Gli angeli del fango: l’alluvione ha sommerso il pack (E. Montale). Quest’anno ricorre il 40° anniversario dell’alluvione di Firenze. In quell’occasione furono tutti gli studenti liceali e non d’Italia a salvare i testi antichi dal fango e dalle macerie

Il 4 novembre 1966, dopo una settimana di piogge incessanti, e dopo il repentino disgelo della neve caduta nei giorni precedenti sulle montagne toscane, il fiume Arno rompe gli argini e invade le strade, i vicoli e le piazze di Firenze. Le acque, alte fino a 4 metri e mezzo, raggiungono i primi piani dei palazzi, incuranti delle opere d’arte e delle testimonianze preziose in essi contenute, anelito d’eternità, frutto di un lavoro di pazienza e di costanza cancellato in pochi attimi dalla forza brutale della natura, che sembra quasi ricordare all’uomo di essere null’altro che uno dei suoi tanti figli. Capolavori di Giotto, Raffaello, Michelangelo, Leonardo, Donatello, di un valore tanto incalcolabile quanto la loro fragilità, si trovano a soffrire l’ingiuria delle intemperie, ben più disastrose del placido e inesorabile scorrere del tempo.

Il mondo intero assiste sgomento a quelle immagini raccapriccianti, riprese in tempo reale (prodigio della modernità!), che ancor oggi in noi, cittadini del 2000, memori della Storia millenaria che ci precede e che influisce sul nostro operato più di quanto questa nostra consapevolezza non ci lasci credere, provocano un istintivo sussulto di sgomento. Si fa strada in ognuno il bisogno di reagire a questo scempio, che prima ancora di far vittime fra le opere d’arte, semina morte tra la popolazione (sono già 39 i fiorentini uccisi, solo a causa dell’alluvione, molti di più moriranno in seguito di stenti e di malattie). Nella memoria dei non più giovani è ancora inciso indelebile il ricordo delle fatiche vissute negli anni difficili della guerra, che sembrano ora volersi ripresentare, come in passato; nei ragazzi insorge invece il desiderio di rendersi utili alla collettività nel momento del bisogno, e non solo. E’ anche la solidarietà, l’affetto innato verso il prossimo, la consapevolezza del valore, non solo economico, ma soprattutto culturale, di memoria e d’identità di nazione, di ciò che rischia di andare perduto tra le acque torbide della piena, senza un intervento tempestivo di recupero, a convincere molti giovani da tutto il mondo, dell’opportunità di partire alla volta di Firenze e offrire il proprio aiuto al servizio dell’umanità. Non appena il fiume rifluisce nella sua sede naturale la città, ricoperta di fango, macerie, detriti, macchine rovesciate e ogni sorta d’oggetto travolto dalla furia dell’alluvione, si popola di studenti, cittadini comuni, studiosi di ogni genere, tutti uniti nello scopo di restituirla al suo eterno e solenne splendore. Solo in un secondo momento i mezzi del genio militare riusciranno a raggiungere il luogo del disastro; per ora solo la speranza arma questi volontari.

Molto di ciò che verrà salvato dal fango, purtroppo, rimarrà gravemente danneggiato, e a nulla serviranno i restauri più accurati per rendere di nuovo leggibili alcune miniature della Biblioteca Laurenziana, o manoscritti dell’Alberti, ma di sicuro questo triste avvenimento costituirà un lascito importantissimo per la generazione di quegli studenti che si sono presentati come volontari al cospetto di Palazzo Vecchio e degli Uffizi: la consapevolezza del ruolo della gioventù non solo come espressione di un’età della vita, ma anche come portatrice di un sistema di valori, non in contrasto, ma neppure del tutto assimilabili a quelli dell’età adulta, basati sulla convinzione di poter portare avanti un ideale, nel bene e nel male, con coerenza e onestà, ma soprattutto con sincero impegno e con la voglia di esercitare un ruolo attivo nella società. Non solo; questa forma di volontariato si rivela un’occasione di scambio culturale, di discussione e di confronto, ma soprattutto di sviluppo di un senso di appartenenza ad un Unicum generazionale.

Quest’anno ricorre il quarantesimo anniversario di quella tragedia. La riflessione di un ragazzo di oggi rispetto può svolgersi in varie direzioni: innanzitutto sorge spontaneo chiedersi se tutto ciò fosse veramente inevitabile, oppure se sarebbe stato possibile impedire che la piena si riversasse in tutta la sua portata devastante sulla città. Tuttavia non possiamo rispondere in questa sede a tale interrogativo. E’ invece opportuna una considerazione: quest’alluvione ha mostrato al nostro Paese, e al mondo intero, quanto l’immenso patrimonio artistico e culturale italiano, di certo il più ricco e variegato che esista al mondo, sia fragile e legato ad un territorio difficile, sia dal punto di vista idrogeologico, sia sismico. Chi di noi non ricorda le conseguenze del terremoto in Umbria del 1997 sulla Basilica Superiore di Assisi. Le volte della chiesa, dopo aver resistito immobili per 700 anni alle intemperie, nel giro di pochi secondi si sono sgretolate franando sul pavimento sottostante, investendo, con l’orda d’urto del crollo, gli inestimabili affreschi giotteschi sulle pareti laterali. E’ovvio che di fronte a queste disastrose manifestazioni della forza della natura, frutti imponderabili del caso, l’uomo appare impotente. Ma non è sempre così; a volte l’uomo può intervenire preventivamente, ma non lo fa, per mancanza di volontà o per negligenza, o addirittura interviene favorendo l’insorgere di calamità naturali. Mi riferisco ai fenomeni dell’edificazione abusiva e del disboscamento indiscriminato, malattie endemiche del nostro Paese. Le ricchezze che i nostri avi ci hanno lasciato in custodia, non solo a beneficio della nostra contemplazione, ripeto, ma anche per l’Umanità stessa, per le generazioni presenti e future, ci dovrebbero indurre ad avere maggior cura della nostra terra, anche considerando che da ciò non dipende solo la sopravvivenza dei Beni artistici e culturali, ma anche di migliaia di nostri connazionali.

Infine vorrei fare un’ultima considerazione, esprimendo in tal modo, penso, un dubbio comune a una larga parte dei miei coetanei: il sapere che molti di quegli “angeli del fango”, che andarono come volontari a Firenze, quarant’anni fa, avevano la nostra età, ci porta ad un inevitabile paragone fra noi e loro. Di fronte ad una situazione del genere come si comporterebbe la gioventù d’oggi? E’ ancora possibile pretendere da essa un impegno civile di quel tipo? Nel tempo presente le emergenze umanitarie richiederebbero continuamente un volontariato giovane e appassionato, in ogni parte del mondo. Eppure i giovani italiani, seppur con nutrite e significative eccezioni, inerti e indifferenti sembrano non sentire l’esigenza di agire in questo senso. Certo, probabilmente l’alluvione di Firenze ebbe nell’opinione pubblica una risonanza molto maggiore rispetto, per fare un esempio, ad una crisi del Darfur. Ma forse è proprio questo che manca: un qualcosa che faccia da sprone, che risvegli dal torpore noi ragazzi, che faccia rinascere in noi quella volontà d’impegno civile che vent’anni di individualismo arrembante ed egoistico sembrano aver sottratto all’età migliore della nostra vita. Una società senza la passione dei giovani è una società morta, e l’Italia è un Paese vecchio, non solo dal punto di vista demografico.

L'alluvione ha sommerso il pack dei mobili, delle carte, dei quadri che stipavano un sotterraneo chiuso a doppio lucchetto. [...]
Dieci, dodici giorni sotto un'atroce morsura di nafta e sterco. Certo hanno sofferto tanto prima de perdere la loro identità. Anch'io sono incrostato fino al collo se il mio stato civile fu dubbio fin dall'inizio. Non torba m'ha assediato, ma gli eventi di una realtà incredibile e mai creduta.