BENEDETTO XVI: UNA LEZIONE DAVVERO ‘MAGISTRALE’!
di Elio Rindone
“A pensar male” diceva Pio XI “si fa peccato ma si indovina”. E a me
pare che la lectio magistralis tenuta a Regensburg il 12 settembre 2006 da Benedetto XVI induca
proprio a peccare. Come supporre, infatti, che in Vaticano siano così
sprovveduti da non aver messo in conto, dato l’attuale contesto
internazionale, le più che prevedibili reazioni indignate di tanti governi
musulmani e le inaccettabili violenze, da condannare ovviamente senza riserve,
attuate da gruppi più o meno manovrati a fini politici?
A giochi fatti, sono arrivate, è vero, ufficiali espressioni di rammarico ma
senza riuscire a cancellare l’impressione che chi aveva lanciato il sasso si
sforzasse poi di nascondere la mano. E intanto chi aveva provocato reazioni
sicuramente spropositate poteva presentarsi come
vittima dell’intolleranza altrui, e godere quindi del sostegno di politici
sempre pronti a stracciarsi le vesti perché l’Europa non difende la propria identità
cristiana e lascia solo il papa. Purtroppo i ripetuti inviti al dialogo tra le
religioni suonano vagamente retorici al termine di una simile operazione, che
ha di fatto indebolito le correnti moderate presenti
sia nel mondo cristiano che in quello islamico e rafforzato i movimenti
fondamentalisti che da entrambi i fronti soffiano sul fuoco dello scontro di
civiltà.
Ma, tralasciando le conseguenze che la lezione ha prodotto e le possibili
strumentalizzazioni facilitate dall’estrapolazione di questa o quella frase
citata dal papa, credo che a lasciare perplessi siano proprio le tesi da lui
sostenute, alcune delle quali, per il clamore delle reazioni musulmane, sono
passate sotto silenzio.
In estrema sintesi, mi pare che l’argomentazione di Benedetto XVI si snodi
attraverso quattro passaggi:
a) la grande tradizione cristiana è caratterizzata dalla fiducia nella ragione,
espressa in maniera esemplare, ricorda il papa, da Giovanni: “In principio era
il logos, e il logos è Dio, ci dice l'evangelista”. Tale fiducia,
da una parte, ha favorito un “vicendevole avvicinamento interiore” tra “la fede
biblica e l’interrogarsi sul piano filosofico del pensiero greco”, e,
dall’altra, ha reso inaccettabile il ricorso alla violenza come mezzo atto a diffondere
la fede nel Dio-logos;
b) nell’islam, invece, la trascendenza divina è stata accentuata al punto da
escludere, secondo le parole di uno studioso, il prof. Theodore Khoury, che il papa mostra di condividere, qualunque
rapporto con le “nostre categorie, fosse anche quella della ragionevolezza”,
ammettendo così anche il ricorso alla violenza per la diffusione della fede;
c) la feconda simbiosi tra ragione e fede è stata però,
già a partire dal XVI secolo, compromessa in Occidente dai fautori della deellenizzazione del cristianesimo, che contestano l’idea
“che il patrimonio greco, criticamente purificato, sia una parte integrante
della fede cristiana”;
d) separatasi dalla fede, la ragione moderna si è appiattita in uno scientismo
di stampo positivista, escludendo dal suo orizzonte le grandi questioni
metafisiche e i grandi interrogativi esistenziali, e ciò ha determinato uno
straordinario impoverimento dell’umano. Il papa auspica perciò “un allargamento
del nostro concetto di ragione e dell'uso di essa”,
indispensabile perché la filosofia possa esprimere a pieno tutte le sue
potenzialità.
Ad essere sincero, mi pare che ciascuna di queste quattro affermazioni sia
piuttosto discutibile.
a) Per quanto riguarda il primo punto, se è innegabile il fatto che i teologi
cristiani hanno utilizzato abbondantemente la filosofia greca, mi sembra
altrettanto vero che essi hanno in genere negato l’autonomia della ragione e le
hanno assegnato un ruolo puramente ‘ancillare’ nei confronti della fede. Tra
loro ci sono certamente posizioni diverse, e quella di un Tommaso non è quella
di un Bonaventura. Resta, però, opinione comune a
tutti i pensatori medievali che le grandi verità su Dio, sul mondo e sull’uomo
sono contenute nella rivelazione, sicché una sana filosofia non potrà mai
contraddirle e il teologo potrà solo cercare ‘ragioni
di convenienza’ per mostrare che affermazioni
semplicemente insostenibili per il comune buon senso non sono in realtà
irrazionali ma sovrarazionali. Con ciò non si vuol
negare che nel medioevo la ricerca filosofica abbia conseguito sviluppi
interessanti, ma resta il fatto che la condizione di
subordinazione alla fede in cui è stata posta la ragione non è resa
adeguatamente dall’espressione ‘vicendevole avvicinamento’.
In realtà, il magistero ecclesiastico ha nutrito fiducia nella ragione solo
quando questa gli si è sottomessa. Tale subordinazione della ragione alle
verità rivelate, o ritenute tali, ha riguardato poi non solo l’ambito della filosofia,
dalla metafisica alla morale, ma anche quello delle scienze, dalla filologia
alla storia, dall’astronomia alla biologia. Ed è bene ricordare che ‘verità’,
talvolta decisamente poco ‘ragionevoli’, sono state
non solo insegnate ma anche imposte con la costrizione, con conseguenze
pratiche a dir poco sgradevoli: basti pensare all’oppressione prodotta da una
morale sessuofobica o all’umiliazione di Galileo Galilei, costretto a ritrattare
le sue convinzioni scientifiche.
I cristiani, infatti, hanno assai spesso ritenuto il ricorso alla violenza
perfettamente compatibile con la loro fede. Già nei libri che
essi considerano ispirati, accanto a pagine che insegnano il rifiuto della
violenza e l’amore dei nemici, ce ne sono altre di segno contrario. Nel
libro del Deuteronomio, per esempio, il Signore ordina il massacro dei
vinti: "Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in
eredità non lascerai in vita alcun essere che respiri, ma li voterai allo
sterminio: e cioè gli Ittiti, gli Amorrei,
i Cananei, i Perizziti, gli Evei
e i Gebusei"(20, 16-17). E anche negli scritti
profetici non mancano gli inviti a usare la spada
contro i nemici di Dio: “Maledetto chi trattiene la spada dal sangue!”(Geremia
48, 10).
Così, appena il cristianesimo, con l’editto di Teodosio del 380, diventa la
religione dell’impero, si usa la forza per imporre la vera fede. E subito si
accetta l’idea che spetti allo stato punire gli eretici: infatti
il Codice teodosiano stabilisce che "essi incorreranno non solo nei
castighi divini ma anche in quelle punizioni che Noi riterremo di infliggere
loro".
Vescovi e Concili non cessano di chiedere leggi speciali nei confronti degli
eretici e l'efficacia della repressione è tale da indurre all'inizio del 400
Agostino ad abbandonare l’idea che nelle questioni di fede “la vittoria si
dovesse conseguire con la sola forza della ragione”(Epistola 93). Egli
ha potuto constatare che la sua città, che prima era tutta con i donatisti, è
stata riportata all'unità cattolica dal timore delle leggi imperiali e nella
lettera or ora citata al vescovo donatista Vincenzo utilizza il vangelo per
giustificare l’imposizione della retta fede con la violenza: “Tu ritieni
[sbagliando] che nessuno debba essere costretto con la forza a seguire la
giustizia, anche se ti è dato di leggere che il padre di famiglia disse ai suoi
servi: ‘Tutti quelli che troverete costringeteli ad entrare’(Luca 14, 23)”(ivi).
E nel XIII secolo Tommaso affermerà che eretici, che hanno deviato dalla fede,
e apostati, che l’hanno abbandonata, “debbono essere costretti anche
fisicamente ad adempiere quanto promisero e ad attenersi a ciò che una volta
accettarono”(Somma teologica II-II, 10, 8), anche se erano stati
battezzati da bambini, e quindi senza alcuna libera scelta. Mentre Agostino considerava lecito l’uso della forza solo al fine di
recuperare l’eretico alla vera fede, Tommaso ritiene addirittura che l’eresia
costituisca un peccato così grave da meritare, in caso di ostinazione, anche la
pena di morte: se fanno bene infatti i principi a mettere a morte i falsari, a
maggior ragione la Chiesa, dopo averlo ammonito, fa bene ad abbandonare chi
corrompe la fede “al potere secolare, per toglierlo dal mondo con la morte”(ivi
II-II, 11, 3).
Del resto, quando Tommaso scriveva, era ormai da tempo entrata nel sentire
comune dei cristiani la liceità dell’uso della forza contro gli infedeli. Infatti la crociata, incoraggiata dal papato, si era
trasformata ben presto da pellegrinaggio armato a scopi difensivi in una vera e
propria guerra santa. In uno scritto che mostra punte di agghiacciante
fanatismo, agli inizi del XII secolo Bernardo di Chiaravalle, che la Chiesa ha proclamato santo, così parla
dei crociati che attaccano i musulmani: "I soldati di Cristo combattono
senza esitare le battaglie del loro Signore […]: se per la causa di Cristo
uccidono, essi non commettono alcun crimine, se sono uccisi meritano una grande
gloria. Infatti, da un lato se viene ucciso un
infedele si fa un dono a Cristo, che certamente considera una giusta punizione
la morte di un suo nemico, e dall'altro se è ucciso un cristiano questi riceve
in dono Cristo, che come consolazione offre se stesso al suo soldato. [… Il crociato] infatti non impugna davvero la spada senza
una valida ragione: egli serve Dio col punire i malvagi e rendere gloria ai
buoni. E certo quando uccide un malfattore non può essere considerato un
omicida ma (per così dire) un malicida e, con tutta
evidenza, un vendicatore di Cristo nei confronti di coloro
che fanno il male e un difensore dei Cristiani"(De laude novae militiae ad milites Templi).
Non c’è dubbio che da parte del papa sarebbe stato un gesto di grande apertura
spirituale, capace di favorire un autentico dialogo con i musulmani, fare
menzione nel corso della sua lezione dei testi cristiani e dei conseguenti
comportamenti che sono in contraddizione con la pretesa ragionevolezza della
propria tradizione!
b) Riguardo al secondo punto va subito detto che, per istituire un confronto
tra cristianesimo e islam, il papa si serve di un testo di un imperatore
bizantino del XIV secolo, Manuele II, che dialoga con un persiano. Dai passi
riportati da Benedetto XVI si ha l’impressione che l’imperatore cristiano,
formato alla filosofia greca, contrapponga la propria religione, caratterizzata
dalla fiducia nella ragione, a quella musulmana, che non nutre tale fiducia,
come sarebbe provato dal fatto che il fondatore dell’islam avrebbe invitato a usare la spada per diffondere la fede.
In realtà, come ricordava Barbara Spinelli su La stampa del 17/9/06, “La
lettura dell'intero dialogo fra Manuele e il Persiano ci mostra innanzitutto
una cosa: che non sono affatto il logos e l'Ellade a
dividere il mondo cristiano dal musulmano. Rifacendosi alla filosofia greca,
Manuele denuncia la propagazione delle fede attraverso
la spada, vedendo nella guerra santa […] un'«assurdità non conforme a ragione»
[…]. Il Persiano gli risponde che la vera ragionevolezza sta dalla propria
parte, essendo l'Islam fondato su moderazione e praticabilità, su misura (métron) e giusto mezzo (mesòtes):
categorie aristoteliche centrali. Ambedue sono immersi nella cultura greca […].
Quel che veramente li divide è in realtà qualcos'altro. Non è la fiducia o non
fiducia nella ragione (il dialogo si conclude con la
comune constatazione che «la Misura è la migliore delle cose»), ma sono i
diversi modi di vivere le leggi, i folli paradossi insiti nella fede e
nell'attesa. E la maggior follia non è quella dell'Islam ma del cristiano”.
In effetti, sia i pensatori cristiani che quelli musulmani – sarebbe
davvero difficile negarlo – hanno ripensato la loro fede servendosi delle
categorie della filosofia greca. Nel suo recente studio sull’islam Hans Kueng sottolinea come Ibn Sina (980-1037), per i latini Avicenna,
si sia occupato di logica, fisica, matematica e metafisica nella sua opera
principale, La guarigione dell’anima dall’errore, che “è la più
influente sintesi della metafisica aristotelica-neoplatonica,
valida per l’intera epoca successiva”(Islam. Passato, presente e futuro,
Milano 2005, p 444). Convinto assertore dell’armonia tra filosofia e religione,
Ibn Sina concepisce la fede come “mistica ascesa
dell’anima al primo Essere, il quale è essenzialmente
Conoscenza, Verità, Bene e Amore in Uno”(ivi p 445).
Anche al-Gazzali (1058-1111) studia “per parecchi
anni le discipline dei filosofi greci (matematica, logica, fisica e metafisica,
politica ed etica) ed è in particolare molto affascinato dalla logica
aristotelica”(ivi p 422). Se per l’uso critico della ragione è stato
avvicinato a Descartes, per la ricchezza e l’equilibrio della sua opera al-Gazzali ha avuto “un ruolo paragonabile a quello che, un
secolo abbondantemente più tardi, avrebbe avuto Tommaso d’Aquino
nel cristianesimo cattolico”(ivi p 417), divenendo in qualche modo il ‘doctor communis’ del mondo
islamico. Come Tommaso, anch’egli crede che nell’elaborazione teologica la
ragione svolga “una funzione essenziale per ottenere chiarezza”(ivi p
430) e perciò assume nella sua sintesi le dottrine filosofiche, in particolare
neoplatoniche, che non sono in contrasto con la sua fede.
Addirittura Ibn Rusd
(1126-1198), per i latini Averroè, il grande
commentatore di Aristotele, ha nutrito una tale fiducia nella ragione
filosofica da provocare l’ostilità dei fanatici ortodossi, che lo accusano di
svalutare la rivelazione, disorientando così i fedeli. “La Verità della fede e
la verità della ragione sono per lui un’unica verità”(ivi p 446): proprio
questa certezza garantisce a chi crede nel Corano una grande
libertà nell’uso della ragione e permette ad Averroè
di elaborare, semplicemente sulla scorta di Aristotele, “una comprensione del
cosmo strutturata in maniera scientificamente conseguente”(ivi p 447).
Ciò posto, bisogna riconoscere che anche nel mondo islamico c’è una grande
varietà di posizioni riguardo ai rapporti tra ragione e fede, ma di tale
varietà la lezione del papa non tiene conto, presentando il pensiero islamico
come un blocco monolitico. Nell’ambito del cristianesimo, per
esempio, cattolici e luterani concepiscono in maniera ben diversa il rapporto
ragione-fede, tanto che sarebbe poco corretto ignorare tali differenze e
presentare come ‘cristiano’ un unico modello. Non vale la stessa cosa per
l’islam?
Parimenti, anche riguardo al tema su cui Benedetto XVI sofferma la sua
attenzione - quello della jihād, della guerra santa - va detto che il suo
significato nella tradizione islamica non è univoco. A prescindere dal fatto
che la guerra santa non appartiene solo all’islam ma, come prima è stato
ricordato, è presente anche nelle Scritture e nella prassi dei cristiani, è
giusto riconoscere che per tanti credenti nel Corano la jihād è anzitutto
una lotta spirituale che l’uomo deve combattere contro il male che trova in se stesso.
Ma anche chi ammette la jihād come vera e propria guerra, la intende in
modi differenti. In una intervista pubblicata su L’Unità
del 17/09/06, il professore egiziano Emad Gad, autorevole ricercatore del Centro di studi strategici
di al Ahram del Cairo, non ha difficoltà ad ammettere
che il Corano accetta il concetto di jihad, ma esprime poi il suo vivo stupore
per le parole del papa: “come non riconoscere il fatto che nel mondo musulmano
vi sono, e si scontrano, concezioni diverse relative alla jihad, sul suo
significato, sul modo di condurla. Come sottacere il fatto
che c'è chi sostiene che essa sia solo un mezzo di difesa in caso di
attacco e che comunque mai l'Islam abbia imposto con le armi la conversione”!
Almeno gli ebrei e i cristiani sconfitti, in effetti, non erano costretti a
convertirsi ma solo a pagare un tributo; quella di Benedetto XVI perciò “è una
lettura parziale e al contempo assolutizzante del concetto di Jihad. Parziale,
perché sembra prescindere dalla considerazione che nel mondo islamico vi sono più letture e interpretazioni del concetto di Jihad. Il
Papa sembra fare sua la lettura più radicale e l'assolutizza. Si tratta di una
forzatura non solo dannosa per le conseguenze che può innescare
ma errata sul piano concettuale”.
Questa scarsa precisione concettuale può indurre il sospetto di un animo forse
non molto ben disposto nei confronti del mondo islamico, dal momento che non
solo si tace sugli aspetti negativi della propria tradizione, o li si riduce a
fenomeni marginali, ma pure si concentra l’attenzione sugli errori altrui:
atteggiamento che non può certo favorire un sereno dialogo interreligioso.
c) Il terzo punto dell’argomentazione riguarda il tema della deellenizzazione del cristianesimo. La richiesta di
separare la rivelazione biblica dalla razionalità greca avanzata da Lutero, e
che “dall'inizio dell'età moderna domina in modo crescente la ricerca
teologica”, costituisce per il papa un errore capitale: il cristianesimo ne risulterebbe snaturato, perché esso è proprio il frutto di
quell’incontro – e di passaggio, si può notare come con queste posizioni è
molto difficile che progredisca il dialogo con i ‘fratelli separati’!
Ora, che il messaggio biblico sia stato per secoli
ripensato mediante categorie greche è un fatto indiscutibile, ma che esso debba
essere ‘necessariamente’ letto attraverso quelle categorie è tutto da
dimostrare.
Benedetto XVI ritiene che indizi di tale ‘necessità’ si trovino nella Bibbia
stessa: “L'incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un
semplice caso. La visione di san Paolo, davanti al quale si erano chiuse le vie
dell'Asia e che, in sogno, vide un Macedone e sentì la sua supplica:
"Passa in Macedonia e aiutaci!" (cfr At
16,6-10) – questa visione può essere interpretata come una
"condensazione" della necessità intrinseca di un avvicinamento tra la
fede biblica e l'interrogarsi greco”. Certo, con un po’ di buona volontà alla
Bibbia si può fare dire tutto, ma è giusto riconoscere che oggi ben pochi
esegeti riterrebbero verosimile tale ‘interpretazione’!
Del resto, l’incontro fra religione biblica e pensiero greco si è attuato,
secondo il papa, già all’interno della storia della rivelazione: “la fede biblica, durante l'epoca ellenistica, andava interiormente
incontro alla parte migliore del pensiero greco, fino ad un contatto
vicendevole che si è poi realizzato specialmente nella tarda letteratura
sapienziale. Oggi noi sappiamo che la traduzione greca dell'Antico Testamento,
realizzata in Alessandria – la "Settanta" –, è […] uno specifico
importante passo della storia della Rivelazione, nel quale si è realizzato questo incontro in un modo che per la nascita del
cristianesimo e la sua divulgazione ha avuto un significato decisivo”.
Per la verità, l’argomento mi sembra poco convincente: che il pensiero greco
abbia influito sulla redazione della ‘tarda letteratura sapienziale’
e che la traduzione in greco dei ‘Settanta’ abbia avuto un ruolo notevole per
la diffusione del messaggio cristiano sono solo fatti, e trasformare un fatto
in una necessità teologica mi pare che implichi un evidente salto logico, o almeno
una lettura ingenuamente provvidenzialistica della storia. Se la fede biblica
si fosse diffusa in un contesto in cui la cultura
prevalente fosse stata non quella greca ma quella, per esempio, cinese, siamo
sicuri che qualche agiografo non ne sarebbe stato influenzato e che non avremmo
avuto prontamente una traduzione in cinese?
Se la sintesi con l’ellenismo, come sostengono oggi non pochi teologi, è stata
solo una delle possibili inculturazioni, va riconosciuta la ragionevolezza
della posizione di Lutero: tornare al messaggio originario, rifiutando un
cristianesimo grecizzato, o eventualmente ‘cinesizzato’.
È noto che i testi classici sono soggetti nel corso dei secoli a varie
interpretazioni, e talvolta a vere e proprie deformazioni. Quando
il progresso degli studi filologici consente di rendersi conto che una
tradizione interpretativa non è corretta, è assolutamente comprensibile che si
voglia tornare alle fonti. Come si cerca di
ricostruire, per esempio, l’autentico pensiero di Platone così si tenta
di risalire all’originario messaggio evangelico. Perché il rigore critico, che
nessuno contesta nel campo degli studi filosofici o letterari, sarebbe
inapplicabile in campo biblico?
Ciò non significa che si debba condividere la
diffidenza di Lutero nei confronti della filosofia: è possibile, infatti,
nutrire fiducia nella ragione filosofica e al contempo prendere atto che determinate
‘verità’ metafisiche non sono contenute nella rivelazione. Riconoscere il
diritto degli esegeti di servirsi di tutti gli strumenti che le scienze umane
offrono per comprendere l’autentico messaggio biblico e lasciare liberi i
filosofi di dibattere questioni che sono di loro esclusiva competenza: ecco, a
mio avviso, una posizione davvero razionale, che l’autorità ecclesiastica
invece considera assolutamente preoccupante.
Una lettura del testo biblico condotta col metodo storico-critico, infatti, può
mettere in discussione le fondamenta di impalcature
teologiche che hanno resistito per parecchi secoli e che hanno nutrito
l’immaginario di sommi artisti come di umili fedeli, e sono comprensibili i
timori del papa di fronte a tale pericolo. In effetti, l’impressione che
suscita una simile operazione è quella di un radicale impoverimento, spirituale
e culturale, del patrimonio della fede cristiana e di un cedimento alla moda di
una ragione che, incapace di scrutare le profondità metafisiche e teologiche
che sarebbero contenute nelle pagine della Bibbia, si rinchiude nei limiti
angusti di un approccio grettamente scientifico.
Ma forse si tratta solo di una prima impressione: forse il messaggio
biblico, liberato da categorie filosofiche ad esso estranee, risulta di una
ricchezza e di un’attualità sorprendenti. Il Concilio Vaticano II aveva dato fiducia
agli esegeti cattolici e la costituzione Dei Verbum aveva fatte proprie
tante loro acquisizioni, promuovendo una riscoperta di ciò che è essenziale nel
messaggio evangelico e che spesso era stato trascurato. Pochi anni dopo la
chiusura del Concilio, infatti, uno studioso cattolico scriveva: “Sono secoli e
secoli che non cerchiamo più in quei libri proprio quanto contengono di più
decisivo e prezioso”(P. DACQUINO, Il messaggio salvifico della Bibbia,
in Costituzione conciliare Dei Verbum, Atti della XX settimana biblica,
Brescia 1970, p 277).
Negli ultimi decenni, invece, il rinnovamento degli studi biblici è stato decisamente ostacolato e il magistero ha ribadito con forza
l’intangibilità della teologia tradizionale elaborata con categorie
filosofiche: messa al bando la libera ricerca, un rigido inverno ha fatto
ovviamente seguito alla promettente fioritura del periodo conciliare. E tutto ciò, paradossalmente, in nome della difesa della
ragione. La ragione, è bene precisare, di un’autorità che pretende da una parte
di stabilire l’esatto significato dei testi biblici senza tener conto dei criteri
scientifici vigenti nel campo dell’esegesi e dall’altra di esortare il pensiero
filosofico a recuperare la sua profondità… mettendosi devotamente in ascolto
delle grandi tradizioni religiose.
d) Benedetto XVI conclude, infatti, la sua analisi invitando i pensatori
contemporanei a superare quella concezione riduttiva che considera dotato di
rigore scientifico “soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di
matematica ed empiria” e ad aprirsi alla dimensione religiosa: “Per la
filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l'ascoltare le grandi esperienze
e convinzioni delle tradizioni religiose dell'umanità, specialmente quella
della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza”. L’obiettivo,
quindi, può essere raggiunto “solo se ragione e fede si ritrovano unite in un
modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata
della ragione a ciò che è verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza”, ovviamente senza
rinnegare “quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido”.
Per la verità, ridurre la filosofia moderna e contemporanea a un angusto
scientismo ostile ad ogni metafisica sembra un po’ eccessivo. Le vie di ricerca
imboccate dalla modernità mi pare che siano molteplici
e non abbiano come cifra caratterizzante quella suggerita dal papa. Piuttosto, se proprio si vuole trovare un elemento che accomuna la
maggior parte dei pensatori moderni, direi che questo possa essere individuato
nella progressiva rivendicazione dell’autonomia della ragione nei confronti
della fede e del magistero ecclesiastico. Forse si può dire che l’epoca
medievale termina proprio quando, e nella misura in cui, si afferma un pensiero
laico, che vuol procedere in maniera rigorosa puntando solo sulle proprie
forze, senza il conforto di verità di ordine
teologico.
Ciò non significa che la laicizzazione della filosofia abbia necessariamente
prodotto solo effetti positivi o che non ci si possa rammaricare della
sfiducia, oggi tanto diffusa, nei confronti della metafisica, specie se tale
sfiducia diventa un nuovo dogma. Non mi sembra, però, corretto presentare il
pensiero moderno semplicemente nell’ottica di una
gretta riduzione delle possibilità conoscitive dell’uomo, come fa il papa che,
citando nella sua lezione Immanuel Kant, sembra vedere in lui solo l’autore che ha espresso in
modo classico “l'autolimitazione moderna della ragione”.
Sarebbe bene invece ricordare che il pensiero kantiano è per altro verso
animato proprio da una grande fiducia nella ragione. Questa è, per Kant, il giudice ultimo a cui deve essere sottoposta la credibilità di qualunque tesi: “Amici
dell’umanità […], accettate pure ciò che vi sembra più degno di fede dopo un
esame attento e sincero […], ma non contestate alla ragione ciò che fa di essa
il bene più alto sulla terra: il privilegio di essere l’ultima pietra di
paragone della verità”(Che cosa significa orientarsi nel pensare, A
329). Soltanto questa fiducia nella ragione consente all’uomo di uscire dallo
stato di minorità, che consiste nella “incapacità di servirsi del proprio
intelletto senza la guida di un altro”(Risposta alla domanda: che cos’è
l’illuminismo?). E quest’affidarsi alla propria
ragione è, per Kant, particolarmente importante nel
campo della religione, perché “la minorità in cose di religione è fra tutte le
forme di minorità la più dannosa e anche la più umiliante”(ivi).
In realtà, è proprio la ragione moderna, che rivendica la sua autonomia dalla
fede, il principale obiettivo polemico della lezione di Regensburg.
Infatti il cardinale Martino, commentando i discorsi
del papa in Germania, scrive: “Nessuna religione ha niente da temere dalla
Religione cattolica e dal suo Papa, perché il nemico vero di tutte, il più
insidioso e subdolo, è il paradigma etico-culturale
di una ragione senza Dio, che, pur affascinando per i suoi successi scientifici
e tecnici, minaccia […], con quel suo proporsi a partire dall’etsi Deus non daretur,
il patrimonio religioso di tutta l’umanità.”(Card. Renato Martino, La
quaestio de veritate, il cristianesimo e le altre religioni. I discorsi di
Benedetto XVI in Baviera, in “L’Osservatore Romano” edizione domenicale
17 settembre 2006).
Mi pare che questa sia la lettura più corretta del pensiero di Benedetto XVI, che
del resto da parecchi anni ormai indica nella separazione tra ragione e fede la
radice della crisi della civiltà europea e combatte il principio, chiave di
volta della cultura laica, dell’etsi Deus non daretur, il principio, cioè, per cui l’etica pubblica va elaborata da cittadini
maggiorenni, credenti o meno, esclusivamente sulla base di argomentazioni
razionali e prescindendo da qualunque credo religioso. Egli ritiene, infatti,
che l’Europa non sia un continente nettamente afferrabile in termini geografici
ma piuttosto “un concetto culturale e storico”(Cardinale Ratzinger,
Europa. I suoi fondamenti spirituali ieri, oggi e domani, Biblioteca del
Senato, Sala Capitolare del Chiostro della Minerva, 13 maggio 2004), alla cui
formazione ha contribuito in maniera determinante la
nascita del Sacro Romano Impero, con due autorità supreme, una in campo
spirituale e l’altra in campo temporale: “il costituirsi del regno dei Franchi
come l'Impero Romano mai tramontato e ora rinato significa di fatto il passo
decisivo verso ciò che noi oggi intendiamo quando parliamo di Europa”(ivi).
La sintesi medievale viene spezzata prima dalla rivolta di Lutero, che separa
la fede dalla ragione, e poi dalla rivoluzione francese, che esclude la fede
dalla sfera pubblica: “la fondazione sacrale della storia e dell'esistenza
statuale viene rigettata: la storia non si misura più in base ad un'idea di Dio
ad essa precedente e che le dà forma; lo Stato viene oramai considerato in
termini puramente secolari, fondato sulla razionalità e sul volere dei
cittadini”(ivi). L’Europa perde, così, la sua unità spirituale e inizia
quindi il suo declino, perché la fede non ha più un ruolo universalmente
riconosciuto e nello stesso stato convivono cristiani e non cristiani: “In
questa maniera sorge, con la fine del XVIII secolo e l'inizio del XIX, un nuovo tipo di scisma, la cui gravità noi
percepiamo ora sempre più nettamente. Esso […] viene
delineato come divisione tra cristiani e laici”(ivi).
Porre fine a questo scisma riscoprendo i valori cristiani, che anche i non
credenti possono far propri perché sono intrinsecamente ragionevoli, è quindi
la condizione perché la civiltà europea possa competere con le altre: “la
rinascita dell'Islam non è solo collegata con la nuova ricchezza materiale dei
paesi islamici, bensì è anche alimentata dalla consapevolezza che l'Islam è in
grado di offrire una base spirituale valida per la vita dei popoli, una base
che sembra essere sfuggita di mano alla vecchia Europa, la quale così,
nonostante la sua perdurante potenza politica ed economica, viene vista sempre
più come condannata al declino e al tramonto. Anche le grandi tradizioni
religiose dell'Asia, soprattutto la sua componente
mistica che trova espressione nel buddismo, si elevano come potenze spirituali
di contro ad un'Europa che rinnega le sue fondamenta religiose e morali”(ivi).
In Europa è più che mai urgente, quindi, contrastare in particolare l’influenza
del marxismo: i sistemi comunisti, infatti, “sono naufragati innanzitutto per
il loro falso dogmatismo economico” ma ancor più “per il loro disprezzo dei
diritti umani”; la loro eredità è estremamente pericolosa perché favorisce
anche oggi “il dissolversi delle certezze primordiali dell'uomo su Dio, su se
stesso e sull'universo” con la conseguente “dissoluzione della coscienza dei
valori morali intangibili” che “può condurre all'autodistruzione della
coscienza europea”(ivi).
Con buona pace dei non cristiani, l’Europa, in sostanza, deve tornare a Cristo,
perché, come il futuro papa ricordava in un’intervista concessa a Vittorio
Possenti nel 2001, e rilanciata su Avvenire dopo la sua elezione, “la
verità è per tutti una sola, e se Cristo è la verità, allora riguarda tutti;
allora è una colpa occultarla agli altri”(11/5/2005). E questo ritorno a una visione cristiana della vita, sembra di capire, non
può essere solo iniziativa della testimonianza religiosa e dell’impegno
intellettuale dei credenti ma richiede l’intervento dei pubblici poteri, ad
imitazione di quanto accade in molti Paesi musulmani: “Oggi l'opposizione più
forte al cristianesimo proviene dall'Europa e dalla sua filosofia postcristiana, mentre nei paesi extraeuropei la fede trova
un sostegno sempre più forte”(ivi). In Vaticano si auspica, quindi, un
sostegno al cristianesimo da parte degli stati europei, i cui parlamenti sono infatti spesso sollecitati dalla gerarchia a
rifiutare una ‘filosofia postcristiana’, che
laicamente riconosce la legittimità di differenti concezioni morali e
religiose, e a salvaguardare i valori intangibili della propria tradizione vietando
per legge, per esempio, l’aborto o l’eutanasia.
La lezione di Regensburg, dunque, è perfettamente
coerente con i precedenti discorsi del papa, che infatti si è rammaricato per
aver dato luogo a interpretazioni che ritenevano le sue parole offensive nei
riguardi dell’Islam, ma non ha ritrattato minimamente le proprie tesi. A Regensburg, ancora una volta, egli ha colto l’occasione per
riaffermare - contro l’Islam, i fautori della deellenizzazione
e il pensiero laico - la sintesi di fede biblica e filosofia greca che
caratterizza la tradizione cristiana (o meglio cattolica), nella convinzione
che “questo incontro, al quale si aggiunge
successivamente ancora il patrimonio di Roma, ha creato l'Europa e rimane il
fondamento di ciò che, con ragione, si può chiamare Europa”.
Queste idee che – è ormai chiaro – sono alla base della strategia del
pontificato di Benedetto XVI possono contribuire, a breve termine, a una
riaffermazione del ruolo del Vaticano sulla scena pubblica e nelle relazioni
internazionali ma mi pare poco probabile che possano avere effetti durevoli e
positivi. Presentare un cristianesimo ellenizzato come fondamento dell’identità
dell’Occidente, infatti, non favorisce certo il dialogo con le altre civiltà,
rallenta il rinnovamento religioso promosso dal concilio Vaticano II e
allontana ulteriormente il magistero dalle correnti più vive del pensiero
laico, che difficilmente accetteranno quell’invito
all’allargamento della ragione che in realtà ha il sapore di un ritorno della
filosofia alla sua condizione ancillare.
L’Europa che il papa ha in mente è in sostanza quella medievale, in cui le
verità insegnate dalla chiesa erano il punto di riferimento essenziale per la
cultura, per la politica e per la vita degli abitanti del continente che non a
caso si chiamava ‘Christianitas’. Il progetto di un
simile ritorno al medioevo credo che sia poco realizzabile,
ma per sconfiggerlo è necessario l’impegno di chi ha a cuore le conquiste del
pensiero laico. Mi pare, perciò, preoccupante che in Occidente le affermazioni
del papa quasi non abbiano suscitato reazioni e mi
auguro che gli intellettuali europei vogliano far sentire la loro voce in
difesa dei valori della modernità.