita; sul divorzio o
sulle coppie di fatto, della Famiglia; sulla procreazione artificiale, di Trasmissione
della Vita eccetera, tutto con le iniziali maiuscole perché, nella sua
impostazione, parla di realtà la cui origine e la cui funzione sono divine (il
«progetto intelligente» di Dio).
Ma nella vita della Chiesa non c'è solo questo oblio del messaggio di Gesù di
Nazareth. Non risulta che la «verità» cristiana sia in un insieme di astratte
dottrine, come è per qualsiasi dottrina umana, delle scienze naturali o di
quelle sociali. La verità cristiana è una persona, il Cristo: «lo sono la luce
del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre» (Gv 8, 12). Il mondo non
è rischiarato da nessuna dottrina, ma dalla carità, come è detto nel
«comandamento nuovo» dato prima della passione: «Vi do un comandamento nuovo:
che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi
gli uni gli altri» (Gv 14, 34). Ma la logica della carità non si esprime in
categorie astratte: la Vita, la Famiglia, la Procreazione eccetera. Si esprime
nella considerazione, comprensione, condivisione e compassione, con riguardo
agli altri esseri umani nelle loro concrete condizioni di vita. E, nell'ordine
della carità, la Verità non ha posto o, se ha posto, per usare un linguaggio
impreciso e allusivo, è il prossimo tuo la tua verità. Tutto questo è
pienamente all'opera in tanti luoghi della Chiesa cattolica, presso tanti
credenti per i quali la democrazia non è affatto un problema. E’ anzi la
condizione naturale in cui può espandersi la ricerca della verità cristiana.
Tutto ciò è evidentemente incompatibile con i diktat dogmatici che provengono
dall'alto, i quali trasformano il messaggio cristiano in prontuario di
comportamenti politici. Richiede, per l'appunto, come la Costituzione Gaudium et spes del Concilio Vaticano II
aveva sancito, l'autonomia e la responsabilità dei cristiani nel realizzare il
comandamento della carità, come si dice, in re, in concreto.
E qui si pone il punto d'incontro tra non cristiani e cristiani di buona
volontà: rispetto alla carità verso il prossimo siamo tutti uguali, credenti e
non credenti, cristiani e non cristiani. Molti cristiani hanno fatto del loro
cristianesimo uno strumento di odio e sopraffazione nei confronti degli altri,
per motivi di ideologia o di carriera personale; all'opposto molti non credenti
vedono nella loro condizione di chi non crede in una verità e in una giustizia
che hanno da venire alla consumazione dei tempi (Ap 15, 3), la ragione di un
impegno supplementare per ricercare l'una e l'altra nel tempo che è dato loro
da vivere, ora e qui.
La celeberrima frase di Dostoevskij: se Dio non esiste, tutto è permesso, può
facilmente rovesciarsi nel contrario: proprio se Dio esiste, tutto quaggiù è
permesso, perché starà a Lui di raddrizzare le nostre storture. Onde, il riconoscimento
«categoriale» che non pochi non credenti si sentono in dovere di fare con
riguardo ai cattolici (chissà perché solo ai cattolici, tra tutti i
cristiani?), il riconoscimento cioè che essi, con riguardo alla carità,
disporrebbero di qualcosa in più, risulta un'adulazione totalmente
ingiustificata che i cristiani stessi dovrebbero respingere con sdegno.
Micromega 2/2006