Stati Uniti:
baluardo della democrazia?
di Elio Rindone
Il sessantesimo
anniversario dello sbarco alleato in Normandia e, pochi giorni dopo, i funerali
del presidente americano Ronald Reagan costituivano evidentemente per l'establishment
politico-mediatico occidentale un'occasione da non perdere per esaltare gli
Stati Uniti come una grande democrazia, che difende in tutto il pianeta la
libertà dei popoli, e per indicare nella politica reaganiana un modello cui
rifarsi ancora oggi.
Per un giudizio
obiettivo sui fatti è però necessario, come sempre, prendere pure in
considerazione altre opinioni, generalmente censurate dai grandi mezzi
d'informazione anche quando ben documentate ed espresse da studiosi di indubbio
prestigio culturale.
Proprio negli anni
della presidenza Reagan (1981-89), per esempio, Noam Chomsky che, oltre ad
essere il più noto linguista vivente, per decenni ha esaminato con rigore la
politica del suo Paese, ha pubblicato un volume tradotto anche in italiano, La
Quinta Libertà (Milano 2002), che di quella politica offre un'analisi
critica puntuale e quanto mai attuale, come credo risulterà evidente dalle
citazioni che seguono.
Chomsky sostiene
che, se il presidente F. D. Roosevelt dichiarava nel 1941 che gli Stati Uniti
dovevano battersi per la difesa di Quattro libertà fondamentali, libertà di
parola, di culto, dal bisogno e dalla paura, la politica americana in realtà ha
rivendicato soprattutto una Quinta Libertà, quella di rapinare e di sfruttare
gli altri popoli.
La violazione
delle prime quattro libertà suscita un'immediata e durevole indignazione solo
se perpetrata da Potenze ostili agli USA, mentre nei Paesi sottoposti alla
tutela americana è solo quando viene messa in pericolo la Quinta Libertà che si
manifesta un fuggevole interesse per le altre quattro, "interesse che dura
solo il tempo necessario a giustificare l'uso della forza e della violenza per
restaurare la Quinta Libertà, l'unica che conti realmente"(p 82).
A riprova di ciò,
Chomsky riporta il testo redatto da un Comitato per le relazioni estere,
operante in stretto rapporto col governo: in esso si dichiara, già in quello
stesso 1941, che gli interessi reali della politica americana non debbono
essere esplicitamente enunciati, perchè ciò "si presterebbe alle critiche
della propaganda nazista. ... E' necessario [invece] mettere l'accento sugli
interessi degli altri popoli, non solo di quelli europei, ma anche dell'Asia,
dell'Africa e dell'America latina. Ciò produrrebbe un effetto migliore, dal
punto di vista propagandistico"(p 81). Ancora oggi gli interventi
americani sulla scena internazionale non vengono presentati come disinteressata
difesa dei diritti degli altri popoli?
E nel 1948, poco
dopo la fine della guerra, un alto funzionario del Dipartimento di Stato
sosteneva in un documento top secret che, poichè noi americani
"abbiamo il 50% circa della ricchezza mondiale e solo il 6,3% della
popolazione mondiale, ... il nostro compito sarà di mettere a punto un tipo di
relazioni che ci permetta il mantenimento di tale posizione di disparità senza
che da ciò sia compromessa la nostra sicurezza nazionale. A tal fine, dovremo
abbandonare qualunque sentimentalismo ... Dovremo smettere di parlare di
obiettivi vaghi e ... irrealistici, come i diritti umani, l'innalzamen-to dei
livelli di vita, la democratizzazione"(pp 82-83).
In effetti, come
Chomsky documenta ampiamente, la politica statunitense nel corso dei decenni
successivi, soprattutto nell'America centrale, dal Nicaragua al Salvador
dall'Honduras al Guatemala, ha attuato con esemplare determinazione questo
progetto di sfruttamento e di rapina. Nel clima della Guerra Fredda, era del
resto facile presentare l'intervento americano come una mossa difensiva contro
l'espansionismo sovietico. I colpi di stato e i massacri ripetuti per decenni
venivano infatti sempre giustificati con la necessità di evitare
l'instaurazione in quei Paesi di regimi 'comunisti', che avrebbero costituito
una minaccia per gli Stati Uniti.
In realtà, come ha
spiegato bene un ministro guatemalteco, veniva bollata come comunista
"ogni manifestazione di indipendenza nazionale o economica, ogni desiderio
di progresso sociale, ogni curiosità intellettuale, ogni interesse per le
riforme progressiste ... Ogni governo latinoameri-cano che si sforzi di attuare
un qualunque programma capace di toccare gli interessi delle imprese straniere,
che detengono la gran parte delle risorse fondamentali dell'America latina,
viene segnato a dito come comunista"(p 89).
Così, per esempio,
è proprio la concreta intenzione del governo Allende di sottrarre il Cile allo
sfruttamento delle multinazionali per destinarne le risorse allo sviluppo
dell'economia interna che causa il colpo di stato di Pinochet, sostenuto dalla
CIA. Il segretario di Stato americano H. Kissinger, infatti, ha il fondato
timore che il successo delle riforme sociali promosse da un regime democratico
possa indurre altri Paesi, e non solo nel continente americano, a prendere le
distanze dagli Stati Uniti. Per chi condivide tale logica, è evidente che
questi non possono restare a guardare senza intervenire, dal momento che,
secondo Kissinger, "l'esempio contagioso del Cile avrebbe potuto infettare
non solo l'America latina ma anche l'Europa meridionale"(p 112).
I governi
statunitensi, se non hanno remore ad usare la forza per rovesciare all'estero i
regimi democratici, all'interno ricorrono invece ad altri mezzi per evitare che
si sviluppi un'effettiva vita democratica. Se per considerare democratico un
Paese non basta che periodicamente si svolgano in esso regolari elezioni ma si
richiede un'effettiva partecipazione dei cittadini alla vita politica, gli
Stati Uniti, secondo Chomsky, non sono in realtà una nazione pienamente
democratica.
In effetti, quando
negli anni sessanta "settori normalmente passivi della popolazione hanno
preso a organizzarsi e ad avanzare richieste che non potevano essere
soddisfatte senza una redistribuzione del benessere e del potere, ... [l'élite
dominante ha lottato per il] ritorno della popolazione allo stato di apatia e
passività"(p 358). Poichè i sindacati sono la principale risorsa di cui
dispongono i ceti meno abbienti per far valere le proprie ragioni, negli anni
settanta e ottanta i governi si sono impegnati per ridurne il potere:
"l'attacco al movimento sindacale è stato mosso in forme diverse, ivi
compreso l'uso di licenziamenti illegali per minare libere elezioni
sindacali"(p 363).
Parallelamente si
è sviluppato l'attacco contro la libertà di pensiero e d'informazione. Gli
studenti universitari, per esempio, sono stati invitati a denunciare i docenti
che ispiravano il loro insegnamento alle idee di Marx. L'ipotesi che le
università americane siano in mano a professori marxisti è semplicemente
paranoica: si tratta di un sospetto "così lontano dalla realtà da sfidare
ogni discussione razionale. Esso può essere compreso solo come espressione del
timore che anche la più modesta apertura concessa all'eresia possa portare al
crollo totale"(p 368).
Che i grandi mezzi
d'informazione debbano essere fedeli alle istituzioni statali, limitando per
quanto è possibile la libertà dei giornalisti indipendenti, è poi un fatto
scontato: dato un simile presupposto, "l'obbedienza dei grandi networks
della comunicazione non costituisce motivo di sorpresa: infatti essi funzionano
come istituzioni ideologiche di Stato"(p 370).
L'ovvia
conseguenza di questa manipolazione dell'opinione pubblica è che i cittadini,
privati delle informazioni necessarie per esercitare la loro sovranità,
diventano sudditi di quella élite economica che detiene il potere
effettivo: "intelletuali di grido, sociologi e psicologi famosi, hanno
cantato le lodi della manipolazione dell'opinione pubblica perchè le dirigenze
illuminate potessero raggiungere i propri fini, osservando che questo era
necessario, in quest'epoca storica in cui non era più possibile ricorrere alla
violenza per controllare un popolo che in teoria può dire la sua nelle
questioni pubbliche"(p 377).
Queste idee e
questi obiettivi sono comuni ai diversi gruppi di potere economico cui fanno
riferimento i due partiti americani: il democratico e il repubblicano. Si
capisce, quindi, che le amministrazioni democratiche e repubblicane mettono in
atto sostanzialmente la stessa politica, e ciò forse spiega la scarsa
partecipa-zione al voto che si registra regolarmente nelle elezioni americane.
Secondo Chomsky,
"le preferenze e le opinioni personali dei singoli individui che si
trovano a esercitare il mandato hanno ben poca influenza. Le strutture
istituzionali fissano la politica entro limiti determinati, che portano
all'impegno continuo per mantenere o aumentare la Quinta Libertà, alla
programmazione economica attuata attraverso il sistema militare, alle misure
per limitare la democrazia in patria e distruggerla nelle nostre colonie,
all'attacco continuo contro i diritti umani e la giustizia sociale, alla
creazione di un vasto sistema di controllo sociale e di
indottrinamento"(pp 402-403).
Presso i
Democratici è appena possibile rilevare un interessamento, "per i problemi
della popolazione nel suo complesso, leggermente superiore a quello dei
Repubblicani"(p 367), che curano con più durezza e determinazione
esclusivamente gli interessi delle classi privilegiate. Queste leggere
differenze emergono in modo esemplare, secondo Chomsky, se si confrontano le
politiche messe in atto dal democratico Carter e dal repubblicano Reagan.
L'amministrazione
Carter è reponsabile di innumerevoli massacri in Salvador, ma "da quando
Reagan è diventato Presidente, nel 1981, il sadismo e il numero delle violenze
è aumentato, con 12.501 casi documentati dai servizi di assistenza della Chiesa
nel solo 1981. ... Contemporaneamente, la tortura ha raggiunto livelli
spaventosi, secondo quanto constatato da alcuni gruppi per la difesa dei
diritti umani"(p 36). Non ci si può stupire, quindi, se numerose associazioni
che si battono per i diritti umani siano arrivate a definire
"l'amministrazione Reagan come un tentativo di giustificare alcuni dei
peggiori orrori del nostro tempo"(p 59).
Negli anni di
Reagan l'ossessione per il primato americano nel campo degli armamenti e
l'appoggio al blocco industrial-militare non conoscono limiti. Così, quando il
ministro degli Esteri Gromyco dichiara che l'Unione Sovietica è disposta a
"mettere al bando in generale l'uso della forza nello spazio e dallo
spazio contro la terra, il governo Reagan si è recisamente opposto a questa
evoluzione assai promettente. ... 'La nazione che controlla lo spazio può
controllare il mondo', ha affermato il sotto-segretario all'Aviazione Edward
Aldridge nel 1983, e gli Stati Uniti non vogliono alcun ostacolo a tale
controllo, malgrado il pericolo per la sopravvivenza rappresentato
dall'estensione allo spazio della corsa agli armamenti"(p 290).
E ancora nel 1985
la Russia annuncia che avrebbe eliminato "le armi chimiche dall'Europa
Orientale se gli Stati Uniti avessero fatto lo stesso in Germania ...; tutto
questo è stato rifiutato dagli Stati Uniti"(p 296). L'aumento delle spese
militari si accompagna all'accentuazione propagandistica del pericolo
costituito per il mondo libero dall'Impero del Male e alla ricerca di occasioni
di conflitto, mentre al contempo si capisce "perchè 'pace' sia diventata
una parola sporca, una specie di complotto russo"(p 346).
Passando al campo
della politica economica di Reagan, la riduzione delle imposte per i ceti
privilegiati e i tagli in materia di spesa sociale "hanno comportato un
sostanzioso trasferimento di ricchezza dai poveri ai ricchi"(p 344). Nel
1984 queste sono le conseguenze: "quasi 34 milioni di americani vivono al
di sotto del limite di povertà ... l'indigenza si va progressivamente
concentrando fra la popolazione giovanile ... il deficit federale e commerciale
provocato dalla 'reaganomics' è in ascesa, il che significa che sarà la
produzione dei prossimi anni che dovrà pagare questi debiti. ... Gli Stati Uniti
dovrebbero essere all'avanguardia di tutti gli altri Paesi quanto a mortalità
infantile, vita media probabile e altri indici della qualità della vita. E
invece stanno agli ultimi posti"(pp 380-381).
Se queste sono le
scelte politiche di Reagan, come si spiegano la sua popolarità e la sua
rielezione? Chomsky sostiene che non è affatto vero che Reagan sia stato eletto
con una valanga di voti. Nel 1980 "ha ottenuto un numero di consensi solo
di poco superiore alla stretta maggioranza, pari al 28% dei voti di tutto
l'elettorato potenziale ... [e nel 1984 i voti ottenuti] sono stati pari a poco
meno del 30% di tutti i votanti potenziali"(p 385). Inoltre, stando ai
sondaggi, "circa l'80% delle persone, nel 1980, era d'accordo a mantenere
o incrementare il livello delle spese sociali, e la percentuale è aumentata nel
1984. ... 2 persone contro 1 preferiscono tagli alle spese militari piuttosto
che a quelle sanitarie; la legge antinquinamento è appoggiata 7 a 1"(pp
386-387).
Se è vero che
l'opinione pubblica "disapprova praticamente tutte le principali
iniziative"(p 408) di Reagan, il motivo della sua vittoria, allora, è da
ricercare nella mancanza di effettive differenze tra i programmi dei candidati
democratici e repubblicani: "ci voleva un occhio ben esercitato per
discernere una qualche differenza tra i diversi candidati; ... la campagna
elettorale è stata soprattutto un affare dei media, uno degli spettacoli messi
su per dimostrare il meraviglioso funzionamento della democrazia; ... non c'è
da sorprendersi se ... molti abbiano finito per dare la loro preferenza al
candidato col sorriso più simpatico"(p 389).
Il quadro che
emerge dall'opera di Chomsky, e da quelle di altri studiosi come Gore Vidal o
William Blum, è dunque molto diverso da quello comunemente fornito all'opinione
pubblica dai grandi mezzi d'informazione, e meriterebbe di essere attentamente
verificato. A scanso di equivoci, è appena il caso di ribadire che le critiche
di questi autori presuppongono la convinzione che un regime democratico, anche
molto imperfetto, è sempre migliore di uno totalitario e che le loro accuse non
riguardano i cittadini americani ma i loro governanti.
Ciò non toglie che
se la realtà fosse quella da loro denunciata, se la democrazia americana e la
politica di Reagan fossero quelle appena descrit-te, bisognerebbe evidentemente
concludere che le recenti celebrazioni si inseriscono in quell'opera di
propaganda che esalta il passato per giustificare scelte presenti al fine di
rafforzare il potere delle attuali classi dirigenti: se gli Stati Uniti si sono
sempre battuti per la democrazia, c'è da credere che lo stiano facendo anche in
Iraq; se la 'reaganomics' è stata un successo, anche oggi la riduzione delle
tasse per i ricchi produrrà vantaggi economici per tutta la società...
Ma in tal caso
sarebbe giusto opporsi a tale vulgata mistificante. La cosa è fattibile?
Chomsky pensa di sì, perchè l'America, pur con tutti i suoi limiti, resta un
Paese che garantisce una certa libertà. I dissenzienti non sono torturati o
rinchiusi nei lager: possono parlare, scrivere, denunciare... Certo, la libertà
di parola ha un prezzo, ma è un prezzo accettabile: "coloro che si
impegnano in tale opera di controinformazione devono aver presente che non
saranno mai benvoluti dalle elite al potere; dovranno abbandonare la
rispettabilità, il prestigio, il sostegno economico istituzionale, l'accesso ai
media, e tutti gli altri vantaggi provenienti dall'obbedienza agli assunti
fonda-mentali della dottrina ufficiale"(p 306).
E vale la pena
pagare questo prezzo, se si vuol fare qualcosa per migliorare il mondo in cui
viviamo. Per guardare in faccia la realtà non si richiedono sforzi sovrumani:
"non c'è bisogno di essere santi o eroi per arrivare a comprendere come
stanno realmente le cose nel mondo in cui viviamo, e agire per porre fine al
terrore e alla violenza, di cui condividiamo la responsabilità se ci voltiamo
dalla parte opposta per non vedere"(p 394). Ci vuole certo un po' di
coraggio perchè, se si lacera la rete di inganni che ci avvolge, apparirà
"ai nostri occhi un mondo alquanto diverso da quello che un sistema
ideologico assai efficiente ama presentarci, un mondo molto più brutto, financo
orribile"(p 7).
Sarebbe ingenuo
attendersi risultati immediati e definitivi in questa battaglia contro una
politica che crea un mondo tanto disumano, ma la presa di coscienza da parte
dei cittadini e l'unione delle loro forze possono produrre significativi
cambiamenti in un Paese i cui governanti sono soggetti al giudizio degli
elettori: "non esistono formule magiche nè metodi miracolosi per venire a
capo dei problemi che ci stanno di fronte. Gli strumenti sono quelli consueti:
la volontà di capire, l'educazione, l'organizzazione ... Tutto ciò, più quel
tipo di impegno che non muore nonostante le tentazioni della disillusione,
nonostante i successi limitati e i fallimenti numerosi, ispirato dalla speranza
di un futuro più radioso"(p 405).
Un'influenza non
secondaria sulle scelte politiche della superpotenza americana potrebbe averla,
secondo Chomsky, l'Europa. Per essa "la via più facile consiste nel
mantenersi fedele e obbediente agli ordini del padrone, evitando di offrire
aiuti alle vittime del terrore statuniten-se ... Ma [l'Europa] potrebbe anche
imboccare la via dell'indipendenza, prendendo sul serio la retorica sull'autodeterminazione
e sui diritti umani ... e agendo di conseguenza"(p 456).
E orientare la
politica dei loro governi è evidentemente responsabilità dei cittadini europei.
29/6/2004