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Lo studio
dell’antichità classica
Conversazione con Luciano Canfora
(docente di Filologia
classica presso il Dipartimento di Scienze dell’antichità
dell’Università di Bari)
a cura di Daniela Cavallo
Con quali argomenti si può tentare di ‘convincere’ uno studente, che
affronta la scelta dello studio universitario da intraprendere, a optare
per una disciplina del settore umanistico? E poniamo che questa scelta
cada su una facoltà di Lettere (magari proprio su Lettere classiche,
come si diceva un tempo); alla reazione quasi certamente inorridita di
chi apprende la (nefasta!) notizia, cosa si può opporre, come si può
argomentare concretamente?
Il falso problema della utilità è un argomento
che spesso torna nella riflessione. Torna soprattutto nelle famiglie,
perché le famiglie incombono sui loro rampolli e instillano nella loro
testa, magari per ragioni anche comprensibili, il criterio
utilitaristico: scelgo una scuola che mi dia un riscontro immediato. Qui
però si vorrebbe fare un piccolo chiarimento, che non credo sia del
tutto ovvio. È noto che nella storia delle strutture educative dei Paesi
europei che hanno una certa somiglianza nelle strutture stesse (Francia,
Germania, Italia per tanto tempo, dalla metà dell’Ottocento in avanti,
più o meno hanno avuto un sistema scolastico simile), in questi nostri
Paesi è facilmente documentato il fenomeno per cui le scuole di
carattere immediatamente tecnico erano le scuole delle classi popolari;
percorso più breve, sbocco immediato in un lavoro di carattere, avrebbe
detto Croce, banausico, cioè essenzialmente connesso alla fatica fisica,
ad un impiego di carattere prettamente subalterno-dipendente, lavoro
nobilissimo, ma naturalmente alla fine obbligato sbocco per alcune
classi e non per altre, mentre i licei, in particolare quello classico,
erano invece il percorso e poi lo sbocco di classi medio-alte, che si
potevano permettere lo studio cosiddetto inutile, nel senso alto e
filosofico della parola, al seguito del quale c’era l’università, al
seguito della quale c’erano le professioni. Quindi, l’ordinamento
sociale aveva nella scuola in certo senso la sua cellula di partenza e
anche i suoi percorsi già preordinati. Non deve essere però dimenticato
che proprio le classi povere, costrette più o meno dalla dinamica
sociale a scegliere in un certo modo, se consapevoli anche in minima
parte, guardavano con desiderio e nostalgia alla scuola cosiddetta
inutile. Il paradosso dinanzi al quale noi ci troviamo è che nelle
classi medio-alte si è fatta strada l’idea che l’inutile scuola di
carattere storico-filosofico-contemplativo va sostituita con una scuola
di immediata utilità. È un paradosso. Coloro che socialmente avrebbero
anche la possibilità di concedersi questo piacere neutrale e pratico si
sono così imbarbariti da sognare una forma scolastica minore, più povera
e quindi, in ultima analisi, perdente. È un sovvertimento. Si diceva un
tempo, anche Concetto Marchesi l’ha detto quando difendeva il latino: il
proletario desidera che suo figlio lo sappia il latino. E noi siamo nel
paradosso che invece il benestante dice «Ma a che mi serve questa cosa
inutile?», avendo dell’utile e dell’inutile un’idea estremamente banale
e povera.
Questo chiarimento serve a sbaraccare i pregiudizi più forti con cui
abbiamo a che fare quotidianamente. Poi c’è un altro aspetto che credo
rimanga in ombra; che cioè il concetto di utile e inutile stranamente si
concentra soltanto su alcuni rami del sapere. Per esempio, non c’è nulla
di più inutile della musica, non c’è nulla di più inutile della logica,
ma nessuno si permetterebbe di dire «Rimuoviamo la musica, rimuoviamo la
logica». Allora, perché mai soltanto alcune cose cadono sotto la
categoria, sotto la mannaia dell’inutile? Evidentemente per una non
conoscenza o per una pessima conoscenza. Ai giovanissimi che si pongono
queste domande - perché comunque è più interessante convincere loro, che
le persone già corrotte dall’esperienza - va spiegato esattamente
questo, che essi forse addirittura naturaliter vanno cercando
delle cose inutili nelle quali credono e allora il campo dell’inutile
nobile, che, in ultima analisi, è molto utile, va dilatato, rimirato in
tutta la sua ampiezza.
Rispetto alle materie umanistiche, alla sua materia per esempio,
nell’attuale organizzazione universitaria qual è il senso della laurea
in tre anni (ed eventuali altri due)? In cosa differisce dalla
precedente in quattro anni?
Il veleno di questi pseudoconcetti è penetrato
negli ordinamenti universitari: mi riferisco, appunto, alla riforma
infausta denominata tre + due, che sembra una formula pitagorica,
ma ormai per intenderci la chiamiamo così. Anche qui il discorso da
farsi è forse un po’ più lungo e accidentato. Poiché io mi considero una
persona che ha sempre scelto politicamente sul versante della sinistra,
mi concedo il diritto di dire che la sinistra italiana, ma non solo
italiana, ha colpe spaventose nella demolizione dell’istituzione
scolastica e universitaria, e che ciò è accaduto per un male inteso
concetto di democrazia. E purtroppo è l’esperienza ormai semisecolare
che abbiamo alle spalle che dimostra ciò. L’operazione è stata duplice,
ancora una volta sono state le élites privilegiate a dare il
colpo di grazia, perché le élites privilegiate erano quelle che
nelle università dei tardi anni Sessanta avevano fruito al meglio di
quello che quel sistema poteva dare e hanno cominciato a sdottrinare che
lo si dovesse demolire in omaggio a una male intesa idea d’uguaglianza,
che non era uguaglianza, era un regalo avvelenato. Non era uguaglianza,
perché l’uguaglianza dell’ignoranza è una pugnalata alle spalle, non è
un dono e neanche un diritto. Questo appare un po’ polemico detto in
questa maniera, ma secondo me rende bene il concetto.
Su due piani si è svolta la cosa: parte dall’università, investe
naturalmente la scuola (scuola media, licei eccetera) e innesca un
circuito per cui dopo un po’ di generazioni l’università si riempie di
soggetti completamente diversi da quelli che avevano messo in moto
questa pseudorivoluzione culturale, di modo che questo circuito perverso
si autoalimenta in maniera esponenziale. A questo punto sorge nel
legislatore insensato (mi riferisco a Luigi Berlinguer) il desiderio di
trasformare questa realtà, via via deteriore, in normativa e con un
procedimento abbastanza scorretto (mi riferisco agli anni 1997, 1998,
gli anni in cui rapidamente furono stabilite queste nuove normative),
cioè sul falso presupposto che già in Europa le cose stessero in quei
termini, il che non era affatto vero; fu creata di colpo (cosa mai
successa prima, i processi sono sempre stati lenti, graduali,
inevitabilmente, le persone non si evolvono a colpi di cannone) una
dicotomia, una divisione in due del percorso universitario. Perdente in
tutti e due i casi, perché quello triennale è meno che un post
liceo, programmaticamente tale, con programmi in cui si misura persino
il numero di pagine la cui conoscenza si può richiedere agli allievi; e
quello biennale è troppo corto per essere veramente specialistico.
Quindi, è una dissipazione complessiva di cinque anni, rispetto ad un
ordinato e razionale percorso: parlo, per esempio, di facoltà di
carattere umanistico di quattro anni in cui la gradualità era
scaglionata su un arco di tempo sufficiente per giungere alla fine ad
una frequentazione dello specialismo che è il momento più alto nella
carriera di una persona che ha la buona occasione di frequentare
l’università: il momento più alto da laureato in attesa di posto nella
scuola, quei mesi passati a concludere la propria carriera universitaria
rimanevano come un ricordo importante e metodicamente utile quale che
fosse poi la scelta più o meno obbligata, scuola media inferiore,
ginnasio, quello che sia. Aver fatto una vera tesi di laurea dopo
un percorso che si è fatto via via sempre più acuminato e coerente era
un’esperienza unica, un grande privilegio. Ora questo è scomparso, nel
senso che sia la prima che la seconda fase sono degli arrangiamenti
frettolosi: la prima quasi un parcheggio e la seconda una corsa
disperata nell’illusione di colmare un ritardo che diventa a quel punto
incolmabile.
Ma direi che il disastro (che si è misurato facilmente, adesso è quasi
ovvio sentire parlare criticamente e solo criticamente di questa
esperienza) non dico che sia in via di risanamento, sarei troppo
ottimista, ma certamente è nell’occhio critico di quasi tutte le
istituzioni universitarie. Le più forti, la medicina e la
giurisprudenza, ne sono rimaste fuori e questo forse è sintomatico.
Medicina per ovvie ragioni, nel senso che uno che fa la laurea triennale
non ha neanche le caratteristiche del paramedico o infermiere: è un
nulla e basta. Nel caso della giurisprudenza c’è stato, come sempre da
quelle parti, un veicolo fortissimo di difesa e cioè gli ordini
professionali e gli sbocchi: avvocato, procuratore, giudice comportano
concorsi per i quali il percorso triennale non serve a nulla, non è
neanche riconosciuto. E quindi fatalmente tutte le facoltà di
giurisprudenza hanno ripristinato, prima de facto poi de iure,
l’ordinamento precedente. Sarà un caso? Certamente no, vuol dire che
dove il problema aveva un risvolto pratico allarmante, lo si è fermato
in tempo.
Nel caso nostro, nelle facoltà di Lettere, credo che il risultato sarà
che il cursus universitario diverrà di cinque anni. Così
l’illusione puerile secondo cui il mercato del lavoro aspettava ansioso
i triennalisti perché altrimenti ci sarebbe stato un gaspillage
delle forze, delle risorse umane del Paese si è trasformato in un
allungamento del percorso, e quindi in un ritardo. E questo direi che è
stata una nemesi storica sulla demagogia di sinistra, di cui la sinistra
è stata la vittima; si paga tutto nella politica, la politica è verità,
quindi si paga tutto, gli sbagli in primis.
Se si volesse scegliere la ricerca, quali
settori si aprono per uno sbocco lavorativo, e con quali tempi,
nell’ambito degli studi classici?
La domanda ha una zona d’ombra che la insidia,
perché diversamente da altri Paesi d’Europa (come Francia, Inghilterra,
Germania che conosco meglio, ma penso che la Spagna sia uguale) noi
abbiamo ancora una vastissima rete scolastica di licei, dove il greco e
il latino sono materie obbligatorie (usiamo questa parola malvista).
Cosa che non è più negli altri Paesi europei. Il che, da un certo punto
di vista, potrebbe favorirci in linea teorica, perché la domanda
d’insegnanti di quelle discipline dovrebbe essere continuamente
alimentata dal fatto che c’è questa rete così ampia e che gli
ordinamenti sono rimasti sostanzialmente gli stessi, nonostante i licei
sperimentali. Nonostante questo, la maggioranza delle istituzioni
scolastiche esistenti comporterebbe un notevole bisogno di nuovi
insegnanti capaci di insegnare queste discipline; quindi quello sbocco
lavorativo parrebbe per noi assicurato.
In realtà noi siamo il ‘caso italiano’, noi riusciamo a realizzare
quello che in Francia parrebbe impossibile (ci rimproverano di non
essere sufficientemente cartesiani ed è vero, non lo siamo per nulla);
abbiamo realizzato un insegnamento apparente del greco e del latino
nelle scuole. Questo è stato il nostro capolavoro. Con grande disagio,
perché poi questo diventa una scuola di corruzione: lo studente, lo
scolaro è sempre in grado di capire tutto, non è vero che non capisca. A
rigore si potrebbe dire che quando si svolgono le interrogazioni l’unico
che dà il voto giusto è lo studente stesso, solo che non lo dice, ma è
così. È scuola di corruzione perché lo spettacolo offerto è di fingere
di praticare un insegnamento che di fatto non c’è, fingere di sottoporre
alla prova di traduzione, per esempio alla maturità classica, e di fatto
fornirla sotto banco, il che è risaputo. La prova viene elusa, nel
momento stesso in cui viene fatta, questa che, ripeto, è una scuola di
corruzione toglie gran parte del valore che potrebbe avere la
sopravvivenza da noi di quello che altrove manca. Ed è un peccato, anche
per una ragione empirica; mi è accaduto di scriverlo su qualche giornale
nei mesi scorsi. Ci sono, per esempio, nel mondo occidentale,
istituzioni, biblioteche, archivi dove conoscitori non troppo elementari
delle lingue antiche troverebbero un posto di lavoro. Leggere e capire
il frontespizio di un’opera pubblicata nel Cinquecento, nel Seicento o
nel Settecento, tutto scritto in latino con molte parole in greco, tra
breve sarà come la lettura dell’arabo per funzionari che nella loro
esperienza scolastica non hanno praticamente più quelle conoscenze. Che
cosa succede? Succede il paradosso: Oxford, per esempio, Londra, ma
soprattutto la Bodleiana hanno una grande quantità di papiri greci,
letterari e non. Ma le scuole, le università del Regno Unito non
producono più un numero sufficiente di persone in grado di leggere
queste lingue con una certa profondità, e quindi chiedono fuori, e tanti
italiani che non trovano lavoro in Italia si fanno avanti per consulenze
pro tempore nell’ambito di queste istituzioni. Perciò mi è
capitato di scrivere che noi esportiamo papirologi, che sembra
un’enormità (non sono numeri altissimi), però è vero. Allora è un
peccato se, avendo noi questa base più larga dovuta appunto
all’ordinamento tuttora vigente, la svuotassimo facendone una scatola
vuota, in cui l’insegnamento impartito è apparente. Sarebbe
autoingannarci e disperdere una ricchezza fruibile su un mercato
imprevisto, cioè quello della esportazione di competenti in Paesi che
per le scelte che hanno fatto, quei competenti non li hanno più. Ultimo
colpo di piccone su tutta questa macchina è stato dato sempre dai nostri
governanti demagogici di sinistra, con l’invenzione delle famose SSIS e
con la demonizzazione del concorso. Il concorso, non per fare il
laudator temporis acti, se non è truccato (e allora c’è la
magistratura forse da invocare) è la forma più democratica di
valutazione, dove tutti siamo uguali dinanzi ad una prova. Ma invece,
l’invenzione di questa ‘baracca’, in cui l’essere seduto in una sala per
un certo numero di ore ad ascoltare quasi sempre gli stessi docenti che
si sono ascoltati nei corsi universitari e al termine trovarsi detentori
di un titolo, questo sì che è un inganno. Quindi, caldeggio con forza,
anche se questo può sembrare assolutamente utopistico, un ritorno ad un
sistema di prove che per essere riferite al vero merito delle singole
persone sono autenticamente democratiche, oltre che utili nel
determinare le scelte.
E può essere che, lanciando attraverso l’Enciclopedia Italiana questo
messaggio ai nostri governanti, noi otteniamo quel successo che altre
volte non ci ha arriso.
Cervia, 14 aprile 2007
Pubblicato il 10/5/2007
Fonte:
http://www.treccani.it/site/Scuola/Osservatorio/scuola_osservatorio.htm
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